Le principali conclusioni dell’Agenzia Europea per l’Ambiente

aea inquinamento atmosferico

Nel mese di novembre l’Agenzia Europea per l’Ambiente (European Environmental Agency) ha pubblicato 4 Rapporti tra loro correlati:

- il primo, “Air Quality in Europe” pubblicato il 9, riassume lo stato della qualità dell’aria;
- il secondo, “Transport and Environment Mechanism”, pubblicato il 10, esplora l’impatto ambientale dei trasporti sull’ambiente;
- il terzo “Carbon capture and storage could also impact air pollution”, pubblicato il 17, valuta gli effetti che le tecnologie CCS possono avere sulle emissioni di alcuni inquinanti atmosferici chiave;
- il quarto, “Revealing the cost of air pollution from industrial facilities in Europe”, pubblicato il 24, calcola i costi sanitari e ambientali dell’inquinamento atmosferico causato dagli impianti industriali.

Tutti e 4 i Rapporti meritano un’analisi, seppur sommaria, dei contenuti, stante l’importanza che rivestono alla luce delle necessarie misure che i decision makers dovranno assumere per evitare un ulteriore peggioramento dell’ambiente e un aumento dei conseguenti costi economici.

La “Qualità dell’Aria in Europa” è la relazione annuale sull’ultima valutazione compiuta sullo stato della qualità dell’aria in Europa, basata sui dati resi disponibili ufficialmente da 32 Paesi membri dell’EEA e di 6 del Sud-est europeo che vi collaborano. Il Report ha esaminato anche i progressi compiuti verso il soddisfacimento dei requisiti delle due Direttive in vigore sulla qualità dell’aria e delle Linee guida sulla qualità dell’aria fissate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS).
Anche se le emissioni sono diminuite negli ultimi due decenni, tale evento non ha sempre portato a un corrispondente calo delle concentrazioni di inquinanti nell’aria.
Ciò è particolarmente vero nel caso del particolato (PM) e dell’ozono troposferico, in quanto vi è una complessa relazione tra emissioni e qualità dell’aria. Ozono e PM sono gli inquinanti più problematici per la salute, in grado di causare potenzialmente o di aggravare le malattie cardiovascolari e polmonari, provocando morti premature.
L’eutrofizzazione ovvero un eccesso di offerta di azoto da nutrienti negli ecosistemi terrestri ed acquatici, è un altro grave problema causato dagli inquinanti atmosferici: l’ammoniaca (NH3) di derivazione agricola e gli ossidi di azoto (NOX dai processi di combustione sono oggi i principali inquinanti atmosferici acidificanti ed eutrofizzanti, mentre l’inquinamento da zolfo è sceso negli ultimi anni. Inoltre, molti di questi inquinanti atmosferici contribuiscono ai cambiamenti climatici.

“La qualità dell’aria in Europa sta generalmente migliorando, ma le concentrazioni di alcuni inquinanti costituiscono ancora un pericolo per la salute delle persone - ha dichiarato Jacqueline McGlade, Direttore esecutivo dell’Agenzia - Per migliorare ulteriormente la qualità dell’aria, abbiamo bisogno di usare diversi tipi di politiche e misure, tra cui la riduzione dei livelli di emissioni alla fonte, una migliore pianificazione urbana
per ridurre l’esposizione delle persone e i cambiamenti dello stile di vita a livello individuale“.

Principali conclusioni del Rapporto
Particolato: il 20% della popolazione urbana europea vive in aree in cui nel 2009 è stata superata la soglia del valore limite delle 24 ore per la concentrazione di PM10. Per i 32 Paesi membri dell’EEA la stima è del 39%. Comunque, tra l’80 e il 90% della popolazione urbana europea è esposta a livelli di PM10 che hanno superato le più severe linee guida sulla qualità dell’aria dell’OMS, e questa situazione non sembra migliorare.
Ozono: non viene emesso direttamente, ma è il prodotto di reazioni chimiche tra gli altri gas. Sebbene le emissioni antropiche di molti di questi “precursori” siano diminuite, i livelli di ozono non sono scesi in modo significativo tra il 1999 e il 2009.
Circa il 17% dei cittadini europei vive in aree in cui è stato superato nel 2009 l’obiettivo comunitario di concentrazione di ozono. Se si dovesse tener conto dei livelli previsti dall’OMS, si dovrebbe affermare che oltre il 95% della popolazione urbana europea è esposta a livelli di ozono superiori.

Anidride solforosa: dal 1999 al 2009, l’Europa ha tagliato i livelli di SO2 di circa il 50%, con conseguente diminuzione delle piogge acide e riduzione dell’acidificazione. Pochissimi sono i cittadini urbani dell’Unione europea esposti a livelli di SO2 al di sopra del valore limite UE, anche se tra il 68 e l’85% di loro è potenzialmente esposta a livelli superiori a quelli previsti dall’OMS.

Biossido di azoto: le concentrazioni di NO2 sono diminuite leggermente negli ultimi anni. I superamenti sono avvenuti di solito nei momenti più caldi e sulle strade più trafficate.
Il 12% della popolazione urbana europea vive in aree di fondo urbano (non di traffico) dove le concentrazioni di NO2 superano, comunque, i livelli sia dell’UE che dell’OMS.

Metalli pesanti: i livelli atmosferici di arsenico, cadmio, piombo e nichel sono generalmente bassi in Europa. Tuttavia, i livelli elevati di metalli pesanti possono accumularsi nel suolo, nei sedimenti e negli organismi. Nonostante i tagli considerevoli delle emissioni di metalli pesanti dal 1990 nell’UE, una percentuale significativa degli ecosistemi europei sono ancora a rischio di contaminazione da metalli pesanti.

Le emissioni di molte sostanze inquinanti dal settore dei trasporti sono calate nel 2009. Questa riduzione, tuttavia, potrebbe essere soltanto un effetto temporaneo della crisi economica, secondo quanto emerso dall’ultimo Rapporto annuale “Impatto ambientale dei trasporti (TERM)” redatto dall’Agenzia Europea dell’Ambiente (EEA).

“I livelli delle emissioni di quasi tutte le sostanze inquinanti derivanti dai mezzi di trasporto sono diminuiti nel 2009, come conseguenza del calo della domanda - ha dichiarato la prof.ssa McGlade - Questa riduzione, tuttavia, è stata determinata dalla recessione economica. Dobbiamo quindi pensare a un cambiamento più radicale nel sistema dei trasporti europeo, affinché le emissioni non aumentino neanche nei periodi di forte crescita economica”.

La relazione dell’EEA sui trasporti e l’ambiente mostra che si sono registrati dei progressi in termini di efficienza. Per esempio, le automobili nuove nel 2010 sono state più efficienti di circa un quinto rispetto al 2000. Tuttavia, questi miglioramenti relativamente modesti sono stati spesso controbilanciati dalla crescita della domanda, nonostante la recessione abbia rallentato l’attività in alcuni settori.
Fra il 1990 e il 2009, la domanda nel settore dei trasporti è cresciuta di circa un terzo, comportando un aumento del 27% dei gas a effetto serra (GES) prodotti dai trasporti nello stesso periodo.
I nuovi obiettivi proposti nella roadmap della Commissione forniranno la base per la formulazione di politiche a livello europeo, nazionale e comunale, al fine di affrontare le questioni ambientali connesse ai trasporti. Il rapporto mostra che vi sono grandi opportunità per i responsabili politici di affrontare questi problemi in modo coerente, ad esempio trattando contemporaneamente i problemi della qualità dell’aria e del cambiamento climatico.
Per la prima volta l’EEA ha elaborato un quadro di riferimento per valutare i progressi verso il raggiungimento degli obiettivi ambientali nel settore dei trasporti, quali gli obiettivi per le emissioni di gas serra, per il consumo energetico e il rumore. È stato sviluppato un core set di 12 indicatori, che abbracciano un’ampia gamma di ambiti politici.

Principali conclusioni del rapporto
I trasporti sono stati responsabili del 24% di tutte le emissioni di GES dell’UE nel 2009. Nella Tabella di marcia si richiede agli Stati membri dell’UE, entro il 2050, di ridurre del 60% rispetto ai livelli del 1990 i gas serra prodotti dai trasporti. Poiché, in realtà, le emissioni sono aumentate del 27% fra il 1990 e il 2009, l’UE deve realizzare una riduzione complessiva del 68% fra il 2009 e il 2050.
Il consumo energetico annuo generato dai trasporti è cresciuto costantemente fra il 1990 e il 2007 nei paesi membri dell’EEA. Sebbene la domanda totale di energia generata dal settore sia diminuita del 4% nel periodo 2007-2009, la tendenza al rialzo è probabile che riprenda parallelamente alla crescita economica.
Gli obiettivi sulla qualità dell’aria sono stati superati in molte aree. Per quanto riguarda il biossido di azoto (NO2), che può causare asma e altri problemi respiratori, nel 2009 i valori limite annuali sono stati superati nel 41% delle stazioni di monitoraggio del traffico.
Anche il particolato (PM10) prodotto dai trasporti arreca gravi problemi alla salute. Nel 2009, il valore limite giornaliero per il PM10 è stato superato nel 30% delle zone di traffico in tutta l’UE-27.
Quasi 100 milioni sono le persone che sono state esposte a dannosi livelli medi di lungo periodo di rumore prodotto da veicoli stradali sulle strade principali.

Il prezzo medio reale dei carburanti per il trasporto su strada (calcolato come equivalente della benzina senza piombo, compresi dazi e tasse) si è attestato su 1,14 EUR al litro a giugno del 2011, in termini reali il 15% in più rispetto al 1980.
Ciò significa che il prezzo della benzina è aumentato in media di meno di 0,5 punti percentuali all’anno in termini reali, vale a dire che i prezzi del carburante non stanno inviando segnali forti per incoraggiare scelte di trasporto più efficienti.
La percentuale di automobili alimentate con carburanti alternativi su strada è aumentata costantemente, superando il 5% del parco auto nel 2009. La maggior parte ha utilizzato gas di petrolio liquefatto (GPL), mentre i veicoli elettrici hanno costituito lo 0,02% del parco auto totale.
Strade, ferrovie e autostrade stanno sezionando il paesaggio europeo in porzioni sempre più piccole, con gravi conseguenze per la biodiversità. Quasi il 30% del territorio nell’UE è moderatamente, considerevolmente o estremamente frammentato, il che limita il movimento e la riproduzione di numerose specie diverse.

Il Rapporto “L’impatto che potrebbe derivare sull’ inquinamento atmosferico dalla cattura e stoccaggio del carbonio”, prende in esame le tecnologie di cattura e stoccaggio dell’anidride carbonica (CCS), rilasciata dalle centrali elettriche e da altre fonti industriali e seppellita in profondità nel sottosuolo, che, oltre a non immettere in atmosfera un importante gas ad effetto serra, comporterà benefici, ma anche compromessi, di alcuni inquinanti atmosferici.

“La tecnologia CCS è in grado di colmare nei prossimi decenni il divario tra la necessità di tagliare le emissioni e il momento in cui si passerà ad un’economia a basse emissioni di carbonio - ha affermato la McGlade - Il nostro rapporto mostra che, mentre le tecnologie CCS possono avere un effetto complessivo positivo in materia di inquinamento dell’aria, le emissioni di alcuni inquinanti potrebbero aumentare. La comprensione di questi tipi di compromesso è estremamente importante se vogliamo implementare questa tecnologia in Europa e nel mondo”.

Le tecnologie CCS richiederanno circa 15-25% di energia in più, a seconda del particolare tipo di tecnologia utilizzata, dal momento che gli impianti con CCS hanno bisogno di più carburante rispetto agli impianti convenzionali. Ciò, a sua volta, può determinare un aumento delle “emissioni dirette” determinate dalle strutture in cui è installato il CCS e maggiori “emissioni indirette”, causate dall’estrazione e dal trasporto del combustibile supplementare.
Il Rapporto individua alcuni dei potenziali benefici e compromessi per i principali inquinanti atmosferici e presenta, inoltre, un case study sul ciclo di vita al 2050, in relazione a tre diversi scenari, mostrando i potenziali impatti sulle emissioni di inquinanti atmosferici, se le tecnologie CCS fossero ampiamente implementate in Europa.

Principali conclusioni del Rapporto
L’anidride solforosa (SO2) da centrali elettriche si ridurrà in rapporto
alla cattura dell’anidride carbonica (CO2), come se la SO2 venisse rimossa dopo la fase di combustione del carburante per motivi tecnici. Anche se l’estrazione e il trasporto di carbone in più comporterà un aumento delle emissioni di SO2 dovute a queste fasi del ciclo di vita delle tecnologie CCS, dovrebbero diminuire le emissioni di SO2 totali.
Il particolato (PM10)e gli ossidi di azoto (NOX) sono previsti in aumento, in linea con la quantità di carburante consumato in assenza di ulteriori misure supplementari per ridurre le emissioni.
L’ammoniaca (NH3) è l’ unico inquinante per il quale è previsto un aumento significativo delle emissioni conseguenti, con aumento potenzialmente triplo o più. L’aumento previsto è dovuto alla degradazione dei solventi a base di ammine usati per la cattura di CO2. Tuttavia, in termini assoluti, l’aumento è piccolo rispetto agli attuali livelli di emissioni di ammoniaca in Europa, il 94% dei quali proviene dall’agricoltura. L’ammoniaca contribuisce all’acidificazione e all’eutrofizzazione dell’ambiente e può anche formare pericolose particelle sottili di materiale quando viene rilasciato in atmosfera.
Il potenziale di anidride carbonica (CO2) risparmiata con il CCS varia notevolmente all’interno dei tre scenari. Le emissioni di CO2 nell’UE si ridurrebbero di circa il 60% entro il 2050, se le tecnologie CCS fossero state introdotte in tutti gli impianti di generazione di energia da carbone. L’attuazione del CCS negli impianti a gas e biomasse, porterebbe a emissioni nette negative, presupponendo che tutta la biomassa venga raccolta in modo sostenibile senza variazioni nette per lo stock di carbonio.
Il caso di studio mostra chiaramente che anche l’estrazione e il trasporto di carbone aggiuntivo possono contribuire in modo significativo al ciclo di vita delle emissioni da tecnologie di cattura della CO2 di impianti a carbone. Nel complesso, tuttavia, il CCS è considerata generalmente vantaggiosa sia in termini di cambiamenti climatici che di inquinamento atmosferico. Tuttavia, il potenziale aumento di alcuni inquinanti quali NH3, NOX e PM non è da sottovalutare.

Le tecnologie CCS sono destinate a svolgere un ruolo centrale per aiutare l’Europa a conseguire a lungo termine gli obiettivi di riduzione dei gas serra in un modo conveniente dal punto di vista dei costi, riducendo le emissioni domestiche di gas serra tra 80 e 95% entro il 2050. L’implementazione del CCS è, quindi, considerata come una tecnologia ponte e non dovrebbe determinare ostacoli o ritardi per gli obiettivi dell’UE di muoversi verso un più basso consumo energetico e più efficiente uso delle risorse.
Nell’Unione europea ci sono piani per costruire diversi impianti dimostrativi per la cattura e stoccaggio di CO2 al fine di commercializzare la tecnologia a partire dal 2020. Attualmente, ci sono circa 80 i progetti CCS su ampia scala a vari stadi di sviluppo in tutto il mondo, ma solo pochi sono operativi. Non ci sono ancora tecnologie CCS in funzione nei grandi impianti tali da coprire tutti e tre gli elementi della catena (trasporto, cattura e stoccaggio di CO2).

Infine, il Rapporto, “Gli eloquenti costi dell’inquinamento atmosferico provocato dagli impianti industriali in Europa”, calcola i costi sanitari e sull’ambiente delle emissioni di impianti industriali di grandi dimensioni, costituiti per lo più da centrali elettriche, raffinerie, industrie che utilizzano processi di combustione, impianti per lo smaltimento dei rifiuti ed alcune attività agricole.

“I costi stimati sono stati calcolati utilizzando le emissioni indicate dagli stessi impianti - ha chiarito la Prof.ssa McGlade - Utilizzando gli strumenti impiegati dai decisori politici per valutare i danni alla salute e all’ambiente, abbiamo scoperto alcuni dei costi nascosti dell’ inquinamento. Non possiamo permetterci di ignorare questi aspetti”.

Le emissioni delle centrali elettriche sono quelle che hanno inciso maggiormente con costi dei danni stimati in 66-112 miliardi di euro; altri contributi significativi ai costi dei danni sono dovuti ai processi produttivi (23- 28 miliardi) e a quelli di combustione (8-21 miliardi). Bisogna considerare, precisa l’Agenzia, che dall’analisi sono state escluse le emissioni provenienti dai trasporti, da molte attività agricole e dai consumi domestici, altrimenti il conto sarebbe stato più salato.

Principali conclusioni del Rapporto
Dall’analisi dell’EEA il costo derivante a tutti i cittadini europei dall’inquinamento industriale è stato mediamente nel 2009 tra i 200 e i 330 euro.
Paesi come Germania, Polonia, Regno Unito, Francia e Italia, dove si trova un elevato numero di strutture di grandi dimensioni, contribuiscono maggiormente ai costi totali dei danni. Se, viceversa, si introduce la variabile della produttività delle economie nazionali, le emissioni maggiori, in rapporto al numero di attività produttive, provengono da Paesi come Bulgaria, Romania, Estonia, Polonia e Repubblica Ceca. Tuttavia, quando i costi dei danni sono ponderati in un tentativo di riflettere la produttività delle economie nazionali, le emissioni provenienti da Paesi come Bulgaria, Romania, Estonia, Polonia e Repubblica Ceca sono quindi relativamente più importanti in relazione ai costi dei danni.
Un piccolo numero di impianti causa la maggior parte dei costi dei danni, 3/4 dei quali sono causati dalle emissioni di appena 622 impianti industriali, meno del 6% del totale. Gli impianti con emissioni associate ad un alto costo dei danni sono nella maggior parte dei casi, alcuni dei più grandi impianti d’Europa che rilasciano la maggior quantità di sostanze inquinanti.
Le emissioni di anidride carbonica (CO2) hanno contribuito maggiormente ai costi complessivi dei danni, circa 63 miliardi di euro nel 2009. Inquinanti atmosferici che contribuiscono alle piogge acide e possono causare problemi respiratori: anidride solforosa - SO2, ammoniaca - NH3, particolato - PM10 e ossidi di azoto NOX, sono stati individuati per aver causato tra i 38 e i 105 miliardi di euro all’anno.