Influenza aviaria: non abbassare la guardia

Influenza aviaria: non abbassare la guardia

La FAO lancia l’allarme: il mondo rischia una nuova ondata di influenza aviaria. I paesi non devono abbassare la guardia ma mantenere alto il livello di controllo e prevenzione per garantire la sicurezza della catena alimentare mondiale.

FAO-Aviaria

Nel 2006 il virus dell’influenza aviaria H5N1, identificato per la prima volta nella Repubblica di Corea tre anni prima, fece temere una pandemia a livello mondiale diffondendosi in ben 63 paesi di tre continenti e trascinando l'intero settore dell'allevamento avicolo verso il tracollo. 

Oggi, avverte la FAO, l'Organizzazione delle Nazioni Unite per l'Alimentazione e l'Agricoltura che ha sede in Italia, stiamo rischiando una nuova e disastrosa ondata d'influenza a meno che non rafforziamo a livello mondiale le misure di controllo e di monitoraggio di questa, ma anche di altre pericolose malattie di origine animale.

“La crisi economica internazionale ha significato minori risorse disponibili per la prevenzione contro il virus H5N1 e le altre malattie di origine animale. E questo vale non solo per le organizzazioni internazionali, ma anche per i singoli Paesi - ha affermato Juan Lubroth veterinario capo della FAO - Anche se tutti sanno che prevenire è meglio che curare, sono fortemente preoccupato perché oggigiorno i governi non sono in grado di mantenere alto il livello di guardia”.

È necessaria, invece, una stretta vigilanza nei confronti di questo virus, dal momento che grandi serbatoi di H5N1 esistono ancora in alcuni paesi dell'Asia e del Medio Oriente, dove la malattia è diventata endemica. In assenza di controlli adeguati, potrebbe facilmente diffondersi a livello globale, come è successo al momento della sua massima propagazione nel 2006. Non dimentichiamo inoltre che, come per altre malattie diffuse da animali selvatici, l'H5N1 può essere trasmesso agli esseri umani: secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) tra il 2003 e il 2011 si sono infettate oltre 500 persone e più di 300 sono decedute a causa del virus. 

Per evitare tali scenari apocalittici, la FAO punta sulla prevenzione: investire di più nella prevenzione ha un senso anche dal punto di vista economico, considerato l'enorme costo che comporta un'epidemia su larga scala. Tra il 2003 e il 2011 la malattia, infatti, ha ucciso o costretto all'abbattimento di oltre 400 milioni di polli e anatre domestiche causando danni economici per oltre 20 miliardi di dollari.

“Nonostante tutto, non vedo in atto iniziative concrete da parte delle autorità competenti in materia di sanità pubblica per contenere i focolai di influenza aviaria sebbene essa rappresenti una reale minaccia per la salute di animali ed esseri umani”, ha ribadito Lubroth.
E questo è ancora più deplorevole in quanto è stato dimostrato che con misure appropriate l’H5N1 può essere del tutto eliminato dal settore aviario proteggendo così sia la salute umana che le condizioni economiche di milioni di persone. Il pollame domestico è oggi immune dal virus nella maggior parte dei 63 Paesi che erano stati infettati nel 2006, tra essi la Turchia, Hong Kong, la Tailandia e la Nigeria. E dopo molti anni d'intenso lavoro ed impegno finanziario internazionale, anche in Indonesia si stanno facendo grandi passi avanti contro di esso. 

Secondo Lubroth un'altra minaccia crescente è rappresentata dalla peste dei piccoli ruminanti (PPR), una malattia altamente contagiosa, che può decimare intere greggi di capre e di pecore. “Attualmente la malattia si sta espandendo nell’Africa Sub-Sahariana, causando enormi danni nella Repubblica Democratica del Congo, uno dei paesi maggiormente colpiti, e sta iniziando a diffondersi anche in Africa Australe - ha dichiarato Lubroth - L'ironia della situazione è che contro la PPR esiste un validissimo vaccino, ma poche persone lo stanno usando. Spesso malattie come la PPR si diffondono non solo a causa di difficoltà economico-finanziarie, ma anche per una reale mancanza di volontà politica o una pessima pianificazione delle attività da compiere”.
Investire nella prevenzione significa, invece, migliorare l'igiene, i controlli ai mercati e alle frontiere e le misure sanitarie negli allevamenti. Significa attrezzare laboratori e formare personale in grado di fare diagnosi precoci e rispondere efficacemente in caso di epidemie, ed organizzare adeguati servizi di divulgazione per aiutare i piccoli allevatori.

“Nonostante le ristrettezze di bilancio, le organizzazioni internazionali dovrebbero provare a fare di più attraverso azioni mirate e concrete. Abbiamo bisogno di lavorare insieme per garantire la sicurezza della catena alimentare globale. I costi e i pericoli dell’inazione sono troppo alti” ha concluso Lubroth.


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