Secondo lo Studio della CGIA di Mestre i costi per cittadini e imprese per il servizio di raccolta, trasporto e smaltimento dei rifiuti continueranno a salire anche quest'anno per effetto dell'inefficienza gestionale di molte aziende che, di fatto, operano in regime di monopolio, nonostante la produzione dei rifiuti sia diminuita e la raccolta differenziata sia aumentata.

Introdotta con la "Legge di Stabilità 2014", la TARI (acronimo di Tassa Rifiuti) ha preso il posto della TARES (Tassa sui rifiuti e sui servizi) che fu inserita nel DL "Salva Italia", previsto dalla manovra finanziaria 2012, che sostituiva a sua volta le precedenti TIA (Tariffa di Igiene Ambientale) e TARSU (Tassa per lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani).

Doveva ottemperare al principio comunitario "chi inquina paga" ovvero di far pagare in base all'ammontare dei rifiuti prodotti, ma in realtà si è tradotta riduttivamente nel principio che il costo del servizio in capo all'azienda che raccoglie i rifiuti dev'essere interamente coperto dagli utenti, attraverso il pagamento della tassa.

Così, mentre negli ultimi anni, anche per effetto della crisi economica, i rifiuti urbani sono diminuiti e la raccolta differenziata si è incrementata, come certificato dai Rapporti dell'ISPRA il costo economico del servizio sulle famiglie è aumentato, secondo quanto emerge da uno Studio diffuso in questi giorni dalla CGIA di Mestre.
Tra il 2010 e il 2015, una famiglia con 4 componenti che vive in una casa da 120 mq ha subìto un aumento del prelievo relativo all'asporto rifiuti del 25,5%, pari, in termini assoluti, ad un aggravio di ben 75 euro.

Un'altra di 3 componenti, che abita in un appartamento da 100 mq, ha subito un aumento del 23,5% (+57 euro).
Un nucleo di 3 persone che risiede in un'abitazione da 80 mq, invece, ha dovuto pagare il 18,2% in più (+35 euro).

Per le attività economiche, le cose sono andate anche peggio.
Nonostante la forte riduzione del giro d'affari, ristoranti, pizzerie e pub con una superficie di 200 mq hanno subito un incremento medio del prelievo del 47,4%, pari, in termini assoluti, a +1.414 euro. Un negozio di ortofrutta di 70 mq, invece, ha registrato un incremento del 42% (+ 560 euro), mentre un bar di 60 mq ha dovuto versare il 35,2% in più, pari ad un aggravio di 272 euro. Più contenuto, ma altrettanto pesante, l'aumento subito dal titolare di un negozio di parrucchiere (+23,2 %), dai proprietari degli alberghi (+17%) e da un carrozziere (+15,8%).

E i costi continueranno a salire: quest'anno le famiglie e le imprese italiane pagheranno 9,1 miliardi di euro.

Tra il 2017 e il 2016, infatti, i negozi di frutta, i bar, i ristoranti, gli alberghi e le botteghe artigiane subiranno un aumento della tariffa dei rifiuti oscillante tra il 2% e il 2,6%, percentuali doppie rispetto all'infrazione prevista all'1,2%.

Per le famiglie, invece, l'incremento sarà leggermente più contenuto. Per un nucleo con 2 componenti la maggiore spesa sarà del 2%, con un nucleo di 3 persone dell'1,9% e con 4 persone dello 0,9%.

"Fino a che non arriveremo alla definizione dei costi standard - ha spiegato Paolo Zabeo, coordinatore dell'Ufficio studi della CGIA - possiamo affermare con buona approssimazione che con il pagamento della bolletta non copriamo solo i costi di raccolta e di smaltimento dei rifiuti, ma anche le inefficienze e gli sprechi del sistema. Ricordo che, secondo l'Antitrust, tra le oltre 10mila società controllate o partecipate dagli enti locali che forniscono servizi pubblici, tra cui anche la raccolta dei rifiuti, il 30% circa è stabilmente in perdita. Una cattiva gestione che la politica locale non è ancora riuscita a risolvere".

Secondo la CGIA, le aziende di raccolta rifiuti, di fatto, operano in condizioni di monopolio, con dei costi spesso fuori mercato che famiglie e attività produttive, nonostante la produzione dei rifiuti sia diminuita e la qualità del servizio offerto non sia migliorata, sono chiamate a coprire con importi che in alcuni casi sono del tutto ingiustificati. Anche perchè sebbene in questi ultimi due anni il Governo abbia imposto l'obbligo di non aumentare le tasse locali, ha spiegato la CGIA, gli amministratori si sono "difesi" tagliando i servizi o aumentando le tariffe che, per loro natura, non contribuiscono ad appesantire la pressione fiscale, anche se hanno un impatto molto negativo sui bilanci di famiglie e imprese.
"Proprio per evitare che il costo di possibili inefficienze gestionali si scarichi sui cittadini - ha ricordato il Segretario della CGIA di Mestre, Renato Mason - la Legge di Stabilità 2014 aveva previsto che, dal 2016, la determinazione delle tariffe avvenisse sulla base dei fabbisogni standard. Il Parlamento, successivamente, ha però prorogato tale disposizione al 2018. Pertanto, bisognerà attendere ancora un po' affinché le tariffe coprano solo il costo del servizio determinato dai costi standard di riferimento".