Il "Rapporto sulla Crescita inclusiva e Sviluppo" del World Economic Forum, pubblicato alla vigilia dell'annuale forum di Davos (17-20 gennaio), che cerca di offrire un nuovo modello di crescita basato non solo su indicatori macroeconomici (PIL), ma soprattutto sugli standard di vita dei cittadini, colloca il nostro Paese al 27° posto all'interno del gruppo dei 29 Paesi dalle economie più avanzate.

Alla vigilia dell'annuale incontro (Davos, 17-20 gennaio 2017), a cui prendono parte oltre 2.500 esponenti del mondo economico, politico, scientifico e culturale provenienti da circa 90 Paesi, con la presenza sul posto di quasi 500 addetti ai media nazionali e internazionali, che ne seguiranno lo svolgimento, il Word Economic Forum (WEF) ha pubblicato il 16 gennaio 2017 "The Inclusive Growth and Development Report 2017".

Il focus tematico del Forum di quest'anno è "Responsive and responsible leadership" (Leadership pronta e responsabile). In tutto il mondo crescita e produzione stanno rallentando e molti cittadini a livello globale sono alle prese con un aumento di disparità di reddito e di ricchezza e una crescente polarizzazione della società, che nel "Global Risks Report 2017", pubblicato nei giorni precedenti, sono state classificate, rispettivamente, prima e terza tendenza di fondo che determineranno sviluppi a livello mondiale nei prossimi dieci anni, così come l'alto tasso di disoccupazione o sottoccupazione strutturale risulta come il rischio interconnesso con una profonda instabilità sociale.

In questo quadro si inserisce il Rapporto del WEF che indica ai Governi la necessità di mettere in atto il prima possibile dei "nuovi modelli di crescita" basati soprattutto sull'aumento degli standard di vita dei cittadini e su un nuovo modo di applicare le riforme strutturali.
"C'è un consenso globale sulla crescita inclusiva, ma è stato molto più direzionale che pratico - ha osservato Richard Samans, membro del Managing Board del World Economic Forum - Per rispondere in modo più efficace alle preoccupazioni sociali, le politiche economiche hanno bisogno di una nuova impostazione, basata sugli standard di vita e su una nuova mappa mentale in cui le riforme strutturali vengano ripensate e riapplicate, proprio con questo obiettivo finale: una crescita che includa e che abbia benefici per tutti. E gli economisti non devono più pensare in termini di macroeconomia, supervisione finanziaria e politica commerciale".
In altre parole bisogna mettere in secondo piano la tradizionale attenzione macroeconomica, di vigilanza finanziaria e politica commerciale ed anche la competitività, secondo il WEF, diventa un valore aggiunto.

A differenza del Global Competitiveness Index del WEF che prende in esame gli indicatori macroeconomici, l'Inclusive Development Index (IDI) si basa su 7 indicatori base e 15 sottocategorie, che riguardano: lstruzione e competenze; Servizi di base e infrastrutture; Corruzione e Rendite; Intermediazione finanziaria negli investimenti dell'economia reale; Costruzione di Asset e Imprenditoria; Occupazione e Retribuzione del lavoro; Trasferimenti fiscali.

L'IDI ha valutato la maggior parte dei Paesi, assegnando un punteggio per ogni indicatore. La somma dei punteggi conseguiti ha determinato una classifica o, meglio, 2 classifiche: una per i Paesi dalle economie più avanzate (30); l'altra, per i Paesi dalle economie in via di sviluppo (79).
La classifica per il 2017 vede primeggiare i Paesi del nord-Europa, che oltre a garantire una "tradizionale" sicurezza sociale sono stati in grado di dimostrare di essere economie capaci di attrarre capitali esteri. Educazione, servizi di base, infrastrutture, livello di corruzione, lavoro.
In testa c'è la Norvegia, seguita da Lussemburgo, Svizzera, Islanda, Danimarca e Svezia. Quindi al 7° posto si piazzano i Paesi Bassi, all'8° l'Australia, al 9° la Nuova Zelanda, al 10° l'Austria. La Germania è 14ma e la Francia 19ma.
L'Italia è inserita nell'ultimo gruppo dei Paesi ad economia avanzata al 27° posto, sopravanzata dalla Spagna e seguita solo da Portogallo e Grecia dal momento che Singapore non è stato incluso nella classifica finale per mancanza di dati disponibili sulla povertà e sul reddito medio.

Dalla scheda dedicata al nostro Paese emerge che siamo collocati: al 26° posto per Istruzione e competenze; al 25° per Occupazione e retribuzione; al 29° per Costruzione di Asset e Imprenditoria; al 28°posto su 28 per Investimenti nell'economia reale; al 26° per corruzione; al 28° posto per i servizi di base, anche se abbiamo una buona valutazione per la sanità; al 25° per i trasferimenti fiscali.

Nel Report, il giudizio sintetico sull'Italia è assai severo e suona come una vera e propria bocciatura.
"Il Paese nel mezzo dell'instabilità politica si colloca al 27° posto dell'IDI su 29 Paesi dall'economia avanzata punteggio complessivo che si è ridotto negli ultimi cinque anni, riflettendo lo scarso rendimento in termini di crescita, occupazione e equità intergenerazionale, con un elevato rapporto debito-PIL destinato a pesare sulle generazioni future - vi si si legge - Ci sono anche alti livelli di esclusione economica - 21° posto per i livelli di povertà e disuguaglianza. Il quadro mostra che il sistema di protezione sociale dell'Italia non dà risposte a queste preoccupazioni, non essendo particolarmente generoso, né particolarmente efficiente. L'Italia soffre anche per la corruzione dilagante ed è motivo di preoccupazioni l'imprenditorialità e l'etica politica. L'imprenditoria è condizionata da scarso accesso ai finanziamenti - un problema correlato a bassi livelli di attività di ricerca e brevettazione - che limita la creazione di posti di lavoro e la crescita. In questo contesto, la disoccupazione, il lavoro part-time non volontario, il lavoro sommerso e quello precario rimangono elevati, come pure è estremamente bassa la partecipazione delle donne al mondo del lavoro ed è alto il divario retributivo di genere. Inoltre, c'è poco mobilità sociale, come indica l'alta persistenza di differenziali retributivi tra le generazioni".