Dai dati sul servizio idrico integrato del Rapporto “Blue Book 2014” emerge la differenza tra il Nord e il Sud del Paese e la mancata realizzazione delle infrastrutture necessarie ci distanzia da molti altri Paesi europei, anche se ha livello di Comunità c’è ancora da fare per un uso più efficiente della risorsa vitale acqua, come evidenziato dall’Agenzia Europea dell’Ambiente.

Acque

Eccessiva frammentazione degli operatori e necessità di investimenti nelle infrastrutture: è questa la situazione la situazione del servizio idrico in Italia che emerge dal “Blue Book 2014”, realizzato da Fondazione Utilitatis in collaborazione  Federutility (Federazione dei gestori del servizio idrico) e presentato il 14 maggio 2014 a Roma, presso la nuova Aula dei Gruppi Parlamentari.
Il Rapporto, giunto alla VIII edizione, mette in evidenza come a 20 anni dalla cosiddetta “legge Galli” sul riordino del servizio idrico integrato non si sia ancora raggiunto l'obiettivo di aggregazione delle aree in ATO e che permanga una differenza tra Nord e Sud dell'Italia in materia di fognatura e depurazione.

In particolare, emerge che l'11% dei Comuni gestisce ancora in modo diretto e non tramite un gestore il servizio e un altro 19% degli enti locali ha una gestione obsoleta o transitoria. Solo il 70% della popolazione è quindi coperta da affidamenti conformi al Codice ambiente.
Esiste poi una forte frammentazione degli operatori nonostante il previsto accorpamento, con realtà in cui un solo operatore gestisce oltre 4 milioni di cittadini e altre in cui si mantiene un gestore per solo 500 abitanti.
Su fronte dei servizi di fognatura e depurazione, Fondazione Utilitatis e Federutility puntano il dito contro la mancata realizzazione delle infrastrutture necessarie: attualmente solo il 78,5% della popolazione è connessa ai depuratori.
Un ritardo nella mancata realizzazione delle infrastrutture, che, come è stato ricordato, è costato all’Italia una nuova condanna della Corte europea di Giustizia e che potrebbe comportare al 2016 sanzioni milionarie e sospensione dei fondi europei.

Per allinearci agli standard europei servirebbero circa 5 miliardi di euro all'anno di investimenti, pari a 80 euro per abitante all'anno. Attualmente, si legge nel rapporto, "investiamo nel servizio idrico circa 30 euro ad abitante all'anno", per un totale di ''1,6 miliardi di investimenti di cui solo 0,3 miliardi da fondi pubblici''; mentre ''il fabbisogno di investimenti nazionale ammonterebbe a oltre 3 miliardi all'anno, pari a 51 euro per abitante all'anno'', con cui non si riesce a fare ''manutenzione straordinaria''.
Nell’Unione europea, ci sono Paesi che investono ben di più: Danimarca (129 euro per abitante all'anno), Regno Unito (102 euro), Francia (88 euro).

Di recente, l’Agenzia Europea dell’Ambiente ha rilasciato un Rapporto, redatto in collaborazione con le principali Associazioni dell’acqua in Europa (IWA, EWA, EUREAU, WssTP) che rappresentano complessivamente circa 70.000 enti che erogano acqua per circa 400 milioni di persone, per aiutare l’UE a raggiungere i suoi obiettivi di utilizzo efficiente di una risorsa vitale, qual è l’acqua.

Il Rapporto fa seguito alla Comunicazione. con cui la Commissione UE, in risposta all’iniziativa dei cittadini europei “L’acqua è un diritto”, la prima iniziativa che ha raggiunto il numero sufficiente di firme (1.680.000), ha preso l’impegno per migliorare la trasparenza e la responsabilità dei prestatori di servizi di acqua nel dare ai cittadini l'accesso ai dati comparabili sui principali indicatori economici, tecnici e qualitativi, precisando tuttavia che “le modalità di gestione dei servizi idrici sono esclusivo appannaggio delle autorità pubbliche degli Stati membri”.

I risultati principali del Rapporto sono che:
il volume di acqua persa a causa di perdite varia enormemente in tutta Europa, con valori medi compresi tra 1m3 e 10m 3 per chilometro di tubo al giorno;
- il trattamento delle acque reflue è più efficace in impianti di depurazione di maggiori dimensioni, che rilasciano relativamente bassi livelli di emissioni di nutrienti rispetto a strutture più piccole;
- la gestione delle acque urbane utilizza circa il 5,5% del consumo totale di elettricità delle famiglie, come se ogni persona tenesse costantemente accesa una lampadina che consuma 10W.

Queste stime non comprendono la gestione delle acque reflue industriali.