Ci sono gli stessi apicoltori e più alveari, ma meno miele: le cause principali sono da attribuire al cambiamento climatico e all’intensivo uso di pesticidi.

produzione miele 2016

Anno nero per le api. Il 2016 ha visto un crollo nella produzione di miele del 70% ed è considerato il dato peggiore degli ultimi 35 anni, addirittura inferiore al 2008. I dati riferiscono che, rispetto al 2015, si sono prodotte circa 400 tonnellate in meno di miele di acacia, ma anche le altre qualità hanno segno negativo.

A dare l’allarme è stato il CONAPI (Consorzio Nazionali Apicoltori) che, oltre a temere una produzione sempre più bassa di miele, mette in guardia sulla perdita di insetti preziosissimi per l’ecosistema, in quanto impollinatori naturali di frutta e verdura.

Andando nel particolare, la produzione biologica di miele è calata moltissimo, per quanto riguarda quello di acacia sono state prodotte 184 tonnellate rispetto alle 437 tonnellate del 2015; il miele di agrumi è sceso alle 35 tonnellate (54 nel 2015). Anche la produzione di miele convenzionale, sia di acacia che di agrumi, è diminuita, rispettivamente si è passati dalle 266 tonnellate del 2015 alle 91 tonnellate del 2016, e dalle 174 tonnellate del 2015 alle 148 tonnellate del 2016. Ad aggravare la situazione c’è anche il fatto che il numero di apicoltori non è cambiato e, addirittura, sono aumentati gli alveari messi a disposizione.

produzione media miele

Vista la problematica del miele, il CONAPI invita i consumatori a stare attenti alla merce che viene venduta e, soprattutto, a comprare la qualità di miele che ha avuto maggior produzione nel 2016, il coriandolo. Infatti, un’ulteriore preoccupazione si presenta al momento della commercializzazione del prodotto: non solo la merce risulterà con i prezzi in rialzo, ma potrebbero esserci dei casi di sofisticazione, cioè l’alterazione della genuinità del prodotto. I prodotti sofisticati riescono ad entrare in Italia soprattutto grazie al commercio tra i Paesi europei e la Cina.

Il miele italiano è sicuramente un'eccellenza e siamo tra coloro che meglio lavorano in purezza. A noi il compito di mantenere alto il livello di vigilanza e dare continuità alle iniziative di sostegno al settore – ha dichiarato Andrea Olivero, Viceministro alle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali – La qualità del miele italiano non dipende solo dalle vantaggiose caratteristiche climatiche del Paese ma soprattutto dalla professionalità dei nostri apicoltori. Il tema dell'italianità non è dunque  solo un tema di bandiera ma di reale qualità”.

Progetti di monitoraggio della salute di questi insetti sono iniziati già nel 2009. La Rete Nazionale di Monitoraggio Apistico, che si occupa di delineare un quadro sulla salute delle api e sulle cause che potrebbero portare al loro avvelenamento, si è divisa in più progetti, il primo “Apenet”, condotto nel biennio 2009-2010, e il secondo “Beenet”, durante il periodo compreso tra il 2011 e il 2014. All’interno del nuovo progetto “BeeNet”, le api assumeranno il ruolo di indicatori biologici della salute dell’ambiente. Infatti le api saranno il parametro con cui valutare il rischio di immissione di troppi inquinanti ambientali, come i pesticidi.

L’andamento negativo della produzione di miele non riguarda solo l’Italia, ma l’Europa in generale. Infatti, i dati mostrano che anche i Paesi dell’Est, grandi produttori di miele, riscontrano un deciso calo della produzione. Questo crea ancor più preoccupazioni riguardo alla salute dei piccoli insetti. Il problema, non essendo solo della nostra penisola, ma cresciuto ormai a livello internazionale, deve essere affrontato nel migliore dei modi per favorire la sopravvivenza delle api.

Le cause che portano ad una perdita consistente della produzione del miele riguardano il fattore umano. Infatti, con l’agricoltura, industriale e non, con l’utilizzo dei pesticidi e con i cambiamenti climatici, il numero degli impollinatori è fortemente in declino, basta solo valutare che nel 2007 l’Italia ha visto dimezzarsi il numero totale di api. L’agricoltura, ad esempio, può causare la perdita sia di habitat naturali che della biodiversità, ciò provoca un calo delle api selvatiche, ma ha effetti secondari sulle api da allevamento. I cambiamenti climatici, dall’innalzamento delle temperature alle precipitazioni estreme, possono causare effetti negativi sugli insetti, non solo a livello individuale ma anche sulla specie.

I pesticidi, di cui uno studio recente ne ha trovati 30 residui diversi nei pollini immagazzinati negli alveari, sono una delle cause principali di morte delle api, in quanto riducono sensibilmente la loro capacità di foraggiamento, in questo caso il problema riguarda sia quelle da allevamento che quelle selvatiche. Inoltre, i pesticidi riducono la fertilità nei fuchi, i maschi, anche se servono ulteriori ricerche per capire gli effetti sulla riproduzione nel loro ambiente naturale. Un altro studio, però, ha dimostrato che le api maggiormente esposte ai pesticidi hanno un quantitativo di cellule riproduttive minori rispetto a quelle che non vi entrano in contatto. Inoltre, i pesticidi sembrano riuscire a ridurre la fertilità anche nell’ape regina, rendendola in cattiva salute e mettendo a rischio la sopravvivenza dell’intera colonia.

Non si può dire con certezza però se questa sia o meno la causa della crescente perdita delle api. Probabilmente vi è una combinazione di diversi fattori, come malattie, parassiti e perdita dell’habitat che influiscono insieme con i pesticidi.