A Monteveglio (BO) si recupera il senso di responsabilità

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In altra parte di questo stesso numero abbiamo dato spazio ad un recente studio che indica, per la riduzione delle emissioni climalteranti, la possibilità di azioni efficaci “bottom up” per colmare la differenza tra le azioni volontarie dei Paesi UNFCCC e quelle che sarebbero necessarie per raggiungere l’obiettivo di mantenere entro i 2 °C l’aumento della temperatura globale entro la fine del secolo (cfr: “Colmare il divario? Si può!”, a pag. 8 di questo stesso numero). 

In tale contesto, le azioni che i singoli cittadini e le piccole comunità sono in grado di compiere hanno un ruolo fondamentale per raggiungere l’obiettivo. Di fronte al riscaldamento globale, alla penuria di risorse naturali ed energetiche, all’incapacità della politica di dare risposte adeguate alle crisi incombenti, autonomamente e concretamente gruppi ed organizzazioni cercano di trovare soluzioni ed accorgimenti per cambiare il modello di vita imposto dal consumismo senza limiti e riappropriarsi di quello più naturale, basato sulla qualità della vita e sulle relazioni tra le persone, come cercano di fare gli aderenti al movimento “Transition Towns” (Città in Transizione).

Nato in Irlanda nel 2006, si è subito diffuso in Gran Bretagna dove molte cittadine, soprattutto nel Devonshire, hanno deciso di aderire al movimento fondato da Rob Hopkins, Ricercatore presso l’Università di Plymouth e già insegnante di Permaculture, filosofia o modello di vita etico ovvero approccio sistemico per creare habitat sostenibili per l’uomo, analizzando e duplicando i modelli naturali.

Sul sito di una di queste località (Totnes) è riproposta in epigrafe una frase attribuita al grande e geniale architetto statunitense R. Buckminster Fuller: “Contrastando la realtà esistente, non cambi mai le cose. Per cambiar qualcosa, devi costruire un nuovo modello che renda obsoleto quello esistente”.

Poiché i modelli di vita non si cambiano di punto in bianco, le Transition Towns svolgono un’intensa attività educativa per condurre un’esistenza più sostenibile tramite piccole e quotidiane azioni che riducano i consumi di energia e materie prime.

Il nostro futuro sarà più locale, userà meno energia e apprezzerà di più quel che l’energia ci offre - ha affermato il fondatore del movimento - Ma, all’interno di questa affermazione, ci sono i semi di un futuro molto più soddisfacente, più prosperoso e solidale”.

Le Transition Towns intravedono pure l’opportunità di recuperare “arti e mestieri” che la semplificazione della vita, favorita dal petrolio, aveva fatto dimenticare, determinando, al contempo, la perdita del senso di identità della comunità di appartenenza e della solidarietà.

Anche in Italia il movimento fa proseliti, soprattutto in Emilia-Romagna dove si trovano più della metà delle città italiane riconosciute dalla rete Transition Towns.
Ad aprire la strada è stato Monteveglio, comune di oltre 5.000 abitanti a ridosso dell’Appennino bolognese, che è divenuto la prima Città in Transizione continentale, richiamando l’attenzione dei media non soltanto nazionali, soprattutto dopo che l’Amministrazione Comunale con Deliberazione n. 92 del 26. 11. 2009 aveva approvato l’attuazione di un percorso istituzionale e partecipato per dichiarare “Monteveglio Città di Transizione”, dando il Patrocinio strategico all’omonima Associazione che si era costituita in precedenza, della quale riconosceva lo “scenario di riferimento, i metodi, gli obiettivi e l’approccio ottimistico”.

Ovviamente, questo non vuol dire che l’intero territorio di Monteveglio sia stato coinvolto, ma che un percorso viene avviato e iniziative vengono intraprese con partnership strategica dell’Amministrazione. Così, la nuova scuola primaria, attualmente in costruzione, con l’involucro in Classe A Gold (secondo lo standard di CasaClima), l’installazione di pannelli fotovoltaici e le pompe di calore sarà energeticamente autosufficiente; un edifico sottoposto a vincolo all’interno del Parco dell’Abbazia è stato ristrutturato secondo criteri di ecosostenibilità e dotato di impianto geotermico ad alta efficienza; è stato riattivato un vecchio mulino per favorire il processo di rifondazione dell’economia agricola locale attraverso la filiera del grano, dalla produzione al trattamento, ai consumatori finali; sono stati avviati orti sinergici che risparmiano l’acqua per innaffiare le colture; si è formato un gruppo di acquisto solare fotovoltaico e termico, per ridurre i costi ed incentivare l’installazione.

Quello che comunque ora ci preme di più è imparare a gestire dei processi: noi non vogliamo convincere nessuno della giustezza delle nostre idee, mettiamo solo a disposizione informazioni e strumenti per la gestione di un processo di trasformazione - ha dichiarato di recente a E-R Ambiente Cristiano Bottone, Referente italiano della rete Transition Towns e fondatore del primo Gruppo Guida a Monteveglio, dove risiede - Non importa tanto ciò che abbiamo fatto, ma come siamo riusciti a farlo. Alla fine ciò che conta è che tutte le parti del sistema siano più felici di prima, che si siano create delle relazioni promettenti tra le persone, che si sia generata la nascita di percorsi secondari”.

Non casualmente, la puntata di dicembre 2010 della trasmissione televisiva Report in cui si parlava di Monteveglio era dedicata ai “Consumatori difettosi ed agli indicatori della ricchezza”. Il consumo è diventato l’elemento unificatore che permea di sé luoghi e culture, con il rischio però che più si consuma, meno felici siamo. Ben vengano quindi quelle iniziative che attivano sul territorio il senso della responsabilità per i beni comuni.

Tra vent’anni non sarete delusi delle cose che avrete fatto, ma di quelle che non avrete fatto” (Mark Twain): sta scritto nel blog di Monteveglio Città di Transizione.