Un nuovo avvertimento ai decision maker mondiali riuniti da oggi a Davos arriva dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro che in un Rapporto appena pubblicato sottolinea come la disoccupazione nei prossimi anni continui ad aumentare, alimentando i rischi di disordini sociali, mentre l’economia globale entra in un nuovo periodo di crescita lenta e di turbolenza, sì che la sfida di portare i livelli occupazionali ai tempi pre-crisi appare un compito sempre più scoraggiante.

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L’Organizzazione Internazionale del Lavoro, l’Agenzia dell’ONU con sede a Ginevra che si occupa di promuovere la giustizia sociale e i diritti umani internazionalmente riconosciuti, con particolare riferimento a quelli riguardanti il lavoro in tutti i suoi aspetti, ha pubblicato il 20 gennaio 2015 il Rapporto “World Employment and Social Outlook - Trends 2015” (Prospettive occupazionali e sociali nel mondo - Tendenze 2015).
Dall’inizio della crisi nel 2008 si sono persi oltre 61 milioni di posti di lavoro, e le nostre proiezioni mostrano che la disoccupazione continuerà ad aumentare fino alla fine del decennio - ha dichiarato il Direttore generale ILO, Guy Ryder - Questo significa che la crisi occupazionale è tutt’altro che finita e che quindi non c’è da esserne soddisfatti”.

Nel Rapporto, infatti, si sottolinea che con il rallentamento della crescita economica le persone senza lavoro passeranno dagli attuali 201 milioni ai 2012 entro il 2019, con i giovani, specialmente le giovani donne, che ancora una volta porteranno il peso della crisi finanziaria e delle successive conseguenze.

In tale contesto, secondo l’ILO, la sfida di portare i livelli occupazionali ai tempi pre-crisi appare un compito sempre più scoraggiante.
La situazione dell’occupazione è migliorata negli Stati Uniti e in Giappone, ma rimane difficile in molte economie avanzate, in particolare nella zona euro.
Per l'Italia, il tasso di disoccupazione dovrebbe attestarsi al 12,3% nel 2017, dopo essere salito al 12,6% nel 2015, secondo la tabella delle stime contenuta nel Rapporto.
L'ILO ha previsto un tasso di disoccupazione globale del 5,9% quest'anno e il prossimo, rispetto al 5,5% prima della crisi finanziaria globale nel 2007.
Due regioni, l’Asia del Sud e l’Africa sub-Sahariana, contano insieme per i tre quarti dell’occupazione a rischio nel mondo. L’Asia dell’Est è fra le regioni che dovrebbero maggiormente ridurre l’occupazione a rischio: infatti, ci si aspetta una diminuzione dal 50,2% nel 2007 al 38,9% nel 2019.
La situazione non è migliorata molto in Africa sub-Sahariana, nonostante si siano registrati migliori risultati in termini di crescita economica. E le prospettive occupazionali si sono deteriorate nella regione araba e in parte della regione America Latina e Caraibi.

Secondo alcune previsioni, un prolungato forte calo dei prezzi del petrolio e del gas potrebbe portare un relativo miglioramento delle prospettive occupazionali in diverse economie avanzate e in diversi Paesi asiatici. Al contrario, un tale calo dei prezzi energetici colpirà duramente i mercati del lavoro nei principali Paesi produttori di petrolio e di gas, soprattutto in America Latina, in Africa e nella regione araba.
Nei Paesi in via di sviluppo, le classi medie costituiscono ora oltre il 34% dell’occupazione totale. I maggiori progressi si sono registrati nei Paesi emergenti e in quelli a basso reddito.
La buona notizia è che il numero dei lavoratori con un lavoro a rischio e quello dei lavoratori poveri è calato in tutto il mondo - ha sottolineato Ryder - Tuttavia, non è accettabile che, nel mondo, quasi metà dei lavoratori non possa tuttora soddisfare i bisogni di base e non abbia accesso al lavoro dignitoso”.

Il Rapporto dell’ILO, interviene subito dopo la pubblicazione di quello di Oxfam, accentuando quindi, qualora non fosse ancora compreso, che la crescente disuguaglianza di reddito continuerà ad allargarsi e che già ora il 10% più ricco guadagna il 30-40% del reddito totale, mentre il 10% più povero guadagna circa il 2% del reddito totale.
Il Rapporto spiega, inoltre, che l’aumento e la persistenza delle disuguaglianze, con le prospettive incerte per gli investimenti delle imprese, rendono più difficile per i Paesi l’uscita dalla crisi.
Se i salari bassi portano le persone a consumare meno e gli investimenti rimangono deboli, questo ha ovviamente un impatto negativo sulla crescita - ha osservato il Direttore ILO - In alcune economie avanzate, le disuguaglianze di reddito sono vicine ai livelli osservati nelle economie emergenti. Al contrario, i Paesi emergenti hanno fatto alcuni progressi per ridurre i propri livelli di disuguaglianze”.

Tali tendenze minano la fiducia nei confronti dei Governi e mantengono alto il rischio di disordini sociali, avverte il rapporto. I disordini sociali sono particolarmente acuti nei Paesi e nelle regioni in cui la disoccupazione giovanile è alta o ha conosciuto un rapido aumento.
In linea con il tasso globale di disoccupazione, i disordini sociali sono fortemente aumentati a partire dall’inizio della crisi nel 2008, raggiungendo ora livelli superiori di quasi il 10% rispetto a prima della crisi.
Solo nelle economie sviluppate e nei Paesi dell’Asia del Sud-est e della regione del Pacifico si è osservata una diminuzione dei disordini sociali, dopo i picchi registrati prima della crisi o al suo inizio. Ma anche lì, i livelli di disordini sociali sono significativamente al disopra delle loro medie storiche.

I fattori strutturali che condizionano il mondo del lavoro, come il declino della manodopera disponibile, determinato in parte dall’invecchiamento della popolazione in diverse parti del mondo, hanno indebolito la crescita economica globale.
Gli altri fattori includono i grandi cambiamenti nella domanda di competenze. A livello globale, è aumentata la proporzione sia dei lavori poco qualificati non di routine, come il personale di sicurezza e alcuni assistenti sanitari, sia quella dei lavori intellettuali altamente qualificati non di routine, come gli avvocati e gli ingeneri informatici. Al contrario, i lavori di routine mediamente qualificati, come contabilità o segretariato, sono in declino.
I dati sotto i nostri occhi sono preoccupanti - ha concluso Ryder - ma siamo in grado di migliorare il quadro economico generale se affrontiamo le debolezze di fondo, in particolare la continua mancanza di domanda aggregata, la stagnazione nell’Eurozona, le prospettive incerte per gli investimenti produttivi, soprattutto per le piccole imprese, e l’aumento delle disuguaglianze”.
Per l'Italia, il tasso di disoccupazione dovrebbe attestarsi al 12,3% nel 2017, dopo essere salito al 12,6% nel 2015, secondo una tabella di stime.