Nell’ambito di “Terra Madre Salone del Gusto” (Torino, 22-26 settembre 2016) è stata presentata la candidatura ufficiale della “Cultura del Tartufo” all’inserimento nella Lista rappresentativa del patrimonio culturale immateriale, secondo quanto previsto dalla Convenzione dell’UNESCO.

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Nell’ambito di “Terra Madre Salone del Gusto” (Torino, 22-26 settembre 2016) il più importante evento internazionale dedicato alla cultura del cibo, è stata presentata la candidatura della “Cultura del Tartufo” a Patrimonio Immateriale dell’Umanità, avanzata dall'Associazione Nazionale Città del Tartufo che riunisce 53 associazioni di 13 regioni e dal Centro Nazionale Studi Tartufo.
Ora, la candidatura sarà vagliata dalla Commissione Ministeriale dell’UNESCO, istituzione internazionale d’eccellenza impegnata nella valorizzazione e preservazione dei patrimoni materiali dell’umanità, per il suo inserimento nella Lista rappresentativa del patrimonio culturale immateriale inteso come “le prassi, le rappresentazioni, le espressioni, le conoscenze, il know-how – come pure gli strumenti, gli oggetti, i manufatti e gli spazi culturali associati agli stessi – che le comunità, i gruppi e in alcuni casi gli individui riconoscono in quanto parte del loro patrimonio culturale. Questo patrimonio culturale immateriale, trasmesso di generazione in generazione, è costantemente ricreato dalle comunità e dai gruppi in risposta al loro ambiente, alla loro interazione con la natura e alla loro storia e dà loro un senso d’identità e di continuità, promuovendo in tal modo il rispetto per la diversità culturale e la creatività umana”  (art. 2 della relativa Convenzione del 2003).
Attraverso la Lista rappresentativa, l’UNESCO garantisce visibilità agli elementi di cultura immateriale, allo scopo, tra l’altro, di accrescere la consapevolezza specifica rispetto al loro valore e a quello più generale del patrimonio culturale immateriale.

La candidatura negli anni è stata portata avanti dal Centro Nazionale Studi Tartufo che ha sede ad Alba e dall’Associazione Nazionale Città del Tartufo con due importanti partner scientifici quali l’Università degli Studi di Scienze gastronomiche di Pollenzo (Cuneo), fondata da Carlo Petrini, e l’Università di Siena. Risalendo oltre l’intensa promozione commerciale, i testimonial, l’utilizzo del prodotto nella ristorazione di prestigio in tutto il mondo che hanno felicemente caratterizzato gli ultimi anni e hanno contribuito alla valorizzazione turistica di molte aree in Italia, sono state documentate e analizzate antropologicamente le conoscenze orali e gestuali e le narrazioni intimamente connesse al tartufo attraverso interviste etnografiche raccolte lungo molte regioni italiane, dal Piemonte alla Campania, passando per la Lombardia, la Toscana, le Marche e l’Umbria negli ultimi venticinque anni, completate dalla ricerca bibliografica e d’archivio.
L’obiettivo della candidatura, che prende il nome di “Cultura del Tartufo”, è quello di certificare e formalizzare, difendere e tramandare il “mito del tartufo”, non solo come frutto dall’inestimabile valore, ma simbolo di una storia di rapporti tra uomo, natura, animale e tradizione.
I saperi materiali e immateriali connessi alla raccolta del tartufo costituiscono un complesso patrimonio orale, di gesti e parole che appartengono soprattutto alle generazioni più anziane - ha spiegato Piercarlo Grimaldi, Rettore e Professore ordinario di Antropologia culturale all’Università degli Studi di Scienze Gastronomiche che ha predisposto un libro e un filmato a corredo del progetto di candidatura - Questi saperi oggi a rischio di estinzione, vanno raccolti, archiviati e comunicati al fine di consegnare alle future generazioni queste preziose conoscenze altrimenti destinate all’oblio, al fine di dare nuova energia a un territorio e ai territori coinvolti e alla loro gastronomia”.

Alla base del fascino del Tartufo c’è la ricerca. Nella notte, in aree boschive, nella segretezza assoluta, uomini preceduti dal loro cane, fendono le brume notturne cercando riferimenti tra le piante alla ricerca di un albero che l’anno precedente ha garantito una raccolta fortunata. Pratiche e informazioni su luoghi propizi sono spesso tramandate di generazione in generazione verbalmente o al massimo annotate su quaderni o agende assolutamente non divulgabili.
Il tartufo è lusso e ristoranti di tendenza, cene memorabili e profumi indescrivibili, ma tanto del suo fascino si perderebbe se non ci fosse la “cerca”, non la semplice raccolta, come succede per le più comuni specie vegetali. La cerca è un gesto individuale, vissuto in simbiosi con il cane, è intuito e fortuna, conoscenza della delicata pratica dell’estrazione che avviene con il solo ausilio di uno strumento specifico per tipologia di terreno. La cerca del tartufo è un rito talmente impresso nel genius loci delle sue terre da renderlo parte integrante della cultura più intima del territorio.
La “ricerca del tartufo”: un patrimonio complesso di saperi, di tradizioni, di convenzioni non scritte che nascono come pratica di raccolta per diventare molto di più. Il cercatore ha un rapporto elettivo con il proprio cane, il “suo” bosco, i suoi segreti. Quando il cane inizia a “segnare” un punto specifico, il trifolao si china, raccoglie la terra, la annusa per verificare se il profumo di tartufo è forte e quindi il tartufo vicino, ma non sfugge un gesto altamente simbolico: la condivisione di un odore ancestrale, il ritorno ad un’epoca in cui il rapporto con la terra era proprio della condizione umana.
La tradizione della raccolta del tartufo bianco, spontaneo e di libera ricerca, è un prodotto culturale nazionale, lo si fa in tutta Italia, pur con declinazioni tradizionali diverse da luogo a luogo - hanno sottolineato Antonio Degiacomi, Presidente del Centro Nazionale Studi Tartufo, e Michele Boscagli, Presidente dell’Associazione Città del Tartufo - A partire dalla cultura del tartufo che ci proviene dalla tradizione vorremmo che si rinnovasse e aumentasse la coscienza della necessità di difendere il patrimonio naturale, che assomma piante simbionti, suolo, clima, ambiente idrogeologico e che riguarda istituzioni, proprietari di fondi, cercatori. È un aspetto strategico per il futuro del prodotto e delle terre che lo generano che la candidatura può favorire”.