Alla COP21 presentato dal Dipartimento dell’Agricoltura degli USA un Rapporto a cui hanno contribuito 31 ricercatori e scienziati di vari Paesi, che sottolinea come i cambiamenti climatici, tra gli altri impatti, mettano a rischio la produzione alimentare, i sistemi di trasporto e la stessa sicurezza alimentare globale, e che a rischiare di più saranno i poveri e coloro che vivono nelle regioni tropicali.

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Al tema dell’impatto dei cambiamenti climatici sulla “sicurezza alimentare” (la capacità di ottenere e utilizzare una quantità sufficiente di cibo sicuro e nutriente) sono state dedicate vari sessioni e numerosi eventi collaterali alla Conferenza ONU sul Clima di Parigi (COP21) che hanno posto in primo piano i rischi politici, sociali ed economici derivanti dalla futura maggiore richiesta di cibo e la minore disponibilità di suoli per effetto della desertificazione e dell’innalzamento del livello dei mari, nonché dalla scarsità dei raccolti per effetto di siccità e inondazioni.

Non si deve dimenticare che le cosiddette “primavere arabe” di questo secolo, i cui esiti sono tuttora sotto i riflettori dei media, sono iniziate con le proteste per i rincari del prezzo del pane, a seguito di cattivi raccolti in Russia, Ucraina, Stati Uniti, Canada che hanno fatto innalzare i prezzi dei cereali sui mercati, e che la crisi attuale della Siria e dei milioni di suoi abitanti che sono stati costretti ad andarsene a causa dei conflitti in corso, si inseriscono in un quadro più ampio di cause concomitanti che trovano nella siccità che ha colpito negli ultimi anni quella regione, uno dei fattori scatenanti, come abbiamo riportato in un recente post.

Come quell’articolo aveva scarsamente interessato i lettori, così l’intervista del Principe Carlo del 23 novembre 2015 in cui additava nella forte e prolungata siccità degli ultimi 5-6 anni “una delle motivazioni più evidenti di questo orrore che si sta verificando in Siria”, era stata ironicamente commentata su alcuni nostri quotidiani e dalla TV, salvo essersi astenuti da eguali considerazioni quando a condividere quelle idee è stata due giorni dopo la cancelliera tedesca Angela Merkel che al Bundestag ha affermato che “Arrivare ad un Accordo al termine della Conferenza sul clima di Parigi sarebbe un segnale meraviglioso nei confronti del terrorismo, della guerra e delle cause che spingono i migranti a lasciare i loro Paesi”.

Ritornando ai report sull’argomento presentati alla COP21, merita attenzione quello diffuso il 2 dicembre 2015 presso l’US Center dal Dipartimento dell’Agricoltura statunitense (USDA) e pubblicato sotto l’egida del Global Change Research Program (USGCRP) che coordina la ricerca degli enti federali degli USA per aiutare “la nazione e il mondo a comprendere, valutare prevedere e rispondere a processi indotti dall’uomo e naturali dei cambiamenti globali”.

Climate Change, Global Food Security, and the U.S. Food System”, frutto del lavoro di 31 autori di agenzie federali, università, Organizzazioni non governative, governative e intergovernative di 4 Paesi, individua gli effetti dei cambiamenti climatici sulla sicurezza alimentare mondiale, nonché le loro implicazioni sul sistema alimentare statunitense, e le sfide che attendono agricoltori e consumatori per adattarvisi.

Gli autori avvertono che, tra gli altri impatti, le temperature più calde e le variazioni nella distribuzione delle precipitazioni possono minacciare la produzione alimentare, interrompere i sistemi di trasporto e indebolire la sicurezza alimentare, sì che il progresso internazionale conseguito negli ultimi decenni nel  miglioramento della sicurezza alimentare sarà difficile che possa essere mantenuto. E a rischiare di più, saranno i poveri e coloro che vivono nelle regioni tropicali.

"Gli ultimi sei anni sono stati una storia di successo in termini di sicurezza alimentare mondiale - ha dichiarato il Segretario di Stato all’Agricoltura Tom Vilsack, presentando il Rapporto - Oggi ci sono duecento milioni di persone in meno a soffrire di insicurezza alimentare rispetto a sei anni fa. La sfida che dobbiamo affrontare è se siamo in grado di mantenere e addirittura accelerare questo progresso, nonostante le minacce dei cambiamenti climatici. Il rapporto che stiamo diffondendo mette in evidenza queste sfide e offre percorsi per evitare gli effetti più dannosi dei cambiamenti climatici”.

Di seguito sono riportati i principali risultati del Rapporto.

- L'impatto dei cambiamenti climatici sulla produzione agricola e sugli allevamenti è previsto più grande per le regioni tropicali e subtropicali, come l'Africa e l'Asia del Sud, anche se ci saranno delle differenze a livello regionale. Le popolazioni dei Paesi più ricchi e quelle delle regioni temperate rischiano di meno, anzi alcune regioni ad alta latitudine possono sperimentare temporaneamente aumenti di produttività, in parte per effetto delle temperature più calde e di maggior quantità di precipitazioni. Tuttavia, se si continuerà ad emettere più anidride carbonica e altri gas ad effetto serra che causano i cambiamenti climatici, anche queste regioni dovranno affrontare gli effetti dannosi durante la seconda metà di questo secolo.

- I cambiamenti climatici determineranno implicazioni importanti per i produttori alimentari e i consumatori negli Stati Uniti, dove è probabile che si verifichino cambiamenti nelle abitudini alimentari e nei costi dei prodotti importati. C’è da attendersi anche un aumento della domanda per le esportazioni agricole verso le regioni alle prese con difficoltà di produzione.

- I rischi dei cambiamenti climatici si estenderanno oltre la produzione agricola ad elementi di criticità dei sistemi alimentari globali, tra cui la lavorazione, lo stoccaggio, il trasporto e il consumo. Ad esempio, le temperature più calde possono avere un impatto negativo sulla conservazione degli alimenti e aumentare i rischi alimentari; il livello più alto dei mari e le variazioni al regime lacustre e fluviale possono ostacolare il trasporto.

- I rischi per la sicurezza alimentare aumenteranno con l’aumento dell’entità e della velocità dei cambiamenti climatici. In uno scenario peggiore, sulla base di alte concentrazioni di gas a effetto serra, ad elevata crescita demografica e contemporanea minor crescita economica, il numero di persone a rischio di denutrizione aumenterebbe di ben 175 milioni entro il 2080 rispetto al livello attuale che è di circa 805 milioni, invertendo i recenti successi che hanno determinato l’abbassamento sotto la soglia di un miliardo a partire dagli anni ’90.

- Si possono adottare misure per ridurre la vulnerabilità del sistema alimentare ai cambiamenti climatici, che vanno dai metodi più avanzati di coltivazione, allo stoccaggio in celle frigorifere, al miglioramento delle infrastrutture di trasporto, e ad altre strategie. Tali adattamenti, tuttavia, possono essere di difficile attuazione in alcune regioni a causa della disponibilità di acqua, scarsità di nutrienti dei suoli, infrastrutture, finanziamenti, o altri fattori.

Certamente, la sicurezza alimentare sarà influenzata da diversi fattori, oltre ai cambiamenti climatici, come ad esempio i progressi tecnologici, l'aumento della popolazione, la distribuzione della ricchezza e cambiamenti nelle abitudini alimentari, ma "Se la società continuasse su un percorso di elevate emissioni di gas serra, non ci sarebbe alcun modo per evitare che i cambiamenti climatici costituiscano la principale sfida per la produzione e distribuzione di cibo - ha osservato l’italiana Claudia Tebaldi, scienziata presso il National Center for Atmospheric Research ( NCAR), il Centro federale statunitense per gli studi sull’atmosfera di Boulder e co-autrice del voluminoso Rapporto - Se la società riducesse le emissioni, i cambiamenti climatici sarebbero ancora un fattore di stress sulla sicurezza alimentare, ma assieme ad altri fattori quali le condizioni socio-economiche che potrebbero risultare più cruciali".