Lo scioglimento dei ghiacci nell’Artico modifica la circolazione atmosferica

nevone

In occasione delle abbondanti nevicate verificatesi nel mese di febbraio, soprattutto nell’Italia Centro-meridionale, con un sensibile abbassamento delle temperature rispetto alla media del periodo, molti giornali ne hanno tratto occasione per mettere in dubbio la tesi della maggior parte degli scienziati, secondo cui stiamo andando verso un periodo climatico caratterizzato da innalzamento delle temperature medie globali e che tale fenomeno, soprattutto, è legato agli impatti antropici. 


“Ma non ci avevano detto che la Terra si sta riscaldando?”: è questa in sintesi l’ironica domanda che circolava in quei giorni su alcuni dei nostri media. È difficile convincere che il global warming è in atto e che si corre il rischio di non riuscire a frenarlo se non si interviene con tempestività, quando non si vuol accettare una tesi che mette in discussione il modello di sviluppo fin qui praticato.


Tuttavia, riteniamo che andare a leggere gli studi e i rapporti di chi questi fenomeni è deputato ad analizzare sia di gran lunga più efficace di qualsiasi inconcludente dibattito.

Il 12 gennaio 2012 (!) su Environmental Research Letters è stato pubblicato uno Studio, ricevuto il 3 novembre 2011 e accettato il 16 dicembre, dopo controllo (peer review), in cui si spiega come il rialzo delle temperature e lo scioglimento dei ghiacciai nelle regioni dell’Artico potrebbero innescare fenomeni di intense nevicate in autunno-inverno a più basse latitudini (cfr: J. L. Cohen, J. C. Furtado, M. A Barlow, V. A Alexeev and J. E. Cherry. “Arctic warming, increasing snow cover and widespread boreal winter cooling”, Environ. Res. Lett. 7 (2012) pp. 8 ).

Nel loro studio, i ricercatori hanno combinato i dati climatici e meteorologici da una varietà di fonti per stimare la copertura di neve dell’Eurasia che è risultata aumentata negli ultimi venti anni.
Indagando sui dati meteorologici è risultato che nel periodo preso in considerazione le temperature medie nella regione artica sono aumentate di quasi il doppio del tasso globale, mostrando un forte riscaldamento durante le estati e l’inizio dell’autunno, che ha determinato un diffuso scioglimento dei ghiacci del mare.
Questa atmosfera più calda e il maggior scioglimento dei ghiacci ha indotto una più forte evaporazione e un aumento dell’umidità, incrementando le probabilità di precipitazioni nevose nelle regioni a latitudini più basse.

Gli studiosi ritengono che l’incremento del manto nevoso abbia un effetto correlato nell’Oscillazione Atlantica (AO), facendola rimanere “nella fase negativa”. Scoperta piuttosto recentemente, AO è un gioco della pressione atmosferica che si riflette pesantemente sulla situazione meteorologica nell’Emisfero boreale.
In pratica, se nelle zone artiche c’è bassa pressione ci sarà mediamente alta pressione tra i 37 e i 45° Lat. N (fase positiva), in questo caso l’aria gelida si mantiene a Nord; viceversa, se la fase è negativa (alte pressioni nell’Artide e basse pressioni alle medie latitudini) la gelida aria settentrionale invade l’Europa e l’America Settentrionale (vedi figura in basso).

“Non c’è dubbio che il globo si sta riscaldando, determinando temperature più elevate in tutte le stagioni e località - ha affermato Judah Cohen, esperto di modelli climatici presso la Società di consulenza Atmospheric and Environmental Research di Lexington (MA-USA) e principale redattore dello studio - penso tuttavia che la tendenza all’aumento del manto nevoso ha portato ad un raffreddamento regionale, come dimostrato nello studio e non vedo alcun motivo per cui non possa proseguire nel prossimo futuro. Così, se continua a fare più caldo, le precipitazioni che avvengono sotto forma di neve si trasformeranno viceversa in pioggia, facendo diminuire il freddo invernale”.

Quindi, i fenomeni di intenso raffreddamento in questi ultimi anni in alcune regioni dell’Eurasia e del Nord con intense nevicate, come in Inghilterra nel 2010, negli USA l’anno scorso e in Europa Centro-meridionale quest’anno, potrebbero trovare spiegazione nella riduzione del ghiaccio marino artico, fenomeno pur sempre riconducibile al global warming.
Successivamente, un nuovo studio, questa volta pubblicato in anticipo on line, ha fornito un’ulteriore prova della relazione tra lo scioglimento dei ghiacci nelle regioni artiche e le intense nevicate in alcune aree circoscritte dell’emisfero settentrionale (cfr: J. Liu, J. A. Curry, H. Wang, M. Song and R: M. Horton. “Impact of declining arctic sea ice on winter snowfall”. Proceedinds of the National Academy of Sciences (PNAS), february 27, 2012). In questo studio, scienziati e ricercatori del Georgia Institute of Technology - School of Earth and Atmospheric Sciences, dell’Accademia delle Scienze della Cina - Istituto di Fisica Atmosferica e della Columbia University - Center for Climate Systems Research, hanno individuato due fattori importanti che spiegano le abbondanti nevicate dei recenti inverni, entrambi strettamente legati alla diminuzione di ghiaccio nel Mar Artico: i cambiamenti nella circolazione atmosferica e i cambiamenti nel contenuto di vapore acqueo nelle masse d’aria.

Le simulazioni effettuate hanno dimostrato che la riduzione del ghiaccio marino ha comportato un significativo riscaldamento della superficie del mare attorno alla Groenlandia e il Canada atlantico e un raffrdamento delle aree dell’Europa Centro-settentrionale, degli Stati Uniti del Nord e nella Cina centrale.
Analizzando i dati raccolti tra il 1979 e il 2010, gli scienziati hanno scoperto che ad una diminuzione in autunno di ghiaccio marino pari ad una superficie di 1 milione di km2 - le dimensioni dell’Egitto - ha fatto seguito una copertura nevosa invernale ben superiore al normale negli USA e nelle regioni centrali dell’Eurasia.

“Pensiamo che gli ultimi inverni nevosi potrebbero essere stati causati dalla riduzione dei ghiacciai del Mar Artico che hanno alterato i modelli di circolazione atmosferica, indebolendo i venti occidentali, aumentando l’ampiezza delle correnti a getto e la quantità di umidità nell’atmosfera - ha spiegato Jiping Liu, ricercatore senior presso la Scuola di Scienze della terra e dell’atmosfera presso l’Istituto di Tecnologia della Georgia - Questi cambiamenti di modello favoriscono un più frequente movimento di masse d’aria fredda a medie e basse latitudini in Europa e negli USA del Nord-est e del Middle-West”.

Se sono molteplici le cause che hanno determinato il riscaldamento del nostro Pianeta, non c’è dubbio che quelle antropiche sono risultate determinanti, come dimostrato in uno studio appena pubblicato di alcuni ricercatori italiani (cfr: Alessandro Attanasio, Antonello Pasini, Umberto Triaca. “A contribution to attribution of recent global warming by out-of-sample Granger causality analysis”. Atmospheric Science Letters, Vol. 13. Issue 1. Gennaio-Marzo 2012, pp. 62-72).

La ricerca focalizzatasi sull’esame di un modello previsionale, ha utilizzato un approccio completamente diverso, applicando ai dati climatici dal 1850 ad oggi una tecnica econometrica sviluppata dal Premio Nobel per l’Economia (2003), Clive Granger.
“Esaminando un modello previsionale che utilizzi solo i dati della temperatura nel passato, abbiamo verificato che l’inserimento delle forzanti naturali non ha nessun impatto sulla previsione, mentre considerare i gas serra conduce a un miglioramento previsionale significativo, che permette di ricostruire in maniera accurata la curva di temperature globali degli ultimi decenni - ha dichiarato Antonello Pasini dell’Istituto sull’inquinamento atmosferico del CNR, coautore dello studio assieme agli altri due colleghi dell’Università de L’Aquila - Questo conferma con una confidenza statistica del 99% che i gas serra di origine antropica hanno ‘causato’ la temperatura, ossia hanno avuto un forte influsso sul riscaldamento globale recente, mentre nessun rapporto di causalità è stato trovato per fattori naturali”.