Il monito di Centralia

Il monito di Centralia

Quando la realtà supera la fantasia

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Una città fantasma, come ce ne sono tante in America e nel mondo (anche nel nostro Paese, peraltro, méte di gite domenicali e curiosi “pellegrinaggi” di appassionati dell’insolito e del bizzarro). 

Ma questa è diversa…

Le poche case rimaste in piedi pendono inclinate secondo angoli strani e inconsueti, ad indicare non già la natura geologica dei cedimenti, bensì altre cause… Le strade sono dissestate e gibbose, ma erbacce ed arbusti infestanti non vi attecchiscono né gli alberi d’intorno sembrano godere di ottima salute.

Qua e là l’asfalto si innalza in gobbe curiose e rivela profonde fratture dalle quali si innalza un fumo acre e biancastro.
L’aria è irrespirabile e dove il manto stradale non è liquefatto, comunque… scotta!
Non è il set di qualche film horror: qui tutto è spaventosamente reale….
Da più di quarant’anni…
Perché siamo a: Centralia!

Le prime informazioni su questa amena cittadina nelle quali si è imbattuto chi scrive sono contenute in un capitoletto dell’esilarante “Una passeggiata nei boschi” del giornalista americano di origine inglese Bill Bryson, acuto osservatore di luoghi e caratteri, il cui nome è stato a lungo legato alla narrativa di viaggio; al viaggio inteso come scoperta e come percorso di crescita culturale, non già mero intrattenimento o vacanza.

Ebbene, il nostro Bryson, all’età di 44 anni e senza alcuna esperienza di trekking, decide di percorrere a piedi, un sentiero che si snoda attraverso 14 Stati d’America (dalla Georgia al Maine): il famoso Appalachian Trail.
Nell’avventura tragicomica, lo accompagna Stephen Katz (ormai quasi obeso e appesantito dall’alcoolismo), il compagno di scuola che a diciassette anni aveva condiviso con il nostro una “passeggiata” di quattro mesi alla scoperta dell’Europa degli anni ’70.

L’impresa che, sulla carta rappresenta il miraggio di tutti gli appassionati di trekking del mondo, si rivela una sorta di “viaggio iniziatico” e “percorso salvifico” per due rappresentanti del mondo contemporaneo, alle prese con le elementari norme di sopravvivenza nella natura selvaggia; nonché una analisi impietosa di cosa accade “dietro le quinte” della Grande America, nelle province rurali e montane dove l’attacco di un orso, il morso di un serpente, la puntura di una zecca, la caduta da un dirupo o la meno impossibile furia omicida di un deviato, possono fare la differenza fra la vita e la morte.

Ma la “passeggiata” di Bryson non si limita alla ri-scoperta della Natura intorno a sé; l’acuto osservatore prende spunto dai luoghi che attraversa per raccontare di un’America che non c’è sui libri di storia dall’angolazione privilegiata del testimone oculare.

È con questo spirito che, attraversando la Contea di Columbia (Pennsylvania, lo Stato che per oltre 50 anni “ebbe il monopolio su uno dei prodotti più preziosi del mondo, il petrolio, e un ruolo di assoluto predominio nella produzione di carbone”), si imbatte in Centralia, curioso e tragico memento alla stupidità dell’uomo, allorquando si confronta in maniera miope con lo sfruttamento sregolato delle risorse naturali.

Centralia è, forse era è più indicato, una città mineraria sorta all’inizio dell’era industriale sopra un ricchissimo giacimento di antracite pura (oltre il 90% di carbonio in peso per una quantità stimata all’epoca di circa 24 milioni di tonnellate).
Una vera manna per l’industria estrattiva che poteva così far fronte alle richieste della nascente industria manifatturiera statunitense.
Infatti, Centralia crebbe e si sviluppò sopra la terra e anche sotto di essa in un labirinto intricato di pozzi e gallerie scavati su più livelli.

Quando, all’alba del ‘900, l’estrazione dell’antracite fu considerata non più conveniente, non solo Centralia perse l’unica massiccia fonte di guadagno per la popolazione locale (la storia non ci dice, magari, qual era l’incidenza dell’antracosi fra la popolazione locale, benché un calcolo sulle morti provocate dai soli incidenti nelle miniere americane stima in 50.000 le vittime tra il 1870 e lo scoppio della Prima Guerra Mondiale), ma il territorio resta bucherellato come un groviera.

Forse i cittadini di allora si saranno lamentati della perdita di lavoro e degli effetti di questo sull’indotto locale, qualcuno avrà anche stigmatizzato l’abbandono di attrezzature e manufatti; di certo, pochi si sono preoccupati di chiudere gli spazi ipogei, anzi, probabilmente a qualcuno sarà pure venuto in mente di utilizzare queste cavità per nascondere le solite magagne della civiltà: i rifiuti.

È quello che accade nel 1962, quando in uno dei pozzi dismessi vengono scaricati materiali da eliminare col fuoco…
Ma, attenzione, le gallerie erano scavate nell’antracite, che sebbene simile a pietra è pur sempre carbone e come carbone si comporta: difficile da accendere, difficile da spegnere una volta acceso!

Fatto sta che da quell’atto sconsiderato, scaturì un incendio sotterraneo di proporzioni inaudite che, in poco tempo, cominciò a modificare il paesaggio in superficie: fumaròle, innalzamento della temperatura del suolo, morìa delle coltivazioni, liquefazione del manto stradale e fessurazione dello stesso, aumento dell’instabilità del suolo, cedimenti strutturali, ecc.

A nulla valsero i più che disperati tentativi per spegnere la combustione sotterranea (Bryson racconta che il più economico fra i progetti ipotizzati dal Dipartimento americano per le miniere sarebbe costato almeno 20 milioni di dollari, senza, peraltro, alcuna garanzia di successo) che, infatti, dura tutt’ora, a ben 48 anni di distanza dalla prima scintilla!

Dei 2.000 abitanti che Centralia contava nel 1962, la stragrande maggioranza vennero evacuati negli anni successivi (con una spesa a carico del Governo federale stimata in circa 42 milioni di dollari), alcuni irriducibili, nell’ordine di un paio di decine, decisero di rimanere malgrado l’insalubrità del luogo ed il rischio di incendi improvvisi (l’architettura di provincia americana utilizza molto il legno) ed oggi, Centralia è una triste ghost town che si gioca l’identità a metà fra stravagante attrazione turistica e monumento alla stupidità umana.
Né la sua storia sembra giunta alla fine, dal momento che da calcoli effettuati sulla massa ancora incombusta, si prevede che l’immane incendio sotterraneo durerà ancora per qualche centinaio d’anni!

Consultando ritagli di giornali e riviste d’epoca presso la biblioteca civica di Mount Carmel, la cittadina più vicina a Centralia, il nostro giornalista si imbatte in una serie di documenti del periodo compreso fra il 1979 e il 1981. Esaminando un ritaglio del “Newsweek”, ci si imbatte in un breve capoverso che qualcuno, all’epoca, ha sottolineato con tre punti esclamativi. Il testo, che riportava le osservazioni di un funzionario che si occupava dell’incendio nella miniera esprime la convinzione dello stesso circa il fatto che: “se l’incendio fosse continuato a quell’intensità, la quantità di carbone sotto Centralia avrebbe potuto alimentare il fuoco anche per mille anni”!

Valeva la pena ricordare questa piccola storia semisconosciuta della nostra contemporaneità?
Certo, si potrebbe pensare che simili disastri rappresentano l’eccezione, ma si sa che gli uomini hanno la memoria corta quando si tratta di ricordare eventi spiacevoli, o forse è solo un sistema di difesa del nostro inconscio.
Fatto sta che lo stesso Bryson racconta: “Storie di fuochi inestinguibili all’interno delle miniere sono una consolidata tradizione nella Pennsylvania occidentale. Un incendio scoppiato a Lehigh nel 1850; non si estinse fino alla Grande Depressione, ossia ottant’anni dopo”.

Ecco, nel ricercare qualche immagine fotografica dei luoghi da inserire a corredo di queste pagine, in chi scrive, la memoria ha fatto un altro “tiro” letterario; una terribile associazione di idee con un testo desunto dalla Divina Commedia, dove, al Canto VII ci si imbatte nell’ammonizione che Dante mette in bocca a Virgilio in risposta alle minacce che Plutone profferisce contro i poeti:
“Ei disse: Taci, maledetto lupo:
consuma dentro te con la tua rabbia”.

Centralia: luogo del disprezzo e della sinecura umana contro le leggi della Natura, condannata dalla sua stessa superbia a bruciare eternamente in una sorta di contrappasso quasi biblico.
Un’associazione di idee che deve aver colpito anche altre fantasie dal momento che le vicende della cittadina mineraria hanno ispirato l’ambientazione di un film horror di qualche anno fa (Silent Hill, di Christophe Gans - 2006) a sua volta basato sui caratteri dell’omonimo videogioco.

William McGuire (Bill) Bryson,
nasce a Des Moines (Iowa), l’8 dicembre del 1951.
È un giornalista e scrittore statunitense.
Inizia gli studi presso la Drake University, ma li abbandona nel 1972 quando decide di girare a zonzo per quattro mesi in Europa assieme al compagno di scuola, Stephen Katz.
Visita per la prima volta il Regno Unito nel 1973, decidendo di stabilirvisi dopo aver attenuto un lavoro presso una struttura ospedaliera Virginia Water. Qui conosce la futura moglie.
Nel ‘75 la coppia torna negli States dove Bryson completa gli studi interrotti.
Nel ‘77 sono di nuovo in Gran Bretagna dove rimangono fi no al 1995. Durante questa permanenza Bryson lavora come giornalista (The Times e successivamente The Independent).
Dal 1987 interrompe la carriera giornalistica per dedicarsi alla scrittura. È conosciuto ed apprezzato in tutto il mondo come autore di divertenti libri di viaggio, contraddistinti da una grande autoironia e da una pressoché infi nita serie di aneddoti che vanno di pari passo col racconto.
Recentemente, con il consueto esprit si è cimentato nella saggistica e nella Storia.

 

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