Il Maratoneta senza la bandiera del suo Paese

Il Maratoneta senza la bandiera del suo Paese

Il Maratoneta senza la bandiera del suo Paese

Marial

 

Guor Marial, nato 28 anni fa in quello che oggi è il Sud Sudan, ex rifugiato politico con residenza negli USA senza esserne cittadino, ha potuto coronare il suo sogno di partecipare alla Maratona con cui si sono concluse oggi le gare di Atletica alle Olimpiadi londinesi, come atleta indipendente.
Il Comitato esecutivo del CIO, dopo mesi di trattative, ha autorizzato Marial a competere sotto la bandiera olimpica e con codice IOA (Independent Olympic Athletes), come altri 3 atleti delle Antille Olandesi che hanno cessato di esistere nel 2010, con il conseguente scioglimento del Consiglio Olimpico.

Il caso di Marial era più complicato, poiché non poteva partecipare sia come atleta degli Stati Uniti dove risiede da molti anni, non avendone la cittadinanza, sia come rappresentante del Sud Sudan, indipendente dal 9 luglio 2011, la cui situazione interna è ancora troppo precaria, per i continui attriti e scontri con il Sudan dal quale si è distaccato con un referendum, da non permettere la costituzione di un Comitato olimpico nazionale. Inoltre, l’offerta fattagli dal CIO di partecipare per il Sudan era stata da Marial sdegnosamente rifiutata, avendo perso 28 familiari, tra cui alcuni fratelli, uccisi o a seguito di malattie, durante la guerra civile che ha devastato la regione, causando 2 milioni di morti, prima della scissione del Sud Sudan.

“Il Sud Sudan ha finalmente ottenuto un posto nella comunità mondiale - aveva dichiarato Marial alla notizia della sua ammissione ai Giochi - Anche se non c’è la sua bandiera, tutto il Sud Sudan guarderà la maratona e farà il tifo per me che rappresento il simbolo della nostra bandiera. Il sogno si è avverato”.

La sua infanzia è trascorsa tra le violenze d’ogni tipo da quando i combattimenti tra ribelli del Sud e le forze governative sudanesi raggiunsero il suo villaggio nello Stato di Unity, ora parte del Sud Sudan. Rapito da uomini armati, fu costretto a lavorare prima per i soldati e poi per civili, allevatori di bestiame nel nord, fino a quando all’età di 8 anni era riuscito a scappare di notte assieme ad altri 4 bambini dal campo di lavoro, nascondendosi nelle grotte di notte e correndo di giorno, guidato dal tragitto del sole. Dopo alcuni giorni, era riuscito a raggiungere la capitale del Sudan, Khartoum, dove abitava un suo zio con il quale successivamente, quando aveva 15 anni, è fuggito in Egitto e da lì negli USA, dove ha ricevuto lo status di rifugiato e inviato a Concord (New Hampshire).

Frequentando le locali scuole, le sue doti furono notate dall’insegnante di educazione fisica che lo segnalò a sua volta ad un preparatore atletico che gli fece ottenere una borsa di studio per l’atletica presso l’Iowa State University, diventando un All-American nel cross-country nel suo primo anno da junior. Dopo aver conseguito il tempo di qualificazione olimpica per la Maratona lo scorso anno, ha dovuto attendere fino a pochi giorni prima dell’inizio dei Giochi per avere la certezza di parteciparvi.

La sua speranza è che la famiglia, rimasta in un villaggio del Sud Sudan senza corrente elettrica, abbia avuto l’opportunità di vedere la sua corsa. Per questo aveva chiesto ad un parente di avvisare il padre che non sentiva da 5 anni, che sarebbe andato a correre la Maratona e che, pertanto, avrebbe dovuto recarsi nel paese più vicino, distante 64 km, per vederlo in televisione.

Non sappiamo se la sua famiglia sia stata in grado di seguire l’evento, ma noi abbiamo egualmente tifato per lui, per quel che ha rappresentato con quel suo 47° posto finale conseguito.


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