Il Governo modifica i calendari venatori di alcune Regioni

Il Governo modifica i calendari venatori di alcune Regioni

Esercitando i poteri sostitutivi per evitare la violazione delle normative europee, il Consiglio dei Ministri ha anticipato la chiusura della caccia alla beccaccia, tordo bottaccio e cesana, prevista al 31 gennaio dai calendari venatori di 7 regioni.
Ma dai cambiamenti climatici si addensano minacce ben più gravi per l’avifauna a livello mondiale, come attesta il Rapporto presentato prima della Conferenza sul Clima di Parigi.

beccaccia


Il 15 gennaio 2016 il Consiglio dei Ministri ha deliberato, tra l’altro, l'esercizio dei poteri sostitutivi nei confronti delle Regioni Toscana, Calabria, Liguria, Marche, Puglia, Lombardia e Umbria, disponendo la modifica del loro calendario venatorio con la chiusura della caccia al 20 gennaio 2016 per le specie tordo bottaccio (turdus philomelos), beccaccia (Scolopax rusticola) e cesena (Turdus pilaris).

L'intervento si è reso necessario per evitare che il limite al 31 gennaio fissato dalle Regioni interessate facesse coincidere la stagione della caccia di una o più delle specie indicate con il periodo prenuziale o di riproduzione, determinando cosi una violazione della normativa europea e andando ad aggravare la posizione dell'Italia rispetto all'eventuale chiusura negativa del caso Eu-Pilot 6955/2014, avviato dalla Commissione europea”.

Con la procedura citata che si riferisce alla corretta applicazione da parte dell’Italia della Direttiva 2009/147/CE (Direttiva “Uccelli”), la Commissione UE aveva invitato le Autorità italiane a chiarire le modalità adottate sul territorio nazionale al fine di garantire che le specie migratorie non vengano cacciate durante il periodo della riproduzione e il ritorno al luogo di nidificazione con riferimento, appunto, alla beccaccia, al tordo bottaccio e alla cesena come prescritto all’art. 7.4 della Direttiva. In particolare, “per quanto riguarda le specie Tordo bottaccio, Cesena e Beccaccia risulta che siano cacciate in numerose regioni italiane fino al 30 gennaio”, data non coerente con quella indicata dal Comitato ORNIS, l’organo consultivo dell’UE “per una caccia durevole” che aveva indicato per le suddette specie la migrazione di ritorno alle zone di nidificazione in Italia nella seconda decade di gennaio.

Il Governo aveva provveduto a sensibilizzare gli enti territoriali ad adottare le modifiche ai calendari che erano risultati non conformi. Da ultimo lo scorso 23 dicembre 2015 le Regioni inadempienti, (nove in tutto), erano state diffidate a provvedere entro 15 giorni ad adottare i necessari provvedimenti di modifica dei calendari, ma il mancato adempimento da parte di alcune (Lazio e Veneto si erano nel frattempo adeguate) “ha reso necessario il ricorso all'esercizio dei poteri sostitutivi - recita il Comunicato del Governo - Nello spirito della più leale collaborazione tra le amministrazioni pubbliche il Ministro dell'Ambiente ha proposto e ottenuto l'inserimento di una clausola che determina l'invalidità delle delibere, nell'ipotesi in cui le Regioni territorialmente competenti provvedano ad intervenire sui rispettivi calendari entro il 19 gennaio 2016, termine ultimo utile per provvedere all'adozione delle modifiche richieste”.

Ovviamente sono subito scoppiate polemiche e sono partiti ricorsi contro il provvedimento da parte delle Associazioni di cacciatori. Tra le altre motivazioni addotte (violazione e falsa applicazione delle Direttive UE, eccesso di potere, difetto di motivazione, ecc.) su cui si esprimeranno i giudici, vogliamo citare quella che si riferisce al periodo di inizio della migrazione prenuziale che in Italia avverrebbe a febbraio per le specie in questione, sulla base dei dati scientifici disponibili, tant’è che in Francia, affermano le Associazioni, è possibile cacciarli anche in febbraio.

La querelle offre, infatti, occasione per sottolineare quanto sia importante per la conservazione dell’avifauna selvatica l’attività di rilevamento, mappatura e monitoraggio, anche perché con i cambiamenti in atto di habitat e clima, i dati acquisti qualche lustro fa possono risultare obsoleti ed in contrasto con quella che Machiavelli chiamava la “realtà effettuale”, con il rischio di assumere inadeguate decisioni, facendo prelevare specie in difficoltà o impedendo l’abbattimento di specie che godono di buona salute.

Nel mese di gennaio 2016, in occasione del 50° anniversario dell’International Waterbird Census, uno dei programmi più importanti di monitoraggio della biodiversità mondiale, a livello generale, ma il più importante per la conservazione e la gestione degli uccelli delle zone umide in tutte le loro rotte, Wetlands International ha lanciato la Campagna della durata di un anno con lo slogan “Let’s make it count” (Fa’ che conti). Lo scopo dell’iniziativa è di allargare quanto più possibile la superficie di censimento che annualmente si svolge tra gennaio e febbraio in 143 siti di tutto il mondo, e di aumentare le informazioni aggiornate sullo stato delle popolazioni acquatiche, comprese le quasi 900 specie inserite nella Lista Rossa IUNC, con il coinvolgimento di nuovi attori e volontari, secondo i presupposti della citizen science ovvero della partecipazione attiva dei cittadini nella raccolta di informazioni e dati di carattere scientifico che si sta rivelando un valido aiuto per la ricerca scientifica e per la protezione dell’ambiente, oltre che un potente strumento di educazione del grande pubblico.

L'IWC ci fornisce la base scientifica delle azioni per la conservazione degli uccelli acquatici - ha affermato per l’occasione Kaori Tsujita, del Ministero dell'Ambiente e IWC Coordinatore Nazionale giapponese - Senza dati, non può essere intrapresa alcuna azione”.

Il Progetto IWC, viene coordinato da oltre un ventennio in Italia dall’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA) che raccoglie i dati dell’avifauna acquatica svernante nelle zone umide italiane, censiti da oltre 400 rilevatori, in gran parte volontari, che riescono a coprire la quasi totalità delle regioni.

Secondo quanto riportato nel Rapporto “Risultati dei censimenti degli uccelli acquatici svernanti in Italia” che sintetizza i risultati dei monitoraggi 2001-2010, la media di uccelli annualmente censiti è superiore a 1,5 milioni di individui di oltre 130 specie individuate secondo un criterio tassonomico, con una lieve tendenza all’aumento nel tempo. Dodici siti si qualificano come importanti a livello internazionale per ospitare regolarmente più di 20.000 uccelli acquatici e 177 ospitano popolamenti di importanza internazionale o nazionale di una o più specie (criteri 5 e 6 della Convenzione di Ramsar). Le consistenze ottenute sono funzionali anche a stabilire le priorità di conservazione dei siti.


gru coronate di rosso

Le Gru coronate di rosso (Grus japonensis) sono tra le specie a rischio per effetto della siccità prolungata che sta affliggendo le zone umide dell’Asia centrale, luoghi prediletti per la loro riproduzione. (foto David Courtenay/Audubon Photografy Awards
)


Se la distruzione degli habitat è stata finora la minaccia più grave, i cambiamenti climatici si stanno rivelando ancora più pericolosi per la conservazione della biodiversità.

Il Rapporto “The Messengers”, pubblicato alla vigilia della Conferenza sul Clima dell’ONU (COP21) di Parigi da BirdLife International e National Audubon Society, che ha riunito i risultati delle ricerche di più discipline in tutti i continenti, sottolinea che il global warming sta modificando i luoghi originari dell’avifauna, modifica le loro rotte di migrazioni e alterano i loro ritmi riproduttivi.

In particolare, sono stati previsti questi principali impatti:
- i cambiamenti climatici determineranno un numero di uccelli soccombenti maggiore di quelli in grado di adattarsi;
- la maggior parte delle specie sperimenteranno una contrazione di numero, aumentando i rischi di estinzione per alcune;
- molte specie non saranno in grado di cambiare velocemente la loro distribuzione con conseguente diminuzione delle popolazioni;
- le interazioni tra le comunità ecologiche e le specie saranno interrotte;
- le attuali minacce costituite dagli eventi meteorologici estremi e le malattie si aggraveranno.

Se gli uccelli sperimenteranno queste situazioni, non sarà molto diverso l’impatto dei cambiamenti climatici sugli individui, perché come dice il titolo del Rapporto, gli uccelli sono dei messaggeri di ciò a cui rischiamo di andare incontro se non cambiamo rotta.
 

Foto di copertina Beccaccia (Scolopax rusticola)
 

Commenta