Il “gelo” statunitense causato dal “riscaldamento globale”

Il “gelo” statunitense causato dal “riscaldamento globale”

Per quanto possa apparire paradossale è con ogni probabilità lo scioglimento del ghiaccio marino artico e le elevate temperature tardo autunnale a far incuneare il vortice polare artico nelle arre temperate del continente nord-americano.

Skyline-Pittsburgh

Il freddo “estremo” che sta colpendo in questi giorni la Regione nord-orientale dell’America settentrionale offre l’occasione ai “negazionisti” del riscaldamento globale di far sentire la propria voce che negli ultimi tempi si era affievolita, giocando sulla scarsa informazione dell’opinione pubblica dei complessi fenomeni meteorologici e dell’impatto mediatico delle conseguenze pesanti in termini di morti (20 vittime finora) e di disagi per le persone impossibilitate a mettersi in viaggio o bloccate da giorni in bivacchi negli aeroporti, in attesa di un improbabile volo. 

Per quanto possa sembrare paradossale, vi è una probabile correlazione tra i cambiamenti climatici in atto e l’allungamento verso sud del vortice polare artico. La corrente a getto, che si forma per effetto di differenze notevoli di temperature tra le regioni polari e quelle più calde a più basse latitudini, fluiscono solitamente nell’emisfero boreale da ovest ad est, ma “Negli ultimi cinque anni, abbiamo visto la corrente a getto assumere una forma più ondulata rispetto a quella solita ovaleggiante intorno al Polo Nord, introducendo masse d’aria molte fredde nelle zone orientali degli Stati Uniti”,  ha dichiarato la NOAA (National Oceanic and Atmospheric Administration), l’agenzia federale statunitense che si interessa di meteorologia.

2014 North American polar vortex NOAA map ua nhem 500pCome si evince dalla cartina delle isobare del 6 gennaio 2014, la corrente a getto (in azzurro) segue un andamento contorto sulla parte settentrionale dell’emisfero, incuneandosi nell’area centro-orientale degli USA. Questo fenomeno ha fatto scendere notevolmente le temperature della regione, arrivando a New York a - 13 °C in Central Park e a -16 °C a Manhattan, ma che in Montana si è abbassata fino a - 53°C, che se non hanno toccato i minimi storici dei termometri, sono state percepite tuttavia assai più basse dal corpo umano a causa del forte vento.

Poiché è un fenomeno abbastanza insolito e recente, l’Agenzia  non si è sbilanciata a trarre conclusioni definitive, ma ha osservato che “la minor quantità di ghiaccio marino e la ridotta copertura nevosa nella regione artica unite alle temperature dell'aria relativamente calde alla fine dell'autunno, ha determinato una maggior variabilità nella direzione delle correnti”.

Proprio la NOAA lo scorso dicembre aveva comunicato che il mese di novembre 2013 aveva avuto le temperature medie più elevate a livello globale, combinando quelle delle superfici terrestri e quelle oceaniche, da quando erano iniziate le rilevazioni nel 1880. Anche se mancavano i dati relativi a dicembre, nel frattempo sulla base di 11 mesi, il 2013 si era portato al 4° posto nella graduatoria degli anni più caldi.

I climatologi avevano già avvertito, comunque, che il riscaldamento delle regioni artiche stava modificando l’andamento delle correnti a getto, in occasione della scorsa primavera, quando si erano avute alle medie latitudini dell’Euroasia temperature insolitamente inferiori a quello storiche, con nevicate tardive (a fine maggio è nevicato sullenelle regioni alpine d’Italia a  d’Italia, al di sopra di 1.200 m. e al di sopra dei 1.400 su quelle appenniniche), mentre le immagini dalla Finlandia e Svezia ci mostravano bimbi intenti a fare il bagno nei laghi.

Ancora prima, altri studi scientifici, anticipavamo simili fenomeni, probabilmente connessi al global warming, di cui avevamo data testimonianza quando intense nevicate nel febbraio 2012 avevano colpito le regioni centro-meridionali del nostro Paese.

Non sono, peraltro, i singoli fenomeni che dimostrano i cambiamenti climatici in atto, quanto il grado di condivisione delle conclusioni a cui gli scienziati giungono, analizzando i dati di lungo periodo in loro possesso, come avvenuto con la pubblicazione del primo Summary per i decisori politici diffuso dall’IPCC, che ha anticipato di fatto il V Rapporto dell’ IPCC che verrà consegnato nel corso di quest’anno.

In merito, si segnala che il 3 gennaio 2014 l’Ufficio Meteorologico del Governo australiano ha diffuso l’Annual climate statement 2013 in cui si evidenzia che, dati alla mano, il 2013 è stato per l’Australia l’anno più caldo dall’inizio delle rilevazioni (1990), con la temperature superiori alla media di 1,2 °C, mentre al contempo le precipitazioni sono state pari a 428 mm, l’8% in meno della media del periodo 1961-1990).

 

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