In vigore le misure per un sistema adeguato di gestione della frazione organica dei rifiuti urbani che dovrebbe ridurre il più possibile gli effetti negativi su ambiente e salute umana e far raggiungere gli obiettivi di riciclaggio e di riduzione del conferimento in discarica dei rifiuti biodegradabili.
Accolti minimamente osservazioni ed emendamenti della Conferenza delle Regioni e Province Autonome.

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È in vigore dal 20 aprile 2016 il D.P.C.M. 7 marzo 2016 avente ad oggetto “Misure per la realizzazione di un sistema adeguato e integrato di gestione della frazione organica dei rifiuti urbani, ricognizione dell'offerta esistente ed individuazione del fabbisogno residuo di impianti di recupero della frazione organica di rifiuti urbani raccolta in maniera differenziata, articolato per regioni” (G.U. n. 91 del 19 aprile 2016).

Il Decreto intende prevenire e ridurre il più possibile gli effetti negativi su ambiente e salute umana derivanti dalla gestione della frazione organica dei rifiuti urbani, e raggiungere gli obiettivi stabiliti dall'UE in tema di riciclaggio e di riduzione del conferimento in discarica dei rifiuti biodegradabili (pari ad almeno il 65% dei rifiuti prodotti).
A tal fine indica le necessità impiantistiche (art. 1) per la corretta gestione della frazione organica raccolta in maniera differenziata:
a) effettua la ricognizione dell'offerta esistente di impianti di recupero della frazione organica dei rifiuti urbani, raccolta in maniera differenziata, articolata per regioni, secondo quanto riportato nell’Allegato I (art. 3);
b) individua il fabbisogno teorico di trattamento della frazione organica dei rifiuti urbani raccolta in maniera differenziata, articolato per regioni, secondo quanto riportato nell’Allegato II (art. 4);
c) individua il fabbisogno residuo di impianti di recupero della frazione organica dei rifiuti urbani raccolta in maniera differenziata, articolato per regioni, come riportato nell’Allegato III (art. 5).

Si intendono per:
- “impianti di recupero” (art. 2) quegli impianti di trattamento aerobico di compostaggio e di digestione anaerobica della frazione organica dei rifiuti urbani raccolta in maniera differenziata;
 - “frazione organica dei rifiuti urbani” i rifiuti organici così come definiti all'art. 183, comma 1, lettera d), del decreto legislativo 3 aprile 2006, n. 152, nonché i rifiuti di manufatti e imballaggi compostabili certificati secondo la norma UNI EN 13432:2002.

La ricognizione dell'offerta esistente e l'individuazione del fabbisogno teorico e residuo di impianti di recupero della frazione organica dei rifiuti urbani raccolta in maniera differenziata, articolate per regioni, possono essere aggiornate, con cadenza triennale, sulla base di apposita richiesta da parte delle Regioni e delle Province autonome (art. 6).
La richiesta va adeguatamente motivata, e indirizzata al Ministero dell'Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare (MATTM) e deve riportare la seguente documentazione:
a) dati riferiti alle capacità degli impianti di recupero della frazione organica dei rifiuti urbani raccolta in maniera differenziata;
b) dati riferiti ai livelli di intercettazione della frazione organica dei rifiuti urbani.

Il MATTM con cadenza triennale, esaminata tale documentazione e propone le necessarie modifiche del decreto, secondo il procedimento di cui all'art. 35, comma 2, del decreto-legge del 12 settembre 2014, n. 133, convertito, con modificazioni, dalla legge 11 novembre 2014, n. 164.

Il Decreto, emanato ai sensi dell’Art. 35, comma 2, del DL n. 133/2014 (il cosiddetto “Sblocca Italia”) convertito in Legge n. 164/2014, aveva avuto il 30 gennaio 2016 parere favorevole della Conferenza delle Regioni e delle Province Autonome, condizionato all’accoglimento di osservazioni ed emendamenti “minimamente accolti”.

In particolare, la Conferenza evidenziava che le informazioni acquisite dal MATTM relative alla disponibilità di impianti attivi o autorizzati per il trattamento della frazione non specificano, nell’ambito della capacità di trattamento, la quota parte da dedicare al trattamento della frazione organica dei rifiuti urbani e quella da dedicare al trattamento di rifiuti speciali (prevalentemente scarti dell’industria agroalimentare e fanghi), lasciando ai gestori una certa discrezionalità che impedisce talvolta di assicurare l’autosufficienza nel recupero della frazione organica che teoricamente sarebbe invece garantita. La frazione organica è infatti una frazione merceologica sottoposta alle dinamiche del libero mercato e pertanto i gestori degli impianti possono accogliere anche rifiuti prodotti fuori regione. Si chiedeva, pertanto, di disciplinare i principi regolatori per il trasferimento - in ambito interregionale - della frazione organica dei rifiuti urbani, dal momento che gli impianti di trattamento della frazione organica non risultano vincolati al trattamento dei rifiuti prodotti nel territorio (ATO, regione) presso il quale hanno sede e, pur vigendo il principio della prossimità sancito dall’art 181 comma 5 D.Lgs n. 152/2006, le Regioni non hanno, di fatto, potere programmatorio e regolamentare in merito.

Inoltre, considerare anche gli impianti che trattano esclusivamente la frazione verde nella ricognizione dell’offerta complessiva esistente di trattamento della frazione organica rappresenta, seconda la Conferenza, un errore in quanto tali impianti non sono idonei al trattamento del rifiuto di origine alimentare (CER 200108). Perché la ricognizione dell’offerta esistente (ed anche il calcolo del fabbisogno di trattamento non soddisfatto) sia reale e risponda il più possibile all’esigenza che si prefigge il decreto, occorre separare i due flussi (frazione verde e rifiuto alimentare), sia in termini di offerta esistente che di fabbisogno di trattamento.