I servizi idrici italiani possono entrare all’interno della Green Economy

I servizi idrici italiani possono entrare all’interno della Green Economy

In vista degli Stati Generali 2016 si è discusso sull’efficienza e sulle mancanze del sistema idrico italiano, portando in luce problemi mai risolti e soluzioni innovative.

irrigazione

In preparazione agli Stati Generali della Green Economy dell’8 e 9 novembre 2016, arrivata alla sua 5° edizione, si è svolto a luglio il convegno di approfondimento organizzato dal Gruppo di lavoro sui Servizi idrici, “Servizi Idrici e green economy: opportunità e difficoltà nella governance del servizio idrico in Italia”.

Il convegno ha proposto un incontro per mettere il punto sullo stato dei servizi idrici in Italia e su come le nuove norme introdotte negli ultimi anni abbiano portato, o meno, cambiamenti in questo settore. Le norme varate implicano l’attuazione di una gestione più sostenibile delle risorse idriche e dell’ambiente, facendo sempre attenzione ai cambiamenti climatici che stanno modificando la struttura idrogeologica dell’Italia e del Pianeta. L’incontro si è focalizzato, grazie ai principali esperti del settore, nelle azioni concrete per poter applicare i principi della green economy al settore idrico.
    
Nonostante le norme e le nuove attenzioni che lo Stato dedica al settore, il problema ‘acqua’ continua ad essere un ostacolo per la crescita del Paese, soprattutto se si paragona il nostro sistema idrico al resto d’Europa. L’Italia ha ancora molti scogli da superare, sia in campo strutturale della rete idrica e fognaria, sia nella disparità esistente tra Nord e Sud.

Per quanto riguarda il Servizio Idrico Integrato, l’Italia non presenta una struttura adeguata e, nonostante si sta tentando di introdurre normative amministrative e tecniche nelle risorse idriche, ancora l’idea di una gestione sostenibile dell’acqua è in forte ritardo. Per porre degli esempi, alcune utenze non possono usufruire dell’allacciamento alla fognatura e in alcune zone del Meridione il servizio di acqua potabile non è continuo. Inoltre, le strutture idriche sono troppo vecchie, il 24% delle condotte e il 27% della rete fognaria ha più di 50 anni; l’8% di condotte è in amianto; e il 2,2% dei campioni è risultato fuori norma con un 9% sulle isole.

Sul tema della sostenibilità, la Camera dei Deputati ha esaminato un Disegno di Legge di iniziativa parlamentare del 2014 che si proponeva vari obbiettivi: sancire il riconoscimento del diritto all’acqua come diritto umano universale, cioè assicurare ad ogni cittadino una quantità minima garantita; considerare il patrimonio idrico come bene comune pubblico; dare priorità all’uso potabile (quindi anche quello agricolo) rispetto a tutti gli altri usi; classificare e tutelare il servizio idrico integrato come servizio pubblico di interesse generale e non di rilevanza economica.

Per garantire insieme alla tutela di questo bene comune di fondamentale interesse pubblico, insieme alla disponibilità di acqua in quantità e qualità sufficiente per soddisfare le esigenze dei cittadini e degli utilizzi nei settori produttivi – ha osservato il Presidente della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, Edo Ronchiè necessario mettere in atto un sistema di azioni e strumenti realmente efficaci di tutela e utilizzi sostenibili di questa risorsa con investimenti adeguati e un quadro normativo coerente che potranno permettere di avviare il settore sulla strada della green economy”.

Si stima che per poter inserire il settore idrico all’interno del più vasto concetto della green economy gli investimenti dovrebbero essere oltre 5 miliardi di euro l’anno. Per il periodo 2014-2017, gli investimenti pianificati sono circa 5,8 miliardi di euro, concentrati però in prevalenza in 3 regioni, Lombardia, Toscana e Lazio. Investire nell’acqua significherebbe investire nell’ambiente e nella forza lavoro: non solo porterebbe un minor spreco dell’acqua potabile, ma aumenterebbero i posti di lavoro nel settore idrico, dato confermato dall’Onu, che ha stimato in questo ambito un’occupazione di ben 600.000 unità in Europa.
  
Un’attenzione particolare è stata riservata all’agricoltura. L’Italia per mantenere i sui standard quantitativi e qualitativi in campo alimentare necessita di ingenti quantità di risorse idriche. È proprio nel settore agroalimentare che si ha il maggior utilizzo di acqua: il 70% di quella prelevata serve proprio all’agricoltura, posizionando l’Italia seconda solo alla Spagna in quantitativi di ettari irrigati. I dati presentati nel corso del convegno dimostrano che vi sono alcune proposte per favorire l’uso accorto e sostenibile delle risorse idriche nel settore agricolo.
Un elemento chiave è quello di distinguere tra l’uso e l’abuso di acqua, ad esempio, ma anche di promuovere impianti volti al risparmio idrico, con conseguente beneficio economico per le grandi aziende. Oltre a mostrare gli effetti negativi dello sfruttamento acquifero, come il decadimento qualitativo delle acque e l’intrusione salina; sono stati dati degli accorgimenti sia per attuare nel migliore dei modi le norme vigenti, sia per aiutare le aziende nella gestione delle risorse idriche: ad esempio, presidiare sulle falde, monitorare il territorio, migliorare le tecniche di distribuzione dell’acqua sui suoli; misurare e valutare la capacità di ritenzione idrica dei suoli; ma anche intervenire sulla contribuzione equa degli utenti dei Consorzi di Bonifica. La soluzione su cui si è posto l’accento è stata, però, sul puntare sullo sviluppo economico e sulla creazione dell’occupazione attraverso l’utilizzo di finanziamenti e di fondi disponibili per arrivare all’efficienza idrica nel settore agroalimentare, attraverso l’innovazione e la modernizzazione delle risorse con l’utilizzo di nuove tecnologie. Queste nuove tecnologie incidono profondamente sui quantitativi di acqua utilizzati, ma non sostanzialmente su quelli produttivi.

Le premesse per lo sviluppo di un servizio idrico italiano all’interno della green economy sono presenti, ma senza un coordinamento tra una cultura della sostenibilità e una gestione economica uniforme del territorio non può realizzarsi.

Commenta