L’UNEP mette in guardia la governance mondiale dallo sfruttamento delle risorse minerarie sotto la calotta.

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A Nairobi (18- 22 febbraio 2013), il Consiglio direttivo dell’UNEP, il Programma Ambiente delle Nazioni Unite, di cui si celebra quest’anno il 40° anniversario della sua costituzione e che si è svolto e aperto ai rappresentanti di tutti i Paesi che fanno parte dell’ONU, ha deciso che il consiglio stesso si trasformerà, previa approvazione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, in UNEA (Assemblea delle Nazioni Unite per l’Ambiente) al fine di prendere decisioni strategiche e politicamente importanti più integrate e finanziariamente supportate sulle tematiche ambientali, secondo quanto era stato auspicato nel corso della Conferenza di “RIO +20” del giugno scorso.

Nell’occasione è stata anche presentata la X edizione del suo “Year Book. Emerging Issues in our Global Environment” il Rapporto che ogni anno delinea le principali tematiche emergenti per l’ambiente globale.

Year Book 2013” approfondisce i temi della preoccupante accelerata fusione dei ghiacci artici della banchisa estiva che si è verificata nel 2012, della necessità di una migliore informazione e una buona gestione per ridurre al minimo i rischi da agenti chimici, e solleva la questione del recente aumento del commercio illegale di avorio di elefante e corno di rinoceronte.

Della riduzione dei ghiacci artici e delle sue ripercussioni ci siamo già occupati in più occasioni (tra le più recenti “La calotta artica batterà il suo record negativo a fine agosto” e “Il feedback dello scioglimento del permafrost”), ma il fatto che un’organizzazione così prestigiosa cerchi di attirare sull’argomento l’attenzione della governance mondiale vuol dire che la ricerca per porre fine a questo fenomeno è divenuta ormai azione ineludibile. Sempre che non si ritenga inopinatamente fenomeno positivo il più facile accesso alle risorse naturali custodite finora sotto la calotta.

Contro tale fraintendimento mette in guardia l’UNEP che nel report sottolinea come una maggiore attività umana nella regione potrebbe comprometterne i già fragili ecosistemi, con conseguenze non adeguatamente valutate.

“Il cambiamento delle condizioni ambientali nell’Artico, considerato spesso trainante per cambiamenti climatici globali ha costituito motivo di preoccupazione per un certo tempo - ha scritto nell’introduzione Achim Steiner, Direttore Esecutivo UNEP, nonché sottoSegretario generale dell’ONU - ma fino ad ora questa consapevolezza non si è tradotta in un intervento urgente. In effetti, quello che stiamo vedendo è che lo scioglimento dei ghiacci sta spingendo una corsa per lo sfruttamento delle risorse di quei combustibili fossili che hanno alimentato in maniera preponderante lo scioglimento. Come mette in risalto l’Year Book 2013, la fretta di tirar fuori queste vaste riserve non sfruttate ha conseguenze che devono essere attentamente considerate da parte dei Paesi di tutto il mondo, dato l’impatto globale che ne consegue e le questioni in gioco sottese”.

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I cambiamenti climatici alle alte latitudini potrebbero alterare i modelli di circolazione dell'oceano globale attraverso il processo noto come circolazione termoalina.  L'acqua diventa più pesante, quando è più salata e più fredda. Sia il riscaldamento che il rinfrescamento dell'acqua di superficie possono portare ad una riduzione della densità delle acque superficiali, inibendo così, o quanto meno rallentando, la formazione di acqua profonda e densa che affonda e guida la circolazione oceanica globale.  Tale composizione della circolazione termoalina potrebbe amplificare ulteriormente il cambiamento climatico globale.  Le correnti superficiali sulla mappa sono indicate come percorsi solidi; le correnti profonde sono tratteggiate e il colore indica la temperatura dell'acqua.
Credit: Woods Hole Oceanographic Institution

Con ghiaccio e neve in ritirata, rendendo l’accesso e il trasporto più facile, l’Artico è destinato a svolgere un ruolo notevolmente ampliato nelle forniture mondiali di minerali ed energia.

La US Geological Survey ritiene che il 30% delle riserve di gas naturale a livello mondiale si trovi nella regione artica, per lo più nella piattaforma continentale sotto il Mar Glaciale Artico, che oltre il 70% delle risorse petrolifere da scoprire nell’Artico si collochino a nord dell’Alaska, nel bacino Amerasia e nel lato orientale della Groenlandia.

Una Compagnia di assicurazioni, scrive l’UNEP, prevede che nella regione artica nel prossimo decennio si indirizzeranno fino a 100 miliardi di dollari di investimenti, in gran parte nel settore dello sfruttamento dei minerali. Le attività esplorative e minerarie sono in veloce aumento, dando il via alla costruzione di strade, porti e nuovi insediamenti.

Con la ritirata del ghiaccio marino c’è anche l’apertura della Strada del Mar del Nord e il Passaggio a Nord Ovest per la navigazione per gran parte dell’anno. Alcuni Paesi hanno stimato che la Strada del Mare del Nord potrebbe e trasformarsi in una autostrada marittima “di importanza globale”, con un aumento di 40 volte dei traffici entro il 2020.

Inoltre, vi sarà probabilmente un boom nel settore della pesca, per effetto della migrazione, ampiamente prevista, verso nord di specie ittiche subartiche, tra cui il merluzzo. Uno studio prevede che entro il 2055 le catture di pesce alle alte latitudini, tra cui l’Artico, potrebbe aumentare dal 30 al 70%.
Secondo l’UNEP, la combinazione di una rapida trasformazione ambientale e la corsa per le risorse potrebbero interrompere l’idrologia dei luoghi, mettere in pericolo gli ecosistemi, impedire il passaggio migratorio a caribù e renne e perturbare gravemente gli stili di vita tradizionali delle popolazioni indigene, oltre a sollevare importanti questioni geopolitiche che potrebbero avere conseguenze che vanno ben oltre la regione artica e di cui la governance mondiale dovrebbe quanto prima interessarsi.

Speriamo che lo faccia quanto prima!

Approfondimenti sul numero marzo-aprile di Regioni&Ambiente