A Lubecca un Rapporto indipendente da loro commissionato indica nei cambiamenti climatici il “principale moltiplicare di minacce” alla stabilità politica, sociale ed economica degli Stati più fragili e vulnerabili.

Speriamo che a Lussemburgo al Consiglio UE per l’emergenza immigrazione qualcuno lo ricordi.

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Noi, Ministri degli Esteri di Canada, Francia, Germania Italia, Giappone, il Regno Unito, Stati Uniti e l'Alto rappresentante dell'Unione europea, ci siamo riuniti a Lubecca il 14-15 aprile per affrontare una serie di importanti questioni internazionali che impattano sulla pace e la sicurezza globale. In un periodo di complesse sfide internazionali, noi in qualità di Paesi membri del G7 siamo uniti nell’impegno di affrontare alcune delle questioni mondiali più urgenti.
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Accogliamo quindi con favore lo studio indipendente, commissionato dai Ministri degli Esteri del G7 nel 2014 e ora a noi presentato dal titolo: ‘Un nuovo clima per la Pace: agire sui rischi climatici e di vulnerabilità’, redatto da un Consorzio internazionale di think tank, che analizza i rischi correlati ai cambiamenti climatici su Stati e Regioni vulnerabili, individuando i percorsi critici attraverso i quali i cambiamenti climatici potrebbero avere interazioni significative con la stabilità e vulnerabilità degli Stati e delle comunità, e raccomandando ai Governi del G7 che dovrebbero allineare i loro sforzi verso l'obiettivo comune di aumentare la resilienza e ridurre la vulnerabilità  di fronte ai cambiamenti climatici globali”.

Così si sono espressi i Ministri degli Esteri dei Paesi del G7 nei passaggi stralciati dal Comunicato finale diffuso al termine della riunione, svoltasi in Germania la settimana scorsa e il Rapporto citato che ha messo in allarme i Ministri sulle conseguenze di una sottovalutazione dei rischi politici, sociali ed economici connessi ai cambiamenti climatici è “A New Climate for Peace: Taking Action on Climate and Fragility Risks”, redatto da 4 Istituti di ricerca ( il tedesco Adelphi, l’International Alert, lo statunitense The Wilson Center e l’EU-Institute for Security Studies), in cui i cambiamenti climatici sono definiti “il principale moltiplicatore di minacce”, sostenendo che potrebbero aggravare le situazioni di precarietà politica e contribuire a sconvolgimenti sociali e anche a conflitti.
Gli impatti climatici non conoscono confini - ha dichiarato Dan Smith, Segretario generale di International Alert e uno dei principali co-autori del Rapporto - Superano ogni confine, sia di Stato che di settore ovvero organizzazione. Dare una risposta alla cruciale minaccia globale posta dai cambiamenti climatici è un compito  troppo grande per un singolo Governo e richiede  collaborazione”.

Il Rapporto indica 7 rischi climatici e di vulnerabilità che costituiscono gravi minacce alla stabilità degli Stati e delle Comunità.
1) Competizione per le risorse locali. Stante il continuo aumento della pressione sulle risorse naturali, la concorrenza per la loro gestione può provocare instabilità e anche violenti conflitti in assenza di efficaci risoluzioni delle controversie.
2) Insicurezza dei mezzi di sussistenza e migrazioni. I cambiamenti climatici faranno aumentare l’insicurezza delle persone che dipendono dalle risorse naturali per la propria sussistenza, spingendole ad emigrare o a forme illegali di reddito.
3) Eventi climatici estremi e disastri naturali. Gli eventi climatici estremi e le catastrofi conseguenti aumenteranno la fragilità e la vulnerabilità delle comunità, con il pericolo di dar vita a dimostrazioni e proteste, soprattutto in situazioni di conflitti.
4) Volatilità dei prezzi alimentari e della catena di approvvigionamento. I cambiamenti climatici con alta probabilità determinerebbero una riduzione delle produzioni alimentari in molte regioni, con conseguenti incremento dei prezzi e volatilità del mercato, che determineranno il rischio di proteste, disordini e conflitti civili.
5) Gestione delle acque transfrontaliere. Le acque transfrontaliere sono spesso una fonte di tensioni; con l’aumento della domanda e gli impatti climatici che ne influenzano la quantità e qualità, la competizione per il loro utilizzo determinerà con ogni probabilità impatti sulle strutture di governance esistenti.
6) Aumento del livello dei mari e degrado costiero. L’aumento del livello dei mari minaccerà le possibilità di sopravvivenza nelle basse fasce costiere anche prima che vengano sommerse, determinando disgregazione sociale, esodi e migrazioni, mentre possono accrescersi le controversie sui confini marittimi e sulle risorse degli oceani.
7) Effetti indesiderati delle politiche sul clima. Le politiche climatiche di adattamento e mitigazione, se progettate e realizzate senza tener conto delle conseguenze e in mancanza di coordinamento intersettoriale, potrebbero avere negative conseguenze non volute in contesti particolarmente vulnerabili.

Gli effetti si fanno già sentire, come testimonia l’aumento delle richieste di asilo di coloro per i quali l’unica soluzione è di fuggire dai propri Paesi per cercare una vita dignitosa e sicura altrove. Fa impressione il numero dei morti in conseguenza di un barcone che è affondato, ma ben più elevato è il numero di coloro che muoiono prima ancora di salire su un’imbarcazione.
Speriamo che il nostro Ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, presente a Lubecca, rammenti le conclusioni di questo Rapporto ai convenuti  del Consiglio straordinario UE di Lussemburgo di giovedì 23 aprile 2015 convocato sull’emergenza immigrazione, affinché non ci si limiti ad azioni emergenziali di contrasto agli scafisti e di impedimento all’imbarco dei disperati che si accalcano sulle coste del Mediterraneo.

In copertina: Una barcone di profughi intraprende il pericoloso viaggio verso l’Europa al largo delle coste italiane (foto: Alfredo D’amato/UNHCR)