Studio dimostra cambiamenti nella distribuzione della flora alpina

tesoro biogenetico

Nature Climate Change, una filiazione specifica della prestigiosa rivista scientifica Nature, ha pubblicato (on line prima della sua stampa) un articolo che riporta i risultati di una ricerca che dimostra in modo inequivocabile la tendenza alla termofilizzazione delle specie vegetali di alta quota delle montagne europee (un afflusso verso quote superiori di comunità che erano tipiche di zone più calde a quote inferiori), quale conseguenza del riscaldamento globale in atto (Michael Gottfried et al.: “Continent-wide response of mountain vegetation to climate change” - Nature Climate Change, 10 January 2012, doi:10.1038/ nclimate1329). 


Prima di passare ad analizzare i principali aspetti dello studio, pur rimanendo in argomento, vogliamo segnalare che sulla prima pagina del 1° numero del 2012 della suddetta Rivista l’Editoriale “Don’t forget the vulnerable”, scritto a COP17 appena iniziata, quindi senza conoscere gli esiti, si sottolineava la necessità di un’azione immediata sui cambiamenti climatici e di un trattamento equo nei confronti delle nazioni povere, al di là di quel che fosse successo a Durban.

Ma, conosciuti i risultati, la Rivista madre nel suo Editoriale “Reach out about the climate” (Nature, Vol. 481, Issue 7379, 5 January 2012), mobilita gli scienziati, in generale, e i ricercatori, in particolare, a comunicare quanto più possibile i risultati dei loro studi ed esperienze su quanto sta accadendo al clima. Dopo aver affermato che “Il 2011 è stato un anno negativo per il progresso politico nella lotta ai cambiamenti climatici”, si sollecita un campagna di comunicazione per trasmettere efficacemente il contenuto tecnico-scientifico delle loro osservazioni, senza sottacere le incertezze correlate, ma evidenziando l’assunto principale su cui c’è accordo, affinché il pubblico possa essere consapevole dei rischi incombenti sull’umanità ed esercitare le proprie prerogative democratiche per far pressione sui decisori politici: “Anche se ai Governi risulta difficile assumere chiarezza di azione nazionale sui cambiamenti climatici… Gli scienziati e le loro organizzazioni debbono impegnarsi di più per coinvolgere i cittadini su queste tematiche, affinché non siano ingannati con la manipolazione delle prove. Facciamo che sia la risoluzione per il 2012”.

Regioni&Ambiente non può che associarsi e contribuire, come del resto ha sempre fatto, a diffondere ricerche e studi sull’argomento, cercando di catturare l’attenzione del lettore con l’ “appetibilità” della comunicazione, senza rinunciare al rigore scientifico del messaggio.
Ritornando, dopo questo doveroso e necessario excursus, all’articolo “Risposta a scala continentale della vegetazione di montagna ai cambiamenti climatici”, dobbiamo sottolineare come questo sia il frutto di una ricerca paneuropea svolta nell’ambito del Progetto GLORIA (Global Observation Research Initiative in Alpine Environment), finanziato dall’Unione Europea e basato sull’elaborazione e sperimentazione di un protocollo standardizzato per il monitoraggio a medio-lungo termine delle variazioni della biodiversità vegetale in ambienti di alta montagna in conseguenza dei cambiamenti climatici.

Durante la ricerca, coordinata dall’Università di Vienna e dall’Accademia Austriaca delle Scienze, 32 ricercatori di 13 Paesi, tra cui l’Italia, hanno analizzato 867 campioni di vegetazione presi con la stessa metodologia da 60 differenti siti di 17 zone di montagna di tutta Europa, prima nel 2001 e poi di nuovo nel 2008, assegnando a tutte le 764 specie vegetali incluse nello studio un rank altitudinale che indica la temperatura alla quale ogni specie offre le sue prestazioni ottimali. Poiché l’altitudine e la temperatura sono direttamente correlate in ogni zona montuosa (in generale, più si sale in altura più freddo fa), l’ubicazione montuosa di una pianta riflette la sua risposta alla temperatura effettiva in quel posto. Sommando i ranghi delle specie in ogni trama, i ricercatori hanno poi usato una formula matematica per dare ad ogni trama un “indicatore termico vegetazionale” che è stato calcolato per ogni trama, sia nel 2001 che nel 2008.

La variazione dell’indicatore nel corso di 7 anni ha permesso di ricavare una mappa con l’incidenza dei cambiamenti: le aree in cui le modifiche sono risultate più veloci sono quelle dell’arco alpino italiano, francese e spagnolo, mentre le cime delle catene del Nord Europa sembrano meno toccate dal fenomeno, seppure è stato riscontrato in 16 delle 17 regioni prese in esame.

“Pensavamo di trovare un maggior numero di piante che amano il caldo ad altitudini più elevate, ma non ci aspettavamo di trovare un cambiamento così significativo in un lasso di tempo così breve - ha commentato Michael Gottfried, coordinatore dello studio - Molte specie amanti del freddo sono state letteralmente espulse dalle montagne. In alcune aree montuose più basse abbiamo potuto constatare che i prati alpini stanno scomparendo e saranno occupati nei prossimi decenni dagli arbusti nani”.
Seppure alcuni studi a carattere regionale avevano fatto questa scoperta, è la prima volta che la sua conferma avviene a livello continentale, con una significativa trasformazione di circa il 5%, si legge nello Studio. Anche se c’è una forte differenza tra i singoli microclimi ed una estensione verticale molto ampia, che può fornire un rifugio alle specie in pericolo, i risultati indicano una progressiva riduzione degli habitat a bassa temperatura, gli unici dove alcune specie riescono a vivere. La scoperta suggerisce, inoltre, che le piante adattatesi a temperature più fredde che si trovano ora in comunità vegetali alpine saranno soggette ad una maggiore concorrenza, potrebbero subire un declino o addirittura scomparire localmente.

“Il nostro lavoro dimostra che i cambiamenti climatici colpiscono anche i bordi estremi della biosfera - ha affermato il coordinatore della rete GLORIA, Georg Grabherr - La termofilizzazione delle aree alpine non può essere controllata. Non esistono opzioni di strategie di adattamento, dobbiamo concentrarci sulle misure di mitigazione ai cambiamenti climatici al fine di preservare il nostro tesoro biogenetico”.