Ha senso costruire i grandi impianti idroelettrici?

Ha senso costruire i grandi impianti idroelettrici?

Una ricerca dell’Università di Oxford mette in discussione molti degli attuali progetti di costruzione di mega dighe sulla base delle analisi effettuate su 245 impianti costruiti in 65 Paesi dal 1934 al 2007, da cui si evince che quasi metà non riusciranno ad essere sostenibili dal punto di vista economico, oltre ai notevoli impatti ambientali e sociali connessi alla loro costruzione.

diga

Molti Paesi in via di sviluppo sotto la pressione di trovare soluzioni alternative ai combustibili fossili per soddisfare la loro crescente domanda energetica stanno sviluppando grandi progetti di dighe per la produzione di energia elettrica e per regolare al contempo i regimi fluviali, trattenendo risorse idriche durante le piene e ridistribuendole nei periodi di siccità, anche se non sono sempre prevedibili le conseguenze della loro costruzione a monte di grandi fiumi, come dimostra il caso degli sbarramenti indiani al confine con il Bangla Desh.

Un recente Studio di ricercatori dell’Università di Oxford, dal titolo “Should we build more large dams? The actual costs of hydropower megaproject development” in pubblicazione sul numero di giugno della Rivista internazionale Energy, rivela che progettisti e decisori politici hanno sistematicamente sottovalutato i costi e i tempi necessari per l’attuazione di grandi progetti di dighe.

Lo Studio, che ha preso in esame 245 dighe costruite in 65 Paesi tra il 1934 e il 2007 con parete di contenimento alte oltre i 15 m, costituisce un’analisi completa sulla validità economica di tali opere, dimostrando che i costi effettivi per la loro costruzione sono troppo elevati per poter conseguire rendimenti positivi, senza conteggiare gli impatti sull’uomo e sull’ambiente di tali opere, come l’impronta di carbonio lasciata per le grandi quantità di calcestruzzo necessarie per la loro costruzione, la distruzione degli ecosistemi locali, l’esodo forzoso di persone e la emissione di metano prodotto dalla vegetazione sommersa che vi si forma.

I bilanci conclusivi delle dighe indicano errori di valutazione sia nelle ultime costruite come in quelle di oltre 70 anni fa - ha affermato Atif Ansar, uno degli autori dello studio - I pianificatori di tali progetti non sembrano aver tratto lezioni dal passato. Per esempio, la diga di Itaipu in Brasile, costruita nel 1970, ha superato del 240% i costi previsti, compromettendo le finanze pubbliche del Paese per tre decenni. Sebbene stia producendo una notevole quantità di energia elettrica indispensabile al Paese, Itaipu probabilmente non sarà mai in grado di ripagare i costi sostenuti per costruirla. Malgrado ciò, il Brasile sta portando avanti il controverso progetto idroelettrico di Belo Monte che si è dimostrato impraticabile ancor prima dell'inizio e si rivelerà altrettanto fallimentare. Non diversamente si stanno comportando Cina, Indonesia, Pakistan e altre nazioni che mostrano di non trarre insegnamenti per quanto attiene la costruzione di dighe”.

I ricercatori hanno evidenziato che i costi effettivi per la costruzione di queste “grandi dighe” sono risultati mediamente superiori del 96% di quelli stimati (solo quelle costruite nel Nord America si sono limitate a superare i costi preventivati del 27%), con l’impossibilità di quasi la metà di queste di ammortizzare i costi di realizzazione, con un allungamento dei tempi di costruzione del 46% (27 mesi) rispetto a quelli previsti e, soprattutto, con l’aumento percentuale di superamento dei costi proporzionale alle dimensioni della diga (capacità installata o altezza della parete).

lievitazione costi grandi dighe aree geografiche 
La lievitazione dei costi delle grandi dighe per aree geografiche

Lo studio indica due motivi che sono alla base di così ampi sforamenti: in primo luogo, sia esperti che laici sono sistematicamente "troppo ottimisti circa tempi, costi e benefici di una decisione"; in secondo luogo, i promotori dei progetti ingannano i decisori politici e l'opinione pubblica con false dichiarazioni strategiche.
"Gli esperti che fanno le previsioni su megaprogetti possono essere utilmente raggruppati in "pazzi" o "bugiardi - ha affermato il professor Bent Flyvbjerg, anche egli co-autore dello Studio - Pazzi sono gli ottimisti spericolati che vedono il futuro con occhiali rosa e non tengono conto dei principali fattori e imprevisti, puntando gli argenti di famiglia in scommesse con bassissima probabilità di successo. I bugiardi deliberatamente inducono in errore il pubblico per guadagni personali, fiscali o politici, dipingendo prospettive eccessivamente positive di un investimento, solo per farlo iniziare. Gli esiti, sistematicamente, scarsi delle grandi dighe suggeriscono che ‘pazzi’ e ‘bugiardi’ sono stati al timone”.

Per minimizzare tali rischi connessi alla costruzione di grandi dighe, i ricercatori di Oxford consigliano ai Paesi in via di sviluppo di attuare alternative energetiche che abbiano minori tempi di implementazione e budget economici inferiori rispetto alle grandi dighe. Tuttavia gli autori tengono a precisare che il loro studio non è contro la costruzione di impianti idroelettrici in generale.    
"Noi non accettiamo che la discussione si incentri sull’utilizzo di energia idroelettrica da grandi dighe rispetto a quella da combustibili fossili - ha precisato Flyvbjerg, citando anche alcuni buoni esempi di piccoli progetti idroelettrici in Paesi come la Norvegia e il Portogallo che si sono dimostrati un valido investimento economico - Vorremmo che il dibattito si svolgesse sulla questione se sia più opportuno produrre energia idroelettrica dalle grandi dighe o da impianti idroelettrici di piccole dimensioni”.

Lo Studio è stato anticipato in occasione dello svolgimento a Kuala Lumpur (Malaysia) della Settimana dell’Energia Rinnovabile dell’Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico (20-25 aprile 2014), che aveva all’ordine del giorno il tema della costruzione di grandi impianti idroelettrici.
Lo stesso Paese ospitante sta promuovendo la costruzione di grandi dighe, ma il completamento della diga di Bakun (Sarawak), contro la previsione di una spesa di 800 milioni di dollari, ha richiesto ufficialmente 2,4 miliardi di dollari (secondo lo studio ne sarebbero occorsi in realtà 5 miliardi) e, seppur prevista l’ultimazione nel 2003, si è conseguita solo nel 2011 e a tutt’oggi non tutte le 8 turbine sono in funzione. Eppure il Governo Federale Malese si appresta a dare il via ad un’altra grande diga a Baram, sempre nel Sarawak.
Poiché la diga di Barun è stata finanziata prevalentemente con il Fondo di Previdenza dei dipendenti e con il Fondo Pensioni, sono stati i cittadini a pagare il prezzo delle troppo ottimistiche previsioni dei promotori della diga.

"Se i leader delle economie emergenti fossero veramente interessati al benessere dei loro cittadini - ha concluso Ansar - sarebbe meglio accantonare i progetti di mega-dighe”.

In discussione attualmente non c’è solo il mega impianto di Belo Monte, in Brasile, per una potenza prevista di 11.000 MW, quelli di Xiluodu (13.860 MW) e Baihetan (13.050 MW) in Cina, Bunji (7.100 MW) in Pakistan, ma anche la diga di Gilgel Gibe III in Etiopia su cui si sono recentemente riaccese polemiche che hanno coinvolto anche le Istituzioni dell’UE europee, essendo europea la ditta appaltatrice (per l’esattezza italiana), sulla quale Survival International ha ribadito che “I progetti avranno un impatto catastrofico su uno dei luoghi culturalmente e biologicamente più diversificati sulla Terra. La valle inferiore del fiume Omo in Etiopia ed il lago Turkana in Kenya sono la patria di 500.000 persone tribali e noti siti Patrimoni mondiali dell’UNESCO su entrambi i lati del confine”.

Commenta