Greenpeace: i produttori di olio di palma sono responsabili degli incendi nel Borneo

Greenpeace: i produttori di olio di palma sono responsabili degli incendi nel Borneo

La denuncia di Greenpeace contro il business miliardario dei “giganti” dell’olio di palma che alimenta gli incendi nel Borneo. Il presidente indonesiano sta intervenendo per bloccare le attività produttive che vanno a discapito delle torbiere.

olio di palma

Da mesi il vastissimo territorio dell’Indonesia è piagato da numerosi incendi che hanno incenerito enormi porzioni delle foreste torbiere del Borneo e immesso in atmosfera una quantità ciclopica di gas serra, CO₂ ma anche metano: sole tre settimane di questi incendi hanno provocato, secondo le più recenti stime, l’emissione di una quantità di gas serra superiore a quella che l’intera Germania produce in un anno.

Una tragedia per i boschi indonesiani e un danno enorme per l’ambiente, la biodiversità tipica di queste aree e le popolazioni indigene che vi abitano. Tragedia che, secondo Greenpeace, ha alle spalle dei colpevoli. Sulla base di un’inchiesta condotta dall’associazione ambientalista nei mesi scorsi i responsabili degli incendi che negli ultimi mesi hanno distrutto le foreste torbiere del Borneo sono le compagnie produttrici di olio di palma cosiddetto “sostenibile”. Queste aziende, in poche parole, utilizzano la deforestazione come pratica di sfruttamento ambientale: dopo aver usufruito della breve fertilità del terreno (dovuta al fuoco), lo abbandonano in uno stato di sterilità.

I ricercatori di Greenpeace hanno esaminato tre piantagioni della regione occidentale e centrale del Kalimantan (Borneo indonesiano), dove sono stati registrati gli incendi più gravi durante la crisi ambientale e sanitaria che ha di recente colpito l’Indonesia. Queste piantagioni sono di proprietà delle compagnie indonesiane IOI Group, Bumitama Agri Ltd e Alas Kusuma group. E i risultati non hanno lasciato dubbi: a dispetto dell’appartenenza a importanti enti di certificazione di sostenibilità tra cui la Tavola Rotonda per l’Olio di Palma Sostenibile (RSPO) e il Forest Stewardship Council (FSC), queste aziende non hanno rispettato gli standard prestabiliti e si sono rese responsabili della devastazione dei mesi scorsi.

Il motivo per cui la palma da cui si estrae l’olio (coltivata soprattutto in Malesia e Indonesia) viene così ampliamente utilizzata è che rende moltissimo, per cui il raccolto su una certa superficie di terreno dà molto più olio rispetto ad esempio alla soia o al girasole che richiederebbero più spazio. Ѐ, inoltre, un grasso solido come il burro e quindi rende gli alimenti cremosi senza influenzare i sapori e permette anche di conservarli più a lungo.

Chiediamo ad RSPO e FSC di agire tempestivamente per fare chiarezza su quanto accaduto ed espellere le aziende complici del dilagare degli incendi che distruggono le foreste torbiere e soffocano il Sud-est asiatico - ha affermato Martina Borghi della Campagna Foreste di Greenpeace Italia - L’urgenza è quella di spezzare il legame tra questi fornitori scorretti e le aziende che, inconsapevolmente, vi ricorrono. L’olio di palma ricavato da queste piantagioni viene immesso sul mercato da commercianti di materie prime come Wilmar International, IOI Loders Croklaan e Golden Agri Resources, e arriva anche nei prodotti di quei marchi internazionali che hanno adottato politiche di No deforestazione”.

Quanto accaduto indica che purtroppo i progressi fatti finora dalle singole aziende che acquistano olio di palma sostenibile non sono sufficienti a evitare che i loro fornitori distruggano le foreste - ha continuato Borghi - Per risolvere il problema alla radice è indispensabile che le compagnie che acquistano e utilizzano materie prime indonesiane lavorino insieme per far rispettare un impegno globale del settore contro l’uso di olio di palma da deforestazione”.

Vista la scarsa affidabilità degli schemi dell’ente di certificazione RSPO, nel 2014 è nato il Palm Oil Innovations Group (POIG), con l’obiettivo di spezzare il legame tra la produzione di olio di palma e la deforestazione. Questo gruppo, che riunisce compagnie che producono e utilizzano olio di palma e ONG ambientaliste, mira a rafforzare e rendere più ambiziosi gli standard dell’RSPO, ritenuti poco efficaci, come l’indagine di Greenpeace ha dimostrato, concentrandosi su tre tematiche: responsabilità ambientale, partnership con comunità locali e integrità aziendale e di prodotto. Di recente hanno aderito a questa iniziativa marchi come Ferrero, Danone, Stephenson e Boulder, così come il gigante indonesiano dell’olio di palma Musim Mas Group.

Poche settimane fa, il presidente indonesiano Joko Widodo ha promesso di bandire ogni ulteriore sviluppo delle attività produttive che vadano a discapito delle torbiere, anche all’interno di concessioni già esistenti. Nonostante da diversi anni sia in vigore una moratoria sulle nuove concessioni di torbiere, infatti, questa sospensione non viene applicata con rigore dai governi locali e nei distretti, dove l’assegnazione delle terre è spesso legata alla corruzione. Ad esempio, una delle piantagioni esaminate da Greenpeace è stata concessa nonostante il terreno in questione sia interessato dalla moratoria.

La replica dell’Associazione indonesiana di produttori di olio di palma non si è fatta attendere: un portavoce ha dichiarato che l’industria di settore è vittima di una campagna diffamatoria, e ha suggerito che gli incendi siano stati orchestrati per danneggiare l’immagine dell’industria dell’olio di palma in Indonesia.

Senza dubbio saranno necessarie ulteriori indagini da parte delle Istituzioni, ma le conclusioni di Borghi sono chiare: “Dal 1990 ad oggi, l’Indonesia ha perso un quarto delle sue foreste a causa dell’espansione indiscriminata delle piantagioni di palma da olio e cellulosa. Oggi tutti parlano della necessità di porre fine alla deforestazione, ma abbiamo bisogno di azioni urgenti, non solo di parole”.

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