Gli orsi polari mangiano i delfini: colpa del cambiamento climatico

Gli orsi polari mangiano i delfini: colpa del cambiamento climatico

Uno studio norvegese pubblicato su Polar Research rivela nuove conseguenze dei cambiamenti climatici: il riscaldamento globale ha fatto incontrare per la prima volta delfini e orsi polari, facendo cadere i mammiferi marini tra le fauci dei grandi carnivori. Un comportamento mai osservato prima d’oggi.

orsi polari

Potrebbe sembrare una favola ma proprio non lo è. Orsi polari e delfini si sono incontrati per la prima volta nel Mare Artico, ma la storia non è a lieto fine soprattutto perché la pancia degli orsi adesso è piena.

Un team di ricercatori norvegesi e francesi ha pubblicato, infatti, su Polar Research uno studio dal titolo “White-beaked dolphins trapped in the ice and eaten by polar bears” che rivela nuove conseguenze derivanti dai cambiamenti climatici al Polo Nord: il riscaldamento globale ha fatto incontrare delfini, in particolare i lagenorinchi rostrobianco (Lagenorhynchus albirostris o delfini dal becco bianco), e orsi polari (Ursus maritimus), ed i primi sono diventati vittime di predazione dei secondi.

Ciò che i quattro ricercatori (Jon Aars e Magnus Andersen del Norwegian Polar Institute e Agnès Brenière e Samuel Blanc del Fram Centre) hanno avvistato il 23 aprile 2014 in un piccolo fiordo delle Isole Svalbard nell’Artico norvegese ha dell’incredibile: un orso polare maschio adulto di circa 16-20 anni molto magro predava due lagenorinchi rostrobianco, una delle specie di delfini più grosse - raggiungono i 3 metri di lunghezza e più di 300 kg di peso - che frequentano spesso il mare Glaciale Artico nei mesi estivi, ma non durante l’inverno o la primavera quando il mare è ricoperto di ghiacci né tanto meno si spingono così a nord.

Un avvistamento inedito e soprattutto un comportamento mai osservato prima d’oggi. I ricercatori norvegesi e francesi hanno precisato nel loro studio che gli orsi polari dipendono dal ghiaccio marino, sul quale cacciano foche - soprattutto foche dagli anelli (Pusa hispida) e foca barbata (Erignathus barbatus) - ma sono anche predatori opportunisti e spazzini con una lunga lista di specie nel loro menu. La presenza di delfini in questo periodo si spiega solo a causa del clima anomalo degli ultimi anni: le acque più calde e la scarsa esistenza di ghiacci potrebbero aver attirato a nord questi mammiferi in anticipo rispetto al solito. Poi, però, una brusca ondata di freddo causata dai forti venti settentrionali che avevano soffiato sulle Svalbard nelle settimane precedenti potrebbero aver ricongelato le acque, intrappolando i delfini nei ghiacci e rendendoli prede per gli orsi nel momento in cui provavano ad uscire in superficie per respirare da una piccola apertura tra i ghiacci.

Nello studio gli scienziati sottolineano un altro comportamento atipico dell’orso: dopo aver mangiato il delfino, ha seppellito gli avanzi sotto il gelo: un gesto anomalo che gli scienziati attribuiscono alla scarsità di cibo. Di solito, infatti, gli orsi bianchi mangiano il grasso delle foche e poi abbandonano il resto agli uccelli spazzini e alle volpi. L’esemplare che si cibava di delfini, invece, cercava di nascondere la carcassa ad altri predatori per mangiarla anche nei giorni successivi.

Dopo il primo caso dell’aprile 2014, i ricercatori hanno osservato altri episodi simili nei mesi seguenti: “Abbiamo avvistato nella stessa area almeno 7 diverse carcasse di lagenorinchi rostrobianco che appartenevano probabilmente allo stesso branco rimasto intrappolato nel ghiaccio ad aprile. Successivamente 6 diversi orsi polari sono stati visti cibarsi dei resti. E’ chiaro ormai che il riscaldamento dell’Artico sta cambiando in modo significativo l’ecosistema e le relazioni tra le specie. Dato che l’habitat dell’orso polare si restringe, nei prossimi decenni prevediamo molti cambiamenti nell’area delle Svalbard e del Mare di Barents”.

Gli scienziati precisano che di solito gli orsi polari si nutrono di 5 specie di grandi carogne di balene spiaggiate - Balaena mysticetus, Balaenoptera physalus, Eschrichtius robustus, Balaenoptera acutorostrata, Physeter macrocephalus - che frequentano l’Artico e inoltre sono noti anche attacchi ai beluga (Delphinapterus leucas) e narvali (Monodon Monoceros) vivi che hanno scelto l’Artico come loro habitat.

I Lagenorhynchus albirostris, invece, sono una specie che di solito si incontra nelle acque sub-artiche e poco frequentemente nelle zone di mare ricoperte dai ghiacci. Dato che dagli anni ’70 in poi le temperature del mare sono notevolmente aumentate (nelle Svalbard nord-occidentali e nell’area del Mare di Barents la copertura di ghiaccio è diminuita del 14%), molti di essi si sono spostati nelle zone dove il ghiaccio marino non c’è più. E data la dimensione significativa di questi animali, sono diventati una formidabile fonte di cibo per gli orsi in un ambiente in cui l’accesso alle foche dagli anelli o alle foche barbate sta diventando sempre più difficile, col rischio di scomparire da un momento all’altro.

Non è la dieta che è cambiata - concludono i ricercatori - è semplicemente che questi enormi carnivori sempre più affamati per colpa di un clima che sta facendo estinguere o migrare in altre zone molte specie animali di cui abitualmente si cibano, sono venuti a contatto con una varietà che fino ad ora non gli era mai capitato di incontrare. E a quanto pare l’hanno apprezzata molto”.

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