Uno Studio di ricercatori italiani fa suonare il campanello d’allarme sul veloce esaurimento delle risorse idriche di molti Paesi in via di sviluppo come conseguenza del “land grabbing".

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Ci siamo occupati in più occasioni del triste fenomeno di acquisto o affitto di terreni a poco prezzo in Africa, Asia e Sud America da parte di Governi ed Imprese dei Paesi sviluppati, che prende il nome di “land grabbing”, efficace neologismo inglese con cui si connota come “furto di terra” questa umana tragedia (cfr: “Land grabbing e sicurezza alimentare”, n. 9, settembre 2011, pag. 54; “La corsa alla terra per la produzione di biocarburanti”, n. 3-4, marzo-aprile 2012. pag. 90; “Il land grabbing fa aumentare l’insicurezza alimentare in Africa e Sud-est Asiatico”, n. 9-10, settembre-ottobre 2012, pag. 82).

C’è un aspetto di questa pratica che non ha avuto, però, l’attenzione che merita: la correlazione stretta tra accaparramento dei terreni e accaparramento delle risorse idriche.

A colmare questa lacuna hanno ora contributo alcuni ricercatori italiani che hanno pubblicato sulla prestigiosa rivista PNAS (Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States of America) uno studio che fornisce la prima valutazione globale della quantità d’acqua che viene prelevata a seguito del land grabbing (cfr: Maria Cristina Rulli, Antonio Saviori e Paolo D’Odorico: “Global Land and Water Grabbing” in PNAS January 15, 2013, vol. 110 no. 3, pp. 892-897). Gli autori svolgono attività di ricerca presso il Dipartimento di Idraulica del Politecnico di Milano, i primi due, mentre il terzo insegna Scienze Ambientali presso l’Università della Virginia a Charlottesville.

Il fenomeno del “land grabbing” si è intensificato negli ultimi anni, in gran parte come risposta all’aumento dei prezzi dei prodotti alimentari, ma hanno avuto un ruolo trainante, secondo gli autori, anche le colture per i biocarburanti e la speculazione finanziaria.

Lo studio mette in evidenza come, quando la terra “acquistata o presa in affitto” viene irrigata (per lo più le colture introdotte ne presuppongono l’attività), l’utilizzo delle risorse idriche riduce la disponibilità di acqua per l’irrigazione delle aree agricole limitrofe, vale a dire di quelle aree che non erano state oggetto di transazioni, tanto che gli abitanti dei villaggi che continuano a possedere e coltivare la propria terra adiacente alle grandi aziende agricole che si sono costituite sui terreni acquisiti ne subiscono gli effetti negativi, aumentando povertà e disagio sociale, specie se le colture introdotte dagli investitori stranieri necessitano di una diffusa irrigazione.

Utilizzando i database pubblici The Land Matrix, che copre tutte le superfici di terreni di 200 ettari ed oltre, che sono stati oggetto di vendita, concessione, licenza di sfruttamento o affitto, e Land Grab Deals di GRAIN, che dispone di dati on line che riguardano 35 milioni di ettari utilizzati dagli investitori stranieri in 66 Paesi, gli autori hanno conteggiato l’estensione delle terre sottoposte a grabbing e hanno indicato nella Repubblica Democratica del Congo (8,05 milioni di ettari), nell’Indonesia (7,14 milioni), nelle Filippine (5.17 milioni), nel Sudan (4.69 milioni) e nell’Australia (4,65 milioni), i 5 Paesi dove gli investitori stranieri hanno acquisito la maggior estensione di terreni, pari a poco meno di 30 milioni di ettari (quanto la superficie dell’Italia!) ovvero il 63% della superficie globale soggetta a “grabbing”.

I ricercatori hanno determinato, quindi, la quantità di pioggia (la cosiddetta “acqua verde”) caduta sui terreni acquisiti, che è la quantità minima di acqua che sarebbe stata, comunque, catturata con l’acquisto del terreno. Poiché le colture introdotte richiedono, per lo più, irrigazione supplementare di acqua dolce (acqua blu), i ricercatori hanno definito una scala previsionale di acqua blu prelevata per irrigare i terreni, in cui nella parte bassa viene calcolata l’acqua necessaria per irrigare i terreni con le stesse modalità degli altri terreni agricoli del Paese, mentre nella parte alta, si colloca la quantità di acqua blu che potrebbe essere prelevata per irrigare i terreni abbondantemente (evento del tutto probabile dal momento che gli investitori hanno le risorse finanziarie per irrigare in modo massiccio il terreno acquisito al fine di massimizzare il ritorno economico dal loro investimento).

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Ebbene la stima annuale che risulta dallo studio è questa:

- 308 miliardi di m3 è la quantità d’acqua verde che viene catturata “naturalmente” dai terreni acquisiti;
- 11 miliardi sono i m3 di acqua blu che sarebbero comunque utilizzati per l’irrigazione;
- 146 miliardi di m3 il volume di acqua blu che viene consumata con le irrigazioni tese a massimizzare le produzioni.

Se si pensa che un italiano consuma, secondo gli ultimi dati ISTAT del 2012, 72,9 m3 di acqua all’anno, si può avere un’idea della quantità di acqua blu utilizzata da terreni sottoposti a “grabbing”.
Seppure i calcoli di acqua blu “rubata” si basino su stime, senza la certezza di relativi dati numerici, non c’è dubbio che lo Studio dei ricercatori costituisce un vero e proprio campanello di allarme sul rischio che la pratica del “land grabbing” possa contribuire al veloce esaurimento delle risorse idriche di molti Paesi in via di sviluppo, specialmente in Africa dove si compie la metà dei “furti” di terra.

(Approfondimenti sul numero 1-2, gennaio-febbraio 2013 di Regioni&Ambiente).

Foto di copertina: Bahir-dar (Etiopia) Nilo Azzurro Dopo aver prosciugato i 4/5 della sua falda acquifera sotterranea con un'agricoltura insostenibile, l'Arabia Saudita sta minacciando le risorse idriche dell'Etiopia con la pratica del "land grabbing"