Eventi climatici estremi e povertà saranno geograficamente collegati

Eventi climatici estremi e povertà saranno geograficamente collegati

Secondo un nuovo Rapporto l’obiettivo post-2015 di eradicare la povertà estrema fallirà senza un’adeguata gestione del rischio da catastrofi naturali a cui saranno esposti al 2030 fino a 325 milioni di individui che vivranno nei 49 Paesi più esposti al global warming.

ODI

Redatto congiuntamente dall’Overseas Development Institute (un'organizzazione indipendente che si dedica a ricerche  sullo sviluppo internazionale e sulle questioni umanitarie), dal Met Office Hadley Centre (uno dei più autorevoli centri per lo studio dei  centri per lo studio dei problemi scientifici connessi con i cambiamenti climatici ) e  da Risk Management Solutions (Società leader mondiale di prodotti e servizi per la quantificazione e la gestione dei rischi da catastrofi), è stato presentato a Londra il 16 ottobre 2013 il Rapporto “The geography of poverty, disasters and climate exstremes in 2030”.

L’evento, a cui ha partecipato, tra gli altri, Margareta Wahlström, Rappresentante speciale del Segretario generale delle Nazioni Unite per la Riduzione del Rischio da Disastri (UNISDR), è stato progettato per riunire le varie parti interessate allo sviluppo e le agenzie umanitarie, i media, dipartimenti governativi, organizzazioni di ricerca e gli organismi del settore privato allo scopo di valutare le conclusioni della relazione in cui i cambiamenti climatici e l’esposizione ai disastri “naturali” sono correlati e minacciano di non far centrare l’obiettivo al 2030 di sradicare la povertà estrema, uno dei prossimi Obiettivi di Sviluppo post-2015, quando cesseranno i Millenium Development Goals.

A quella data, secondo il Rapporto, fino a 325 milioni di persone “estremamente povere” vivranno nei 49 Paesi più esposti a eventi climatici estremi e a pericoli naturali, quali inondazioni, siccità, tempeste e terremoti.
Le temperature conseguenti ai cambiamenti climatici, si afferma nel Rapporto, sono in aumento e provocheranno ulteriori disastri, in particolare quelli legati alla siccità che costituirà la principale causa d’impoverimento, annullando ogni progresso nella riduzione della povertà.
I disastri rappresentano la minaccia più grave per l’obiettivo di riduzione della povertà estrema - ha affermato Tom Mitchell, Responsabile cambiamenti climatici dell’ODI  e uno degli autori del Rapporto - Basterebbe soltanto prendere alcuni dei disastri in alcuni di questi Paesi per capire che si farebbe un buco nell’acqua prima ancora di iniziare”.

Il Rapporto mappa dove vivranno al 2030 i “poveri estremi”, esposti a rischi multipli.
La maggior parte di loro vivrà in 11 Paesi dell’Asia meridionale e dell’Africa sub-sahariana (Bangladesh, Repubblica Democratica del Congo, Etiopia, Kenya, Madagascar, Nepal, Nigeria, Pakistan, Sud Sudan, Sudan e Uganda).
C’è, poi, un altro gruppo di 10 Paesi che avrà elevate percentuali di persone in povertà ed esposte ad alta pericolosità, senza adeguata capacità di gestione dei rischi da calamità (Burundi, Repubblica Centrafricana, Ciad, Gambia, Guinea Bissau, Haiti, Liberia, Mali, Corea del Nord e Zimbabwe).
L’India non figura in queste liste perché secondo Mitchell ha relativamente buoni meccanismi a livello nazionale per proteggere le persone. A comprovare la validità delle analisi effettuate, Mitchell ha citato il recente ciclone Phailin che ha investito lo Stato indiano dell’Orissa il 12 ottobre 2013 e che “ha provocato 35 morti” (ndr: nel frattempo, sono diventate 38), quando viceversa un ciclone di egual potenza, abbattutosi sullo stesso Stato nel 1999, aveva provocato 10.000 vittime.

Ma l’India, per la sua vastità dovrebbe costituire un caso a parte, perché in altre circostanze le autorità indiane non hanno saputo agire con accortezza, come accaduto alla fine di giugno di quest’anno, allorché le alluvioni negli Stati ai piedi dell’Himalaya, a seguito di eccezionali piogge monsoniche, hanno causato oltre 6.000 vittime.

global map of disaster risk

Secondo, gli autori del Rapporto, finora si è offerto sostegno finanziario a Paesi a medio reddito come Filippine, Messico, Indonesia, che hanno fatto notevoli progressi nel protezione della popolazione, tralasciando i Paesi più poveri, quali quelli dell’Africa sub-sahariana dove vive una popolazione maggiormente esposta.

In un precedente Rapporto, pubblicato in settembre e redatto sempre dall’ODI, in collaborazione in questo caso con Global Facility for Disaster Reduction and Recovery, il Fondo gestito dalla Banca Mondiale nell’ambito del Piano di Azione di Hyogo (2005-2015) per rendere il mondo più sicuro da pericoli naturali, aveva valutato che tra il 1991 e il 2010 ogni 100 dollari di aiuti, solo 40 centesimi erano andati alla riduzione del rischio da disastri, quando 9 dollari su 10 vengono spesi dopo che il disastro è avvenuto.

“Non è sufficiente semplicemente estendere i MDG, come alcuni suggeriscono,  perché gli esseri umani stanno trasformando il pianeta in modo tale che potrebbero essere compromessi i guadagni dello sviluppo - ha concluso Mitchell - Le persone sono sempre più esposte a crescenti livelli di shock climatici, per cui l'obiettivo dello sviluppo dovrebbe assicurare la gestione del rischio da catastrofi, concentrandosi non solo sul salvataggio di vite umane, ma proteggendo pure i mezzi di sussistenza”.

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