“Ecosistema Rischio 2016”: il dossier sul dissesto idrogeologico dell’Italia

“Ecosistema Rischio 2016”: il dossier sul dissesto idrogeologico dell’Italia

L’indagine svolta da Legambiente rileva che l’urbanizzazione in aree a rischio non è solo un fenomeno del passato, ma è perdurato anche nell’ultimo decennio, tanto che ad oggi nel 31% dei Comuni censiti ci sono interi quartieri situati in zone pericolose, che nel 51% vi sorgono impianti industriali, che nel 18% sono presenti strutture sensibili come scuole o ospedali nelle aree golenali o a rischio frana, che nel 25% ci sono strutture commerciali in queste zone.

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Secondo il Dossier “Ecosistema Rischio 2016”, presentato il 17 maggio 2016 da Legambiente nel corso di un Convegno a Roma presso la sede dell’ANCI, sono 7 milioni gli italiani che convivono quotidianamente con il pericolo di frane e alluvioni, perché residenti in aree a rischio.

L'indagine di Legambiente è stata realizzata sulla base delle risposte a un questionario inviato ai Comuni con aree a rischio idrogeologico. Sono 1.444 quelli che hanno risposto. Dalla ricerca risulta che nel 31% dei Comuni censiti ci sono interi quartieri nelle zone a rischio e che nel 51% dei Comuni sorgono impianti industriali in aree pericolose. Nel 18% dei Comuni sono presenti strutture sensibili come scuole o ospedali nelle aree golenali o a rischio frana, e nel 25% ci sono strutture commerciali in queste zone.


Solo nel 2015 frane alluvioni hanno causato nel nostro Paese 18 vittime, 1 disperso e 25 feriti con 3.694 persone evacuate o rimaste senzatetto in 19 regioni, 56 province, 115 comuni e 133 località.
Secondo l’Istituto di ricerca per la protezione idrogeologica (Irpi) del Cnr, nel periodo 2010-2014 le vittime sono state 145 con 44.528 persone evacuate o senzatetto, con eventi che si sono verificati in tutte le regioni italiane, nella quasi totalità delle province (97) e in 625 comuni per un totale di 880 località colpite.
 “È evidente l’urgenza di avviare una seria politica di mitigazione del rischio che sappia tutelare il suolo e i corsi d’acqua e ridurre i pericoli a cui sono quotidianamente esposti i cittadini - ha dichiarato il responsabile scientifico di Legambiente, Giorgio Zampetti - La prevenzione deve divenire la priorità per il nostro Paese, tanto più in un contesto in cui sono sempre più evidenti gli effetti dei cambiamenti climatici in atto. Per essere efficace però, l’attività di prevenzione deve prevedere un approccio complessivo, che sappia tenere insieme le politiche urbanistiche, una diversa pianificazione dell’uso del suolo, una crescente attenzione alla conoscenza delle zone a rischio, la realizzazione di interventi pianificati su scala di bacino, l’organizzazione dei sistemi locali di protezione civile e la crescita di consapevolezza da parte dei cittadini”.

L’urbanizzazione delle aree a rischio non è solo un fenomeno del passato: nel 10% dei Comuni intervistati sono stati realizzati edifici in aree a rischio anche nell’ultimo decennio.
Complessivamente, soltanto il 4% (53 amministrazioni) dei comuni intervistati ha intrapreso azioni di delocalizzazione di abitazioni dalle aree esposte a maggiore pericolo e appena nell’1% dei casi (20 comuni tra quelli che hanno partecipato all’indagine) si è provveduto a delocalizzare insediamenti o fabbricati industriali. Per correggere gli errori urbanistici del passato è necessario abbattere e spostare dove possibile ciò che non si può difendere dalle alluvioni e dalle frane.

Il 68% dei comuni ha dichiarato di svolgere regolarmente un’attività di manutenzione ordinaria delle sponde dei corsi d’acqua e delle opere di difesa idraulica; nel 70% dei comuni campione sono state realizzate opere per la messa in sicurezza dei corsi d’acqua o di consolidamento dei versanti franosi. Tra i 982 comuni in cui è stata segnalata la realizzazione di interventi e opere di messa in sicurezza, in ben 413 (il 42%) tale attività ha riguardato la costruzione di nuove arginature o l’ampliamento di opere di difesa già esistenti.

Solo nel 12% dei casi (115 comuni), gli interventi di messa in sicurezza hanno previsto il ripristino delle aree di espansione naturale dei corsi d’acqua. Nel 45% delle amministrazioni (439 comuni fra i 982 dove sono stati realizzati interventi) sono state realizzate opere di consolidamento dei versanti montuosi e/o collinari instabili, ma soltanto in 47 comuni (appena il 5%) è stato previsto il rimboschimento dei versanti più fragili.

Nel 39% dei comuni le attività di messa in sicurezza hanno previsto opere di risagomatura dell’alveo fluviale, ma interventi di questo tipo in molti casi possono amplificare il rischio per le strutture presenti a valle. Da rilevare, anche, che in 118 Comuni fra quelli intervistati (8% del campione) sono stati realizzati interventi di tombamento e copertura del corsi d’acqua, con la conseguente urbanizzazione delle aree sovrastanti.

Migliore è la situazione per quanto riguarda l’organizzazione del sistema locale di protezione civile, fondamentale per rispondere alle emergenze in maniera efficace e tempestiva.
L’84% dei comuni si è dotato di un piano di emergenza da mettere in atto in caso di frana o alluvione, tuttavia soltanto il 46% dei comuni intervistati ha dichiarato di aver aggiornato il proprio piano d’emergenza negli ultimi due anni.
Nonostante la Legge n. 100 del 2012 ha stabilito l’obbligo di adottare un piano d’emergenza di protezione civile entro 90 giorni dall’entrata in vigore della legge stessa, alcuni Comuni continuano a non adempiere a questo importante compito.

Nel 43% dei Comuni che hanno partecipato all’indagine sono presenti e attivi sistemi di monitoraggio finalizzati all’allerta in caso di pericolo.
Il 67% dei Comuni riferisce di aver recepito il sistema di allertamento regionale: un importante passaggio per far sì che il territorio sia informato con tempestività su eventuali situazioni di allerta e pericolo. Tuttavia, solo il 31% ha affermato di aver organizzato iniziative dedicate all’informazione dei cittadini, e il 30% di aver realizzato esercitazioni per testare l’efficienza del sistema locale di protezione civile.

La Presidenza del Consiglio, con la Struttura di missione #Italia Sicura, ha dato un segnale importante per uscire dalla logica dell’emergenza superando la tendenza degli ultimi anni in cui sono stati spesi circa 800 mila euro al giorno per riparare i danni e meno di un terzo di questa cifra per prevenirli.
Un solo centro e una sola periferia significa puntare ad una maggiore efficienza di sistema che passa attraverso il massimo coordinamento delle iniziative dirette alla riduzione del rischio idrogeologico - ha affermato il responsabile della Struttura, Mauro Grassi alla presentazione del Dossier - Non è possibile che ancora oggi ci siano comuni che pensano di poter effettuare lavori per la gestione di un fiume che passa nel territorio di loro competenza, senza pensare alle conseguenze che quell'opera ha nelle zone più a valle o anche più a monte. È indispensabile avere dei riferimenti tecnici capaci di stabilire la bontà dell'intervento nel complesso delle iniziative mirate ad evitare che un fiume rappresenti un rischio e non una risorsa come dovrebbe essere. È per questo che dobbiamo dare centralità alla definizione delle strategie d'intervento e la stessa centralità deve esserci sul territorio, iniziando dalla capacità di rispettare le decisioni delle autorità di distretto e di Ispra come indispensabili interlocutori tecnici sul tema del dissesto idrogeologico”.

È possibile scaricare anche le tabelle regionali del rischio, comune per comune.

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