Alcuni economisti di fama mondiale sottolineano la necessità di abbandonare il mantra del PIL che ha permesso ai Governi l’autoreferenzialità e il mancato coinvolgimento della società, per trovare altre metriche in grado di scorporare la crescita economica dal benessere umano. Tra gli autori dell’articolo, il Ministro del Lavoro Giovannini che ci auguriamo possa trovare il tempo di parlarne con il Capo del Governo e i suoi colleghi Ministri.


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Su “Nature” (ha un significato?) è comparso la settimana scorsa un articolo firmato da un gruppo di esperti di economia di vari Paesi, di cui primo firmatario è il famoso economista ecologico Robert Costanza, Professore di Politiche pubbliche alla Crawford School of Public Policy dell’Australian National University e figura nota anche in Italia per la sua partecipazione all’annuale Forum Internazionale Greenaccord, e tra gli autori figura anche l’attuale Ministro del Lavoro ed ex-Presidente Istat, Enrico Giovannini.

Il titolo non lascia margini di incertezza sulla roadmap che viene proposta: “È tempo di lasciarsi alle spalle il PIL” (Time to leave GDP behind).
In un mondo in rapida evoluzione che presenta molti drammatici rischi, come ci ha recentemente ammonito l’ultimo Rapporto del WEF sui “Global Risks”, è tempo che chi lavora intervenga nel dibattito sulla crescita economica, dal momento che attualmente solo una sparuta pattuglia di specialisti e visionari ne parla, affermando che la crescita è fuori controllo o che è fine a se stessa, l’equivalente della filosofia della cellula tumorale. Nel frattempo, la crescita della qualità della vita è ormai in stallo da decenni, se non in calo come affermano altri studi.

Eppure i politici e gli editorialisti persistono nell’invocare una maggior crescita, anche se essa non è mai riuscita a colmare le grandi e gravi disuguaglianza di reddito, tanto che qualche giorno fa abbiamo appreso che 85 persone più ricche del mondo possiedono una ricchezza pari a quella di 3,5 miliardi di poveri ovvero della metà della popolazione globale.

Inoltre, è ormai drammaticamente chiaro che l’ecosistema sta rivelando tutti i danni arrecategli dagli effetti collaterali dalla crescita industriale. Per effetto delle priorità stabilite dall'alto, rimane inascoltato il monito che l'enorme numero di consumatori umani sta riducendo in maniera pericolosa e insostenibile le risorse non rinnovabili, tenendo fuori da ogni discussione politica ogni teoria che proponga un sistema alternativo alla crescita.

Dopo aver iniziato con la celebre frase di Robert F. Kennedy: “Il PIL misura tutto tranne quel che renda la vita degna di essere vissuta”; Costanza e i suoi colleghi concordano che il PIL è ormai un parametro fuorviante dei successi di una nazione e che misura soprattutto le operazioni di mercato, ignorando i costi sociali, gli impatti ambientali e le disuguaglianze di reddito.

Nell’articolo si individuano 3 categorie di possibili metriche alternative.
In una prima categoria rientra il Genuine Progress Indicator (GPI) che si calcola partendo dalle “tutte le spese per i consumi personali”, corrette con una serie di 20 addizioni e sottrazioni al PIL, tenendo conto di fattori positivi come il valore delle attività di volontariato e negativi come i divorzi, la criminalità e l’inquinamento.
Costanza e colleghi propongono nell’articolo il grafico tratto dallo studio “Beyond GDP: Measuring and achieving global genuine progress” da cui, confrontando l’andamento del PIL pro-capite con quello del GPI pro-capite di 17 Paesi, tra cui l’Italia, che assommano a più della meta della popolazione globale, si evincono le divergenze tra le due metriche.

genuine progress flattens

Un altro gruppo di indicatori è costituito da “misure soggettive del benessere”, come l'Indice felicità interna lorda (National Happiness Index) che viene utilizzato dal Bhutan, tramite sondaggi elaborati su 9 domini: benessere psicologico, tenore di vita, governance, salute, istruzione, vitalità della comunità, diversità culturale, uso del tempo e utilizzo di biodiversità.
Quantunque siano stati indicati come le misure più appropriate per definire il progresso sociale, gli indicatori soggettivi sono difficili da confrontare.

La terza categoria è costituita dagli “indicatori compositi”, quelli che tendono all’integrazione tra le informazioni oggettive e soggettive, come l’Happy Planet Index che moltiplica la soddisfazione della vita con l’aspettativa di vita e divide il prodotto ottenuto con l’impatto ecologico.
Un altro Indice è quello del Better Life elaborato dall’OCSE, che permette agli utenti di Internet di scegliere il peso delle variabili.

Nessuna di queste metriche è perfetta - si sottolinea nell’articolo - ma insieme possono offrire qualcosa di gran lunga migliore del PIL”.
Che cosa finora ha impedito di intraprendere una nuova strada, mantenendo un PIL, introdotto nel lontano 1944 con la Conferenza di Bretton Woods che stabilì le regole delle relazioni commerciali e finanziarie tra i principali Paesi industrializzati del mondo?
Costanza e colleghi indicano i motivi in quella che si potrebbe definire “autoreferenzialità”: “Ci sono notevoli ostacoli, compresa l'inerzia burocratica e la tendenza dei Governi, delle Università e di altri gruppi di studio che lavorano in isolamento” e l’“assenza di coinvolgimento” della società civile, che ha permesso a ristretti gruppi di portatori di interesse di continuare a prendere decisioni.
Qualsiasi processo dall’alto deve prevedere il coinvolgimento dal basso delle forze sociali ed economiche più vive della società civile, che comprenda i governi delle città e delle regioni, le organizzazioni non governative, le imprese e le altre parti”.

Perché il Ministro Giovannini non spiega l’assunto di questo articolo al Presidente del Consiglio e agli altri suoi colleghi Ministri?