È stato salvato il Panda, ma a rischiare l’estinzione adesso sono i gorilla

È stato salvato il Panda, ma a rischiare l’estinzione adesso sono i gorilla

È stato salvato il Panda, ma a rischiare l’estinzione adesso sono i gorilla.

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Il simbolo da sempre del Wwf è stato il Panda gigante, proprio per ricordarne la sua unicità e il rischio di estinzione. La lotta intrapresa per salvare la specie asiatica è riuscita: il Panda gigante non è più a rischio con i suoi 1.864 adulti e, se si aggiungono i cuccioli, si superano i duemila esemplari. La popolazione dei Panda è cresciuta del 17% negli anni compresi dal 2004 al 2014, più di quanto si potesse immaginare. Il merito della tutela e dalla crescita deve essere dato in particolar modo alla Cina, la quale ha dedicato 87 riserve naturali esclusivamente al Panda.

A divulgare i dati è l’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (Iucn), organismo internazionale che monitora tutte le specie viventi. Puntualmente, l’ente aggiorna la lista di specie a rischio, la red list, e ha classificato i Panda all’interno della categoria “vulnerable” (vulnerabile) e non più “endangered” (in pericolo).

Purtroppo però non si può dire la stessa cosa per altre specie animali. Il team della Iucn e quello della WCS (Wildlife Conservation Society) hanno studiato le principali cause della perdita della biodiversità, mostrando che l’azione dell’uomo, ad esempio con lo sfruttamento del terreno, sia per l’agricoltura che per le abitazioni, influisce negativamente sulla vita animale. Le ricerche affermano che i tre quarti delle specie animali a rischio lo sono perché stanno perdendo il loro habitat. Infatti, le cause naturali che potrebbero portare all’estinzione influiscono in maniera minore. Ad esempio, il cambiamento climatico è solo al 7° posto tra le 11 minacce studiate, ma gli scienziati sono sicuri che il suo impatto aumenterà nei prossimi decenni.

Ad essere in maggiore pericolo sono: i gorilla, gli elefanti e le balene.

Sempre la Iucn ha dichiarato che i gorilla si stanno estinguendo. Per la precisione, 4 delle 6 grandi scimmie sono a rischio estinzione: il Gorilla orientale, il Gorilla occidentale, l’Orango del Borneo e l’Orango di Sumatra. La causa principale della quasi perdita dei nostri parenti più prossimi non è la natura, ma l’uomo. Infatti, soprattutto con il bracconaggio, il quale consiste non solo nel mercato illegale delle specie selvatiche, ma anche nel cosiddetto bush meat, cioè la vendita della carne di animali selvatici a scopo alimentare; e con la perdita dell’habitat, gran parte della popolazione si è decimata, perdendo circa il 70% dei Gorilla orientali e facendoli rientrare, nella red list, nella categoria “critically endangered”.

Un’altra specie sta affrontando il rischio dell’estinzione: gli elefanti africani delle foreste. Il problema che riguarda questa specie è ancora una volta la presenza umana. Infatti, come per le grandi scimmie, il bracconaggio, con il commercio illegale di avorio, e la perdita del terreno disponibile, stanno facendo diminuire il numero di elefanti. Oltretutto, le femmine partoriscono dopo i 23 anni di età, ogni cinque o sei anni un solo esemplare alla volta. Lo studio demografico sugli elefanti delle foreste, pubblicato sul Journal of Applied Ecology, è il primo in assoluto. In Africa, però, sono presenti anche gli elefanti della savana, il cui calo demografico sta colpendo anche loro con un tasso dell’8% l’anno, ma riescono ancora a resistere all’azione umana.

Anche le balene sono in pericolo, per la precisione le grandi balene franche che si trovano nel Nord Atlantico. Queste, secondo uno studio pubblicato dal Frontiers in Marine Science, nonostante furono salvate dall’estinzione già nel 1935, quando divenne illegale la loro pesca, ad oggi vivono un momento critico. Nel corso dei quattro decenni di studi, la popolazione della balena franca è potuta crescere di circa il 2,8% l’anno fino al 2010, anche se questo indice di crescita è meno della metà (6-7%) di tutte le popolazioni di balene franche studiate nelle altre aree del mondo.

C’è un elemento importante da considerare: in questo caso l’azione della natura sembra rientrare tra le cause principali della lenta perdita della specie, affiancando l’elemento umano. Infatti, se da una parte sono decenni che le balene franche hanno una crescita esigua, dal 2010 ad oggi, sono nate il 40% in meno e, sempre al 2010, se ne contavano nel Nord Atlantico solo 500 esemplari; dall’altra sono in aumento gli incidenti con le navi che costano la vita ai grandi cetacei.

Per spiegare meglio, l’azione umana è presente in entrambe le cause. Rimanere impigliate tra le reti o tra le cime delle navi, che sembra essere il motivo principale della loro scomparsa; e scontrarsi con le imbarcazioni, sono logicamente incidenti causati dalla presenza dell’uomo. Allo stesso tempo, però, le ipotesi più valide che spiegano la diminuzione della natalità sono conseguenze legate all’azione antropica: da una parte, gli incidenti non letali hanno conseguenze fisiche importanti sugli animali, anche nella loro vita riproduttiva; dall’altra, c’è la difficoltà nel trovare cibo, in quanto il cambiamento climatico ha portato alla migrazione di molte prede.

Cambiano le specie a rischio estinzione, ma se l’uomo agisse sempre più tempestivamente per proteggerle e salvarle si avrebbero risultati più che positivi, come nel caso del Panda.

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