Il Presidente USA viene accusato di aver fatte proprie nel suo discorso sullo Stato dell’Unione le conclusioni del Rapporto “Humanity Divided: Confronting Inequality in Developing Countries” del Programma Sviluppo delle Nazioni Unite, dove si sottolinea che le disuguaglianze di reddito in molti Paesi rischiano di compromettere lo sviluppo umano e la pace in tutto il mondo, qualora non si passi a modelli di crescita più inclusivi, sostenuti da politiche ridistributive del reddito e da cambiamenti di normative sociali.

humanity divided full report

Nel suo discorso sullo Stato dell’Unione, il Presidente USA Barack Obama ha puntato i riflettori sulle disuguaglianze tra i ricchi e i poveri negli USA, annunciando di voler colmare il gap con l’aumento del salario minimo di portare avanti le altre riforme annunciate (sostegno alle imprese che creano posti di lavoro in patria; spendere per l’istruzione; investire nelle infrastrutture), nonostante l’ostruzionismo del Congresso.
Gli avversari Repubblicani che hanno la maggioranza alla Camera dei Rappresentanti, oltre ad aver annunciato che verificheranno attentamente che il Presidente non si arroghi prerogative parlamentari, lo hanno accusato di avere idee socialiste.
Tuttavia, l’entourage del Presidente ha ribattuto che Obama ha dato eco ai temi che sono stati sollevati nel Rapporto dell’UNDP “Humanity Divided: Confronting Inequality in Developing Countries” che era stato diffuso lo stesso giorno (29 gennaio 2014) a New York.
Proprio questo riferimento, secondo quanto riportato dalla stampa statunitense, non è piaciuto ai conservatori, tant’è che l’avvocato e consulente politico Michael S. Baker avrebbe affermato che quel Rapporto conterrebbe un messaggio sconvolgente: “I progressisti, compresi quelli americani, il cui fine è di creare l’uguaglianza nel mondo, invece di far raggiungere la ricchezza nei Paesi poveri - evento che si è dimostrato impossibile - ritengono che per realizzare il sogno egualitario sia necessario creare la povertà nei cosiddetti Paesi ricchi”.
Vediamo se sussistono le motivazioni per questa dura presa di posizione.

Nel voluminoso Rapporto si sottolinea che una forte disuguaglianza mina lo sviluppo, ostacolando il progresso economico, indebolendo la vita democratica e minacciando la coesione sociale. Per contrastare questi effetti bisogna “passare a modelli di crescita più inclusiva, sostenuta da politiche di ridistribuzione dei redditi e da cambiamenti nelle normative sociali”.
La grande e persistente disuguaglianza nel bel mezzo dell’abbondanza è un paradosso dei nostri tempi - ha affermato l’ex Primo Ministro della Nuova Zelanda e a Capo dell’UNDP, Helen Clark nel corso della presentazione del Rapporto - Negli ultimi decenni, i tassi di povertà sono diminuiti in ogni regione del mondo, i Paesi emergenti sono cresciuti con una velocità senza precedenti, le nuove tecnologie hanno cambiato la vita, aumentando il benessere. Eppure, molte persone e, in alcuni casi interi Paesi, continuano ad essere tagliati fuori dai vantaggi del progresso”.

Sulla stessa lunghezza d’onda di quei “progressisti” dell’UNDP si sono posti gli “happy few” del World Economic Forum, ovvero i CEO delle grandi multinazionali e i leader istituzionali che, trascorrendo una vacanza sotto la “montagna incantata” di Davos, sono riusciti a discutere anche sui principali rischi in grado di mettere in pericolo la stabilità politica-economica-sociale dei cosiddetti Paesi ricchi, evidenziando che dei 31 principali rischi analizzati nel “Global Risks 2014” del WEF quello che presenta le maggiori probabilità di avere un’incidenza su scala mondiale di produrre gravi danni nei prossimi 10 anni, è la “cronica differenza di reddito tra i cittadini più ricchi e quelli più poveri”.

Inoltre, la diffusione qualche giorno prima dello Studio della ONG Oxfam dove si afferma che 85 persone possiedono una ricchezza pari a quella di quasi metà della popolazione globale, è suonato come un ulteriore campanello d’allarme per la stabilità, stante il perpetuarsi di un fenomeno che, promuovendo gli interessi di pochi a scapito di quelli di tutti gli altri, mina il processo democratico e le politiche di coesione.

Tuttavia, il Rapporto dell’UNDP non ha avuto la stessa diffusione mediatica degli altri due (unica e meritoria eccezione l’articolo di Umberto Mazzantini su greenreport.it.
Ci auguriamo che questa disattenzione sia stata indotta dal titolo del Rapporto che enfatizza sui Paesi in via di sviluppo la tematica della “disuguaglianza”, anche se riteniamo che sia un errore sottacere le loro questioni socio-economiche, viste le reazioni degli investitori internazionali di fronte alle preoccupazioni per un rallentamento dell’economia di alcuni Paesi emergenti, che hanno messo sotto pressione due settimane fa le borse di tutto il mondo ed altre tensioni.
Secondo economisti del calibro di Nouriel Roubini, ulteriori perturbazioni gravi sui mercati potrebbero verificarsi nel prossimo futuro, qualora molti dei Paesi emergenti non attuino riforme politiche, economiche e sociali più eque.

Anche per questo non possiamo sottrarci a prendere in esame i messaggi-chiave del Rapporto:
* In media, e tenendo conto del peso della popolazione, la disuguaglianza di reddito è aumentata nei Paesi in via di sviluppo dell’11% tra il 1990 e il 2010.
*Una maggioranza significativa di famiglie nei Paesi in via di sviluppo, più del 75% della popolazione, vive oggi con una differenza di reddito maggiore di quanto non lo fosse nel 1990.
 * I dati dimostrano che, oltre una certa soglia, l'ineguaglianza mette in pericolo la crescita e la riduzione della povertà, la qualità delle relazioni nell’ambito della vita pubblica e il senso di appagamento e autostima degli individui.
* Non c'è nulla di inevitabile nella crescente disparità di reddito, dal momento che diversi Paesi sono riusciti a contenerla o ridurla, ottenendo una forte performance di crescita.
* I dati dimostrano che una maggiore disparità di reddito tra le famiglie è sistematicamente associata a una maggiore disuguaglianza nei risultati non legati al reddito.
* La disuguaglianza non può essere efficacemente affrontata se non vengono presi in considerazione i legami inestricabili fra disparità di risultati e disuguaglianza di opportunità.
* In un sondaggio globale condotto in preparazione del rapporto, i responsabili politici di tutto il mondo hanno riconosciuto che la disuguaglianza nei loro Paesi è generalmente elevata e potenzialmente costituisce una minaccia allo sviluppo sociale ed economico a lungo termine.
* La ridistribuzione del reddito rimane molto importante per ridurre la disuguaglianza, tuttavia è necessario un cambiamento verso modelli di crescita più inclusivi al fine di ridurre in modo sostenibile le disuguaglianze.
* La riduzione delle disuguaglianze è necessaria per affrontare la riproduzione delle disuguaglianze di norme culturali e rafforzare l'azione politica dei gruppi svantaggiati.
* Dai dati emerge che il 20% dei bambini più poveri dei Paesi in via di sviluppo hanno fino a tre volte più probabilità di morire prima dei 5 anni rispetto al 20% dei bambini più ricchi.
* La protezione sociale si è notevolmente estesa a livello globale, ma le persone con disabilità in media incorrono in spese sanitarie disastrose con probabilità 5 volte maggiori rispetto alla media.
* Nonostante il calo generale della mortalità materna nella maggior parte dei Paesi in via di sviluppo, le donne delle zone rurali hanno ancora probabilità di morire durante il parto fino a tre volte maggiore rispetto alle donne che vivono nei centri urbani.

Secondo Helen Clark (molti osservatori ritengono essere il prossimo Segretario generale dell’ONU, alla scadenza del mandato di Ban Ki-moon), queste tendenze non sono irreversibili: una delle azioni chiave proposte è quella di creare opportunità d’impiego di qualità, perché uno dei problemi della globalizzazione è che “ha proceduto in maniera molto deregolata”. Di qui, la necessità di una maggiore vigilanza sul commercio internazionale e i flussi finanziari, senza peraltro eliminare la capacità del settore privato di generare profitti.

In sintonia, aggiungiamo noi, con quanto indicato dal Gruppo delle grandi imprese associate al Forum del World Business Council for a Sustainable Development (WBCSD) che hanno presentato al WEF 2014, “Action2020”, che si prefigge di indicare le soluzioni sociali ed aziendali per rendere operativa la “roadmap” sviluppata in “Vision 2050”, per andare “oltre il business-as-usual ovvero che aziende e governi comincino a lavorare e collaborare in modo diverso”.
 
 “Nel concludere - ha affermato al termine della Conferenza stampa la Clark - permettetemi di sottolineare che, mentre le mie osservazioni si sono concentrate sulle ragioni per le quali si deve essere preoccupati delle disuguaglianze a causa del loro impatto sul progresso dello sviluppo umano, le disuguaglianze contano anche di per sé perché vanno in senso contrario a quello che la gente considera equo per se stessa e per gli altri”.