Dietro la fama, la fame

Dietro la fama, la fame

La proclamazione dell’Anno Internazionale della quinoa apre una riflessione sulle opportunità di questa pianta alimentare e sui meno noti “dietro le quinte” della sua produzione.

Quinoa

Con lo slogan: “Un futuro seminato da migliaia di anni”, il 2013 è stato dichiarato “L’Anno Internazionale della Quinoa”, a riconoscimento delle popolazioni indigene andine che hanno mantenuto, controllato, protetto e preservato tale fonte di cibo per le presenti e le future generazioni, grazie alle loro conoscenze tradizionali e pratiche di vita in armonia con la madre terra e la natura.

Proposto dal Governo della Bolivia, con il supporto dell’Argentina, Azerbaijan, Ecuador, Georgia, Honduras, Nicaragua, Paraguay, Perù e Uruguay e della stessa FAO è stato approvato dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nella sessione di dicembre 2011. L’Assemblea ha preso nota e valutato più che positivamente le eccezionali capacità nutrizionali della quinoa (Chenopodium quinoa Willd), la sua adattabilità a diversi contesti agro-ecologici e i suoi potenziali contributi nella lotta contro fame e malnutrizione.

La quinoa è riconosciuta ed accettata nel mondo come una risorsa di cibo naturale dalle alte capacità nutritive, valutata come cibo di qualità per la salute e la sicurezza alimentare, tanto per le presenti, quanto per le future generazioni.

L’obiettivo dell’Anno Internazionale della Quinoa è di concentrare l’attenzione del mondo sul ruolo che il valore nutrizionale e di biodiversità della quinoa gioca a favore della sicurezza alimentare e della nutrizione, dell’eradicazione della povertà a supporto del conseguimento degli obiettivi di sviluppo presi a livello internazionale, compresi gli “Obiettivi del Millennio”.

Vediamo di conoscere insieme questa piccola e umile pianta che dagli altipiani andini, dapprima cibo povero dei campesiños, ha saputo conquistare i palati più ricercati dell’Occidente consumistico e sempre curioso degli esotismi alimentari, passando in breve tempo dallo status di “curiosità” a gourmandise radical chic.

La quinoa è una semplice erbacea perenne che ha fra i parenti “stretti” i ben più celebrati spinaci e le popolari barbabietole. Non è un cereale propriamente detto, ma i suoi semi possono essere consumati come quelli delle più nobili graminacee (tanto più che non contiene glutine) e, proprio per il suo apporto proteico (100 gr di quinoa danno un valore energetico pari a 350 kcal / 1480 kj e contengono proteine, carboidrati, fibre vegetali e grassi in prevalenza polinsaturi accanto a fosforo in ragione del 52% della razione giornaliera raccomandata dalle CEE, ferro – 20% RDA; magnesio – 50% RDA; e zinco – 18% RDA), costituisce da sempre l’alimento base delle popolazioni andine.
Le civiltà preincaiche, la coltivavano già 5.000 anni fa, e gli stessi Inca, in lingua quechua, la chiamavano “Chisiya mama – la madre di tutti i semi”.
Presente nel mercato con oltre 200 varietà, la quinoa cresce in condizioni quasi estreme, tra i 3.800 e i 4.200 metri di altezza sul livello del mare e grazie al particolare adattamento evolutivo, resiste a terreni poveri, siccità e pesanti escursioni termiche.
I semi, raccolti dalla infiorescenza, risultano simili a quelli del miglio e previa eliminazione delle saponine amare tramite lavaggio e successiva essiccazione, sono commercializzati e venduti in tutto il mondo.

Già, il mondo!
Il nuovo mercato globale per un alimento dalle alterne fortune e dal destino ancora tutto da giocare.
Perché dal coté sacrale di cui la pianta era rivestiva in epoca incaica, dopo la conquista spagnola ebbe un tracollo dovuto proprio alle abitudini alimentari dei conquistadores che ne scoraggiarono la coltivazione spingendo il pedale sul grano, fintanto che, essi stessi si resero conto della diversità di resa a favore della pianta autoctona e, solo allora, essa poté riprendere il cammino che, con fatica, l’ha portata sulle tavole dei cinque continenti finendo per attirare l’attenzione dei mercati e degli organismi internazionali.

E qui iniziano le note dolenti, perché, se è vero che le Nazioni Unite e la FAO hanno riconosciuto alla quinoa virtù esemplari e prospettive esaltanti nella direzione dell’agricoltura sostenibile, della biodiversità e della lotta alla malnutrizione, è pur vero che, la rapidissima ascesa della domanda globale di questo “pseudocereale” ha innescato dinamiche di esportazione sfrenata che mette in crisi il consumo locale e fa aumentare i prezzi. Paradossalmente, laddove da sempre si produce e si consuma quinoa, oggi si preferisce coltivarla per la vendita e ripiegare sul grano duro o sul riso.

Nel celebrare l’Anno della quinoa l’ONU ha sì riconosciuto il lavoro millenario delle popolazioni andine a difesa e supporto di questa coltivazione prodigiosa, però, resta il fatto che, al di là di entusiastici slogan “Negli ultimi otto mesi del 2012 il prezzo è aumentato del 7,2% sul mercato internazionale” come ricorda Juan Crispin, presidente dell’Associazione boliviana dei produttori, citato su “Avvenire” del 25 febbraio, che ricorda pure come dal 2006 al 2011 il costo della tonnellata si è moltiplicato per tre.

Risultato, mentre i Paesi tradizionalmente produttori di quinoa si svenano della loro ricchezza specifica e arrancano nella denutrizione, gli angoli ricchi del mondo fanno “melina” e approntano progetti per la coltivazione massiccia sui loro territori.

E così si consuma l’ennesimo dramma dei ricchi sui poveri, ai quali si toglie pure l’unico cibo dopo tanti altri furti perpetrati nella storia ai danni di altre ricchezze.

Consumiamo, dunque, la quinoa, sapendo che fa bene al corpo e all’ambiente, ma con la consapevolezza che, nella logica del mercato globale, non sembra esserci spazio per le conoscenze tradizionali e pratiche di vita in armonia con la madre terra e la natura.


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