Secondo uno studio redatto da UNEP, attraverso una buona governance delle risorse naturali e delle materie prime è possibile promuovere la pace e lo sviluppo economico in Darfur e in numerosi altri paesi dell’Africa, sino ad oggi teatro di feroci conflitti che ne hanno da sempre minato la crescita e l’autonomia.

Darfur risorse naturali per la pace

Attraverso un “buon governo” dell'ambiente e delle risorse naturali è possibile costruire una pace duratura in Sudan, in particolare in Darfur. Lo sottolinea uno studio dell'UNEP (United Nations Environment Programme) dal titolo “Governance for Peace over Natural Resources” presentato durante la International Donor Conference on Darfur che si è tenuta il 7 e l’8 aprile scorsi in Qatar.

La relazione - finanziata dal Ministero britannico per lo Sviluppo internazionale (DFID) - esamina l'importanza di una corretta governance ambientale equa e partecipativa in Sudan ai fini della promozione e del sostegno della pace e dello sviluppo economico, ed evidenzia come altri paesi africani (ad esempio Kenya, Niger e Sud Africa) migliorando la gestione della terra, dell'acqua, delle foreste e di altre risorse naturali abbiano raggiunto una convivenza maggiormente equilibrata.

Lo studio dell’UNEP risponde alla richiesta di “sviluppo di un sistema per un accesso equo alle risorse idriche e naturali” avanzata nel Documento di Doha per la pace in Darfur (DDPD), punto di riferimento per il processo di pace globale nella regione in questione, presentato al termine della Conferenza di maggio 2011 a Doha, in Qatar, dopo due anni e mezzo di negoziati e consultazioni tra le parti principali coinvolte nel conflitto, a cui ha fatto seguito il 14 luglio 2011 la firma di un protocollo d'intesa tra il governo del Sudan e il Movimento di Liberazione e Giustizia nel rispetto dei principi del Documento.

Uno degli obiettivi principali della International Donor Conference è quello di raccogliere fondi per lo sviluppo e la ricostruzione del Darfur. Qualsiasi processo di pace in questa martoriata regione del Sudan deve obbligatoriamente prendere il via da una corretta governance ambientale, facendo riferimento anche ai buoni esempi portati avanti da altre regioni africane” ha dichiarato Robin Bovey, direttore dell'UNEP in Sudan “E’ necessario che tutte le parti coinvolte collochino ai primi posti della peacebuilding agenda (il programma per la ricostruzione della pace, ndr) lo sfruttamento equo delle risorse naturali”.

Dalla secessione del Sud Sudan avvenuta nel luglio 2011 con la conseguente perdita di entrate vitali come le esportazioni di petrolio, il Sudan è sempre stato vincolato per i suoi fabbisogni ai settori dell'allevamento e dell'agricoltura. Di conseguenza, una buona governance delle risorse naturali del paese diventa fondamentale per incrementare l'economia nazionale, soprattutto nelle zone di confine del Sudan oppresse da annosi conflitti, come gli stati del Blue Nile e del Sud Kordofan.

Secondo BoveyFondamentale per il recupero del Darfur sarà un equilibrato rapporto tra leadership tradizionale e governo ufficiale per una pacifica co-gestione delle risorse naturali, senza dimenticare lo sviluppo di nuove forme di conduzione agricola come gruppi di allevamento e gestione integrata delle risorse idriche e delle comunità forestali. Sostenere nuovi accordi di governance capaci di soddisfare le sfide che deve affrontare oggi il Darfur come i cambiamenti climatici, la ripresa economica e la rapida urbanizzazione rappresenta una priorità essenziale per il recupero e la pianificazione dello sviluppo nella regione africana”.

L’analisi dell’UNEP, che rappresenta solo una delle tante relazioni a sostegno del Documento di Doha per la pace in Darfur (il primo studio è stato “Environmental Governance in Sudan - an expert review” realizzato da due ambientalisti sudanesi) prende in esame anche le normative internazionali per la negoziazione che possono contribuire al processo di ricostruzione e gestione delle risorse naturali. “Spesso - afferma Bovey - l’attrito tra diritti consuetudinari e statutari può complicare le questioni relative al possesso della terra in Africa che in effetti continua ad essere al centro di numerosi conflitti”.