Dal 2044 a Roma e Napoli gli anni più freddi saranno più caldi di quelli più caldi del passato

Dal 2044 a Roma e Napoli gli anni più freddi saranno più caldi di quelli più caldi del passato

La sconvolgente previsione è contenuta nello studio di scienziati dell’Università delle Hawaii di Manoa, pubblicato il 10 ottobre 2013 sulla prestigiosa rivista “Nature”, dove si evidenzia anche la possibilità di un allungamento dei tempi, qualora vengano adottate quanto prima misure di riduzione dei gas climalteranti.

Hawaii-Universita

Questa volta il monito non arriva dai soliti climatologi catastrofisti in cerca di notorietà con notizie che possano attrarre l’attenzione dei media, bensì da scienziati e ricercatori specializzati in modelli computerizzati per verificare l’impatto sulla biodiversità, conseguente ai cambiamenti climatici. 

Tramite 39 modelli differenti di previsioni climatiche tratti da 21 Centri di ricerca di 12 Paesi, gli scienziati del Dipartimento di Geografia dell’Università delle Hawaii di Manoa hanno desunto che la metà della superficie terrestre intorno al 2047, all’interno di un range di 5 anni in più o in meno, avrà temperature più elevate di qualsiasi limite registrato nell’arco degli ultimi 150 anni.

Questa previsione è più pessimistica di quella che è contenuta nel primo volume del Quinto Rapporto di valutazione dell’IPCC (A5R) che è stato presentato il 27 settembre 2013 a Stoccolma e che tante polemiche e illazioni ha suscitato.

"I risultati ci hanno sconvolto - ha affermato Camilo Mora, principale autore dello Studio  (cfr: “The projected timing of climate departure from recent variability”, Nature, n. 502, pagg. 183-187, 10 ottobre 2013)  - Indipendentemente dai diversi scenari, i cambiamenti arriveranno presto. Riferendomi alla mia generazione, ripercorrete la situazione più calda in cui vi siete mai trovati: quella sarà la norma. In futuro, l’anno più freddo sarà più caldo che non l’anno più caldo del passato”. 

Pur precisando che modelli e programmi informatici contengono margini di problematicità, Mora e colleghi hanno condotto un ampio studio sui cambiamenti climatici in atto dal 1860 al 2005, utilizzando diverse variabili per le proiezioni ai prossimi decenni, tra cui il tasso di evaporazione, le precipitazioni, la temperatura di superficie degli oceani e la loro acidità. La superficie terrestre è stata suddivisa in una rete, le cui maglie hanno una superficie di 386 miglia quadrate, all’interno delle quali è stato calcolato un indice, chiamato l’ “anno del clima di partenza”, che indica l’anno in cui in quell’area si verificherà uno scostamento al di fuori di ogni storica variabilità.

La novità consiste, così, in una mappa interattiva che permette di trasmettere le informazioni ad un pubblico più vasto: “Abbiamo voluto offrire alla gente un modo davvero più facile per osservare e capire la progressione nel tempo dei cambiamenti climatici, proprio nei luoghi dove vive - ha affermato Abby G. Frazier, uno degli autori dello studio - Con la speranza che possa essere maggiormente coinvolta al problema e aumenti la consapevolezza circa l’urgenza di agire”.

Contrariamente a quanto è opinione diffusa che gli effetti del global warming si manifestino nella maggior ampiezza nelle calotte artiche ed antartiche, saranno invece le fasce tropicali ad avere gli impatti più evidenti. Sotto lo scenario del mantenimento delle attuali elevate emissioni, il calore intrappolato dai gas ad effetto serra determinerà che l’ “anno del clima di partenza” sarà il 2031 per Città del Messico, il 2029 per Giacarta e Lagos, il 2033 per Bogotà.

Le popolazioni che vivono nelle zone tropicali sono generalmente povere, con meno risorse per intraprendere azioni di adattamento ai cambiamenti climatici rispetto a quelle che vivono nei Paesi ricchi delle medie latitudini, che sono anche quelle che stanno bruciando di più i combustibili ad alto tenore di carbonio e che sono le maggiori responsabili della maggior parte delle emissioni. 

Inoltre, le variazioni climatiche interannuali ai Tropici sono scarse, per cui le piante e gli animali non hanno la capacità genetica di adattarsi ai rapidi cambiamenti climatici come avviene, viceversa, per le specie autoctone delle altre regioni, che sono più abituate alla variabilità climatica e, quindi, potranno adattarsi meglio all’aumento delle temperature. 

Great-Barrier-Reef-Australia

Grande Barriera Corallina (Queensland, Australia). L’aumento delle temperature globali potrebbe avere maggiore impatto sulla biodiversità delle aree tropicali, tra cui le barriere coralline.

 “Gli scienziati hanno più volte messo in guardia circa i cambiamenti climatici e i suoi probabili effetti sulla biodiversità e popolazione - ha osservato Mora - Il nostro studio dimostra che tali cambiamenti sono già incombenti. Tuttavia, questi risultati non devono costituire motivo per rinunciare ad agire, ma dovrebbero incoraggiarci a ridurre le emissioni, rallentando il tasso di cambiamento, in modo da dare più tempo alle specie, agli ecosistemi e a noi stessi, di adeguarsi ai cambiamenti che verranno”. 

I modelli mostrano, infatti, che le temperature senza precedenti potrebbero essere ritardate da 20 a 25 anni se vi fosse un vigoroso sforzo globale per portare le emissioni sotto controllo. Questo allungamento dei tempi, oltre a dare maggiori opportunità di adattamento, potrebbe risultare anche fondamentale per lo sviluppo di tecnologie in grado di ridurre ulteriormente le emissioni.

In Italia, secondo la mappa, in uno scenario “business as usual” le temperature “eccezionalmente elevate” si verificherebbero dal 2044 a Napoli e Roma, mentre a Milano nel 2048; ma se venissero intraprese adeguate azioni per ridurre le emissioni globali, tali date si sposterebbero al 2065 per Napoli, al 2067 per Roma e al 2073 per Milano.

Commenta