La corretta gestione della fauna selvatica

fauna selvatica

Il Ministero dell’Ambiente, dell’Alimentazione e degli Affari Rurali (DEFRA) della Gran Bretagna ha lanciato l’allarme per la diffusione nel Paese del parrocchetto dal collare (Psittacula krameri). Questo grazioso uccello esotico, nelle sue quattro sottospecie conosciute, vive in natura nelle savane alberate, nelle boscaglie e nelle foreste secondarie dell’Africa sub-sahariana e del sub-continente indiano. È il parrocchetto più conosciuto, di taglia attorno ai 40 cm e di colore generalmente verde, anche se in cattività ne sono state fissate mutazioni di colore giallo, bianco e blu. Presenta un evidente dimorfismo sessuale: il maschio ha un collarino rosa soffuso di viola sulla nuca e una banda nera dal becco al collo; la femmina ha colorazione più pallida ed è priva di collare rosa e banda nera e ha le timoniere centrali più corte.


Secondo il DEFRA, mai l’isola ha conosciuto un’invasione così rapida di fauna selvatica. Ad esempio, lo scoiattolo gri-gio (Sciurus carolinensis), una delle 100 specie aliene più dannose della lista IUNC, ha impiegato secoli per conseguire il suo dominio in Inghilterra, mentre il parrocchetto ha conquistato Londra e le aree circostanti in soli 16 anni! Nel 1995, infatti, la sua popolazione era stimata in 1.500 esemplari, ora il numero è salito ad oltre 30.000 individui.
Introdotti come uccelli da tenere in gabbia all’interno di abitazioni e cortili o nelle voliere dei giardini privati e zoologici britannici, molti di questi animali sono fuggiti o volutamente liberati, ma non si pensava che fossero in grado di resistere in libertà a latitudini così settentrionali. La loro esplosione demografica è tuttora oggetto di studio. Alcuni ritengono che tale fenomeno possa essere stato enfatizzato dalla diffusione di piante esotiche nei giardini, che costituiscono la base alimentare dei parrocchetti; altri credono che sia stata l’abitudine di molti proprietari di mettere nei pressi delle loro abitazioni delle “mangiatoie” per uccelli; altri, ancora, che sia legato ai cambiamenti climatici in atto che hanno reso più caldo il clima britannico, facendo aumentare il loro metabolismo e diminuire il numero dei loro predatori. Tuttavia, gli ultimi due inverni in Gran Bretagna sono stati particolarmente rigidi, ma non hanno avuto ripercussioni negative sulla specie.
“Non c’è alcuna conclusione plausibile - ha dichiarato Grahame Madge, portavoce della Royal Society for the Protection of Birds, organismo che ha criticato la decisione assunta di consi-derare nociva tale specie e come tale oggetto di possibile uccisione, anche senza licenza di caccia - Non sussistono dati che supportino una diminuzione dei predatori, né elementi che giustifichino un impatto ambientale di tale evenienza. Personalmente, non ritengo che il clima sta giocando un qualche ruolo in merito. Al momento i parrocchetti non creano importanti problemi di conservazione alle specie autoctone, anche se in futuro potrebbero determinarne”.
Il DEFRA sostiene che specie aliene come il parrocchetto pesano sull’eco-nomia del Paese per 1,7 miliardi di sterline all’anno. Il timore maggiore è che i parrocchetti possano diffondersi in aree agricole, minacciando i raccolti.
Negli USA, gli Stati di California, Georgia e New Jersey ne hanno proibito la detenzione, oltre che vietarne categoricamente la liberazione, dopo che tali uccelli avevano causato incendi e guasti alla rete elettrica. Questa specie, infatti, costruisce grandi nidi coloniali sulle cime di grandi alberi anche a 20 metri di altezza, che possono ospitare da 10 a 20 coppie, arrivando a pesare anche 200 Kg. Per questo i parrocchetti collegano saldamente le strutture del nido a rami grandi all’attaccatura con il tronco, quindi intrecciano decine di rametti e formano una grande “fascina” percorsa da tunnel comunicanti e da camere di cova dove ogni femmina depone 5-8 uova che vengono incubate per 20 giorni. Nelle aree di nuova colonizzazione questi uccelli hanno individuato nei tralicci in legno della rete elettrica il posto prediletto per costruire tale nido che può facilmente incendiarsi e provocare black out allorché divengono fradici per la pioggia.
“Il pericolo è esagerato - ha affermato Andrew Tyler, Direttore di Animal Aid - Più che un’azione di eradicazione dovremmo bloccare l’importazione di questi uccelli che vengono venduti per sopportare una noiosa vita in gabbia. Non è sorprendente che vogliano fuggire. Se vogliamo davvero che coesistano con altre specie, dobbiamo concedere loro un territorio”.
Oltre al parrocchetto dal collare, alme-no altre 3 specie di pappagalli hanno stabilito colonie di nidificazione in Gran Bretagna: il parrocchetto monaco (Myiopsitta monachus), originario di una vasta area della parte sud-orien-tale del Sudamerica, con le altrettante 4 sottospecie come quello dal collare dal quale si distingue, tuttavia, per una minor taglia (attorno ai 29 cm) e per la coda blu, facilmente visibile in volo; il parrocchetto alessandrino (Psittacula eupatria), originario dell’Asia meridio-nale, di maggiori dimensioni (circa 58 cm) dalla lunga coda; il parrocchetto blu incoronato (Aratinga acuticauda-ta) del Venezuela.
I ricercatori dell’Imperial College Lon-don stanno conducendo un censimento scientifico dei parrocchetti per avere un quadro chiaro su ciò che il Paese sta affrontando. Lo studio, chiamato Project Parakeet, dal quale sono attesi risultati in grado di indicare alcune soluzioni, si propone di valutare:
- il numero, la distribuzione e la pre-vista crescita della popolazione;
- l’impatto ecologico sulla biodiversità del Regno Unito;
- l’impatto economico sul sistema agricolo del Paese.
Secondo il DEFRA, si tratta di incoraggiare la cattura dei parrocchetti, il loro reinserimento naturale, nonché la loro uccisione, ma il London Wildlife Trust ha già fatto sapere, comunque, che i “parrocchetti non sono meno britannici del curry”.
Anche in Italia è sempre più frequente sentire ed avvistare parrocchetti dal collare e monaco. A Roma la prima segnalazione risale alla fine degli anni ’70 a Villa Doria Pamphili, successivamente è stata osservata la presenza di alcuni individui a Castelfusano e presso Villa Borghese.
È possibile sentire gli strani pigolii mol-to acuti e striduli di queste specie pure al Parco Lambro (MI).
Successivamente segnalazioni di colonie sono avvenute dai parchi di Genova e di Bologna. Queste osservazioni, unitamente alla sempre maggiore frequenza di avvistamenti, porterebbero a pensare che il numero dei parrocchetti stia velocemente aumentando anche nel nostro Paese, ma anche in questo caso diviene difficile considerarli “alloctoni”, visto che sono nati e cresciuti in Italia.

Se in Gran Bretagna le polemiche estive sono state alimentate dalla sorte del parrocchetto, in Italia sono state le pro-poste contenute nel documento finale che la Commissione Agricoltura della Camera ha approvato all’unanimità nel luglio scorso e che prevederebbero, secondo la stampa nazionale, l’“abbattimento indiscriminato” di specie dannose all’agricoltura, tra cui il lupo.Al di là di forzature e strumentalizzazioni che non sono mancate, anche per la vigilia dei calendari venatori regionali che si trascinano ormai da decenni con i loro corollari di impugnative e ricorsi, la Commissione presieduta dall’On. Paolo Russo aveva attivato nei mesi precedenti un’indagine per acquisire una completa informazione sul fenomeno dei danni causati dalla fauna selvatica alle produzioni agricole e zootecniche, sulla tipologia, sulla localizzazione geografica e sulla quantificazione economica dei danni denunciati, sulle colture danneggiate e sulle specie animali interessate.

Nel corso dei lavori, la Commissione ha ascoltato tutti i protagonisti del settore: associazioni ambientaliste e venatorie, organizzazioni professionali agricole e zootecniche, nonché ANCI, UPI e Conferenza delle Regioni.
L’orientamento finale emerso, da tradursi in breve tempo in un articolato normativo, prevede la possibilità di cacciare, oltre a cinghiali, caprioli, tortore, corvi, storni e nutrie, specie individuate tra le maggiori responsabili dei danni causati ad agricoltori ed allevatori, anche il lupo.
Immediate le reazioni delle associazioni ambientaliste e animaliste che hanno intravisto un atteggiamento di apertura da parte della Commissione all’aumento delle specie cacciabili, e soprattutto a quelle protette, come il lupo.
Al di là delle interpretazioni possibili, riteniamo che i Membri della Commissione abbiano avuto ben chiara la differenza che passa tra la possibilità di abbattere specie protette, i cui danni provocati peraltro sono marginali e nei confronti delle quali occorre assumere un atteggiamento di grande prudenza e sulla base di conoscenze e dati scientifici a cui sono deputati organismi autorevoli, come l’ISPRA che ha assunto il ruolo svolto dall’Istituto Nazionale per la Fauna Selvatica (INFS), e la necessità di intraprendere azioni forti e tempestive verso quelle specie il cui aumento di numero sta provocando guai consolidati alle aziende agricole.
Non crediamo pertanto che il lupo possa essere stato individuato quale capro espiatorio delle difficoltà della nostra zootecnica, né che le altre specie sopracitate, pur gravemente dannose alle colture quali i cinghiali, siano state indicate come i veri responsabili della crisi della nostra agricoltura.
Se il fine ultimo è quello della prevenzione, accanto ad azioni necessarie di contenimento della fauna selvatica sulla base di criteri di tutela della biodiversità e di sostenibilità territoriali, sarebbe opportuno approntare misure e strumenti di difesa delle colture e degli alleva-menti, nonché di vietare l’immissione di nuove specie, come insegna sia la proliferazione di cinghiali importati dall’est-Europa a scopo venatorio che, essendo più prolifici e di grossa taglia, hanno soppiantato quelli autoctoni, sia la diffusione delle nutrie…