Da costa a costa in 25 anni 10% di cemento in più

Da costa a costa in 25 anni 10% di cemento in più

Dal Dossier del WWF con l’aiuto di immagini satellitari si evidenzia che le più colpite dal fenomeno, proseguito senza sosta nel periodo preso in esame, sono le coste del mare Adriatico e quelle di Sardegna e Sicilia, tanto che viene invocata una moratoria.

gargano coste


Il WWF ha appena diffuso il Dossier “Cemento coast-to coast: 25 anni di natura cancellata dalle più pregiate coste italiane”.
che, presentando schede sintetiche e foto satellitari a confronto, mostra l’aumento continuo delle edificazioni lungo le coste della penisola.
Quantunque il fenomeno fosse percepibile percorrendo le strade litoranee, i numeri sono comunque allarmanti: in 25 anni (i dati si riferiscono al periodo-1988-2013), il 10% delle aree costiere italiane hanno subito una “trasformazione metropolitana”.

Il WWF segnala 312 macro attività umane che hanno sottratto suolo naturale lungo le nostre “amate sponde” per far spuntare villaggi, residence, centri commerciali, porti, autostrade, dighe e barriere che hanno alterato il profilo e il paesaggio del nostro paese facendo perdere biodiversità e patrimonio naturale.
Un pezzo strutturale della nostra economia è stato così mangiato dal cemento, a scapito di un’offerta turistica balneare (soprattutto in aree di qualità) che coinvolge migliaia di aziende.
Dalla cava del 2003 della Baia di Sistiana in Friuli occupata poi da un mega villaggio turistico alla Darsena di Castellamare di Stabia in Campania, dall’urbanizzazione della foce del Sangro in Abruzzo al porto turistico ampliato e villaggio turistico sulla foce del Basento in Basilicata: sono alcuni dei “case history” illustrati in una simbolica foto gallery regione per regione.
In un quarto di secolo abbiamo cancellato e imprigionato, coprendole di cemento, l’incomparabile bellezza delle nostre dune sabbiose, compromesso irrimediabilmente la macchia mediterranea, i boschi costieri e le aree di riposo e ristoro, come stagni costieri e foci di fiumi, per migratori - ha dichiarato Donatella Bianchi, Presidente del WWF Italia - Non solo bellezza che scompare o natura cancellata, ma una ricchezza economica che sperperiamo e che solo una visione miope e scellerata può consentire. L’attenzione e la cura sono ancora più urgenti, sono scelte obbligate, se pensiamo a quanto impatto avrà il turismo nei prossimi anni sulle nostre coste: 312 milioni di presenze stimate dall’Agenzia Europea per l’Ambiente nelle sole zone costiere del Mediterraneo. Gestione integrata, uso sostenibile e attento, rinaturalizzazione dovranno essere le parole chiave del futuro, magari investendo in un lavoro di recupero e riqualificazione delle nostre coste”.

Le più “colpite” Sicilia, Sardegna e soprattutto la costa adriatica che rappresenta il 17% delle coste italiane, ma dove meno del 30% del waterfront è libero da urbanizzazioni.
Persino le aree costiere cosiddette protette non sono state risparmiate: su 78 SIC o ZPS difesi dalla Rete Natura 2000 europea il WWF ha censito 120 interventi “antropici” tra cui darsene, villaggi, ecc. Dei circa 8.000 chilometri di coste italiane quasi il 10 % sono artificiali e alterate dalla presenza di infrastrutture pesanti come porti, strutture edilizie, commerciali ed industriali che rispecchiano l’intensa urbanizzazione di questi territori in continuo aumento e dove si concentra il 30% della popolazione. Finora le aree protette costiere si sono rivelate ottimi strumenti per contenere questa pressione e per valorizzare correttamente i territori, ma si tratta di ambiti limitati in un sistema disordinato e non gestito.
E a peggiorare le cose, secondo l’Associazione ambientalista, il fatto che di tanta meraviglia non esista un “custode” unico visto che ad oggi nessuno sa chi realmente governi le nostre coste: la gestione è ‘condivisa’ a livelli molto diversi (Stato, Regioni, Enti locali) con una frammentazione di competenze che ha portato spesso a sovrapposizioni, inefficienze, illegalità, e complicazioni gestionali e di controllo. Dalla legge sulla “Protezione delle bellezze naturali" del 1939, all’articolo 9 della Costituzione che tutela il paesaggio, passando per la Convenzione Ramsar sulle zone umide del 1971, senza dimenticare la Convenzione di Barcellona per la protezione del Mediterraneo e la Convenzione sulla diversità biologica di Rio del 1992, non mancano certo le leggi a tutela delle coste, ma nonostante questo non si sa chi le governi.

coste cecina

Si pensa che lo scempio delle coste sia legato al passato, agli anni del boom delle seconde case e della grande speculazione edilizia o del raddoppio delle concessioni demaniali del 2000: purtroppo non è così perché l’invasione del cemento non si è mai fermata - ha dichiarato Gaetano Benedetto, Direttore politiche ambientali del WWF Italia - Il WWF chiede di invertire la tendenza alla cementificazione attraverso due semplici cose: estendere i vincoli paesaggistici di tutela dai 300 metri ai 1.000 metri di battigia e applicare una moratoria di tutte le edificazioni lungo la fascia costiera fino all’applicazione dei nuovi piani paesaggistici, che tra l’altro, dovrebbero essere già vigenti. Non si tratta di un problema solo ambientale: salvare le coste dal cemento vuol dire salvare un pezzo strutturale della nostra economia”.

Per il WWF, la “ricetta” per sfruttare in maniera intelligente e non devastante il potenziale patrimonio naturale costiero deve essere una sua gestione integrata e sostenibile. La vera sfida è invertire la tendenza alla ulteriore cementificazione della nostra fascia costiera anche attraverso una moratoria che l’Associazione chiede a Governo, Regioni e Comuni. Inoltre, garantire il rispetto delle normative e adottare politiche fiscali incentivanti sui comuni per la conservazione di ciò che resta ancora “libero” da cemento lungo le coste, come già accade in qualche Paese europeo.
Un potenziale per le economie locali e il lavoro è anche quello che potrebbe derivare dal ripristino di vecchie cave (spesso occupate da costruzioni) o delle foci di fiumi distrutti e dune cancellate, un lavoro di “rammendo” delle nostre coste, speculare a quello invocato dall’architetto Renzo Piano per le aree periferiche delle grandi città.

Non sarà di certo la nuova riforma urbanistica proposta dal Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti a porre un freno alla cementificazione delle nostre coste, dal momento che viene prevista la subordinazione dei piani paesaggistici alla Direttiva Quadro Territoriale ovvero al governo del territorioregolato in modo che sia assicurato il riconoscimento e la garanzia della proprietà privata, la sua appartenenza e il suo godimento”.

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