La flotta di 85 navi portacontainer della Hanjin, colosso dello shipping sudcoreano, ha dichiarato bancarotta e molti porti non vogliono più accettare questi giganti del mare, con serie ripercussioni sul commercio internazionale. Non solo. Le poche che sono riuscite ad attraccare si limitano a svuotare i contenitori senza ricaricarli a bordo, creando grosse difficoltà alla logistica portuale.

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La Corea del Sud sta vivendo un momento particolarmente difficile: la profonda crisi del suo gruppo economico più importante, Hanjin, leader mondiale nel settore dello shipping, cioè il settore dei trasporti navali, ad oggi il modo più economico per muovere grandi quantità di merci dal produttore al consumatore.

Il gruppo rappresenta il nono più grande armatore mondiale, attivo soprattutto nei trasporti navali (Hanjin Shipping) e nei voli di linea (Korean Air). Il 31 agosto scorso Hanjin ha dichiarato bancarotta, presentando un'istanza di fallimento dopo aver perso il sostegno dei suoi creditori. Da quel momento è iniziato un vero e proprio calvario per le navi e gli equipaggi controllati dall'azienda sudcoreana, dato che nessun porto sembrava più disposto ad accettarli, costringendo la flotta di 85 mercantili in viaggio per giungere ai porti europei, cinesi ed americani a rimanere per diverse settimane in acque internazionali, dunque fuori dalle rade, senza possibilità di scaricare le proprie merci o fare rifornimenti di carburante e viveri.

Le navi che sono riuscite ad attraccare, tra cui una anche al terminal Sech di Genova proprio pochi giorni fa (che ha fatto tirare un sospiro di sollievo a molte aziende italiane che vedevano già, a causa del crac di Hanjin, lo spettro della cassa integrazione), stanno avendo comunque seri problemi: come accade nel sistema portuale di Los Angeles-Long Beach dove le navi della Hanjin Shipping si limitano a scaricare, senza ricaricare i contenitori pieni o vuoti che siano (molti dei quali sono noleggiati). Quindi, i vuoti si accumulano nei piazzali perché nessuno è disposto a muoverli, senza disposizioni su dove portarli e soprattutto sapendo dello stato fallimentare della compagnia. Ad oggi a Los Angeles-Long Beach sono fermi circa ventimila contenitori della compagnia sud-coreana, che bloccano il 13% dei semirimorchi disponibili. Ma la situazione si sta ripetendo anche in altri porti della costa occidentale degli Stati Uniti e del Canada.

In tutto, solo poco più di un terzo delle navi di Hanjin in attesa di attraccare è riuscito a sbarcare il carico. D'altra parte, con un costo di circa trentacinquemila dollari per ogni sbarco e servizio, pochi porti vogliono accollarsi il costo. Per cui i mercantili sono costretti all'impasse e il settore dei trasporti e dei commerci, con migliaia di container bloccati, è nel caos più completo.

Il rischio maggiore è quello che la crisi Hanjin possa avere serie ripercussioni sull'andamento del commercio internazionale, visto che le merci pronte per essere spedite sarebbero del valore di 14 miliardi di dollari e che il loro mancato arrivo sui vari mercati potrebbe mettere in ginocchio multinazionali del calibro di Nike, Ralph Lauren e Hugo Boss.

Il governo di Seoul per far fronte a questa emergenza ha garantito un prestito straordinario di circa 90 milioni di euro che ha permesso ad alcune navi di attraccare senza incappare in problemi con le autorità. Intanto, gli avvocati sono riusciti ad ottenere l'accesso delle barche in una cinquantina di porti. Ma il commercio globale rischia di essere drasticamente ridimensionato. “I nostri mercantili sono diventati navi fantasma - ha dichiarato il sindacato che rappresenta i lavoratori di Hanjin Shipping - Senza dimenticare che ormai in molte di quelle navi in mezzo al mare cominciano a scarseggiare anche acqua e viveri”.

Le maggiori multinazionali mondiali guardano alla crisi Hanjin con molta apprensione, vista anche la relativa vicinanza a feste come il Ringraziamento americano o il Natale, feste che potrebbero per la prima volta dalla Seconda Guerra Mondiale avere una carenza di prodotti tra quelli più richiesti dal mercato. La speranza è che tra le varie parti prevalga il buon senso e che si cerchi di impedire che da una già grave situazione di crisi, come quella del Gruppo Hanjin, possa derivarne una ancora più grande che affondi l'economia non solo di una nazione, ma dell'intero mondo.

Certamente, la crisi della flotta coreana è figlia della globalizzazione: da anni ormai l'Occidente acquista la maggior parte delle merci dal mercato asiatico, ma basta una compagnia che fallisce a bloccare quasi completamente il commercio internazionale. Non solo. È figlia anche delle pessime condizioni di salute dell'intero settore del trasporto via mare con container: i tassi bassi hanno convinto molti armatori a comprare nuove navi e il boom dell'offerta ha fatto crollare prezzi e redditività. Il comparto lavora in perdita da fine 2015 ed è destinato a chiudere il 2016 in rosso per 5 miliardi circa.

Da Chicago alla California, nei Tribunali federali sta arrivando una valanga di cause contro la Hanjin Shipping da parte di aziende che vantano crediti per centinaia di migliaia di dollari, a volte milioni, e chiedono il sequestro delle navi. Il minimo che si possa aspettare è una lunga scia di cause legali che si trascinerà per anni in tutto il mondo, complicata dal fatto che la flotta Hanjin è solo in parte di proprietà della compagnia sudcoreana: molte sono navi in affitto, e su questo ora giocano molti ricorsi.

Fortunatamente una buona notizia c'è. Lo Hyundai Merchant Marine ha dichiarato pochi giorni fa di essere interessato agli asset di Hanjin Shipping che servono le rotte tra Stati Uniti ed Asia, quelle maggiormente seguite dalla compagnia sudcoreana. La cessione di questi asset è stata annunciata recentemente e il termine ultimo per presentare le offerte è il 28 ottobre. La vendita riguarda cinque portacontainer da 6500 teu e dieci impianti logisti.