Per evitare che le bonifiche dei siti inquinati siano essenzialmente a carico di fondi nazionali ed europei, sono necessarie metodologie standard a livello di Unione europea.

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Il principio “chi inquina paga” si è rivelato pressoché impossibile da applicare nella pratica e non vi sono meccanismi sufficienti che permettano alle autorità pubbliche di recuperare quanto investito nel caso in cui i progetti generino più introiti del previsto”.

In questa affermazione del relatore Henri Grethen, si può cogliere la sintesi della nuova relazione speciale della Corte dei Conti europea sui siti dismessi (ex siti industriali e militari abbandonati e spesso inquinati) che sono stati oggetto di progetti di riqualificazione, dal titolo “Le misure strutturali dell’UE hanno sostenuto con successo la riqualificazione dei siti industriali e militari dismessi?”.

Secondo l’organismo di controllo delle spese dell’UE, la maggior parte dei progetti è riuscita a riconvertire i siti, ma in molti casi i terreni nuovamente sviluppati e gli edifici “(ri)costruiti” non sono stati destinati all’uso previsto ed i posti di lavoro creati sono stati meno di quelli attesi.

Gli auditor della Corte hanno constatato che gli stessi risultati avrebbero potuto essere ottenuti ad un costo minore per i bilanci nazionali e dell’UE, dato che non sempre è stata stabilita la necessità di finanziamenti pubblici e che le norme disciplinanti i progetti di riqualificazione sovvenzionati dall’UE non offrono sufficienti possibilità di recuperare il denaro pubblico nel caso i progetti generino più introiti del previsto.

I controllori hanno anche rilevato che il principio “chi inquina paganon è stato pienamente applicato, per cui i bilanci UE e nazionali hanno sopportato parte del costo delle bonifiche ambientali.

“Gli accordi tra chi ha causato l’inquinamento, i proprietari del terreno e gli sviluppatori spesso non sono sufficientemente trasparenti - afferma la Corte - Non è sempre possibile rilevare la misura in cui chi ha causato l’inquinamento abbia effettivamente sostenuto i costi delle opere di bonifica”.

Si stima che il numero di siti dismessi in Europa vada da qualche centinaio nei piccoli Stati membri a qualche centinaio di migliaia negli Stati membri più grandi con un importante passato industriale.

Il Fondo Europeo di Sviluppo Regionale (FESR) e il Fondo di Coesione (FC) hanno co-finanziato progetti che riguardavano diverse attività di riqualificazione per promuovere il riutilizzo di tali siti ed anche per proteggere la salute umana e l’ambiente ed attenuare gli effetti dell’espansione urbana:

- la bonifica di terreni instabili e contaminati;
- la riconversione dei siti;
- la completa riqualificazione di siti dismessi contaminati, includente sia misure di bonifica che di riconversione.

La Corte ha osservato che l’individuazione dei siti contaminati, la definizione degli obiettivi e il monitoraggio della bonifica sono gestiti a livello degli Stati membri che mostrano ampie differenze tra i valori nazionali di screening della contaminazione del suolo, in particolare in termini di livello e numero di contaminanti ricercati, non esistendo standard a livello UE per stabilire se un sito ponga rischi significativi alla salute umana e al suolo o alle acque. Non essendoci, poi, una metodologia standard UE, gli Stati membri visitati dalla Corte hanno ognuno la propria metodologia per stabilire i livelli di bonifica da ottenere, non esistendo standard a livello UE per stabilire se un sito ponga rischi significativi alla salute umana e al suolo o alle acque. Parimenti, non esistono procedure a livello UE riguardanti i controlli sulla corretta attuazione delle opere di bonifica, così che i risultati delle opere di bonifica ambientale svolte non sempre sono stati certificati in modo appropriato.

“Il retaggio dell’inquinamento dei siti dismessi nell’UE continua a rappresentare un significativo problema. I progetti di riqualificazione co-finanziati dall’UE hanno realizzato le trasformazioni promesse, ma i progressi sono stati spesso lenti ed i posti di lavoro creati sono stati inferiori a quanto previsto - ha proseguito Grethen - In questo contesto, i fondi necessari per porre rimedio a questo inquinamento storico dovranno probabilmente ancora provenire dai bilanci pubblici”.

I membri della Corte hanno visitato siti riqualificati in 5 degli Stati membri che ricevuto maggiori finanziamenti (Germania, Gran Bretagna, Ungheria, Repubblica Ceca, Polonia). Il campione dei 27 progetti esaminati non comprendeva siti in Italia, anche se il nostro Paese ha avuto assegnati fondi UE per la riqualificazione dei siti industriali e militari pari complessivamente a poco meno di 450 milioni di euro (più della Polonia e della Repubblica Ceca).

Secondo la Corte, i regolamenti dei Fondi strutturali dovrebbero prescrivere che i progetti di sviluppo dei siti dismessi siano basati su piani di sviluppo integrati e si dovrebbe fare di più per incoraggiare il loro riutilizzo, anziché lo sviluppo di nuovi siti in aree a verde.

Nelle sue considerazioni finali, la Corte raccomanda alla Commissione UE di:

a) considerare l’opportunità di definire principi comuni per l’applicazione del principio «chi inquina paga» nel caso in cui la contaminazione sia avvenuta prima che tale principio fosse incorporato nella normativa;
b) ricordare alle autorità di gestione degli Stati membri il loro obbligo di determinare il deficit di finanziamento per tutti i progetti potenzialmente in grado di generare introiti, e di applicare tutte le pertinenti norme in materia di aiuti di Stato.