Cooperazione e sviluppo sostenibile per salvare l’Artico

Cooperazione e sviluppo sostenibile per salvare l’Artico

Una strategia comune per proteggere l’Artico, dove i grandi interessi economici in ballo si accompagnano alle preoccupazioni ecologiche: è questo l’obiettivo di Norvegia, Svezia e Finlandia, che al convegno “Arctic Frontiers” hanno presentato uno studio congiunto per garantire uno sviluppo sostenibile dell’area.

orso artico


Si è conclusa a Tromso (Norvegia) lo scorso venerdì la IX edizione della Conferenza “Arctic Frontiers” che quest’anno ha riunito oltre 1400 partecipanti tra scienziati, politici e rappresentanti della società civile di 30 paesi del mondo per discutere della tutela dell’Artico, profondamente colpito dai cambiamenti climatici in atto.

Regione ricca di potenzialità per le risorse naturali (nichel, zinco, diamanti) e i corridoi di navigazione, l’Artico rappresenta anche un’importante riserva di idrocarburi: secondo i dati dell’USGS (United States Geological Survey, l’agenzia scientifica del Governo degli Stati Uniti che studia il territorio, le sue risorse e i rischi che lo minacciano), l’area contiene il 15% del petrolio e il 30% del gas naturale ancora da estrarre.

Però, oltre ad essere uno scrigno di fonti naturali ed energetiche, la regione artica è un territorio molto fragile, che sta sperimentando le conseguenze del riscaldamento globale più velocemente di altre aree del Pianeta. L’Artico, infatti, pur contando su una ridotta concentrazione di industrie, patisce gli effetti nocivi derivanti dall’inquinamento. Prova ne è il continuo scioglimento dei ghiacciai e il rischio di estinzione di molte specie animali del luogo.

Nell’ultimo secolo si è osservato un aumento di temperatura di 2°C, pari al doppio della media planetaria - ha spiegato Vito Vitale, climatologo dell’ISAC Cnr (Istituto di Scienze dell’Atmosfera e del Clima di Bologna) - I rischi legati allo sfruttamento delle fonti energetiche in Artico sono altissimi. Abbiamo il dovere di tutelare il delicato e ricchissimo ecosistema ad oggi esistente nella regione e promuovere in quest’area uno sviluppo sostenibile. Non dimentichiamo, inoltre, che i cambiamenti climatici hanno anche un forte impatto negativo sulla salute umana dei nativi”.

Tra l’altro, lo scioglimento dei ghiacci, oltre a contribuire all’aumento del livello del mare e ad immettere nelle acque oceaniche una grande quantità di carbonio organico dannoso per l’ecosistema, ha aperto nuove rotte tra l’oceano Atlantico settentrionale e lo stretto di Bering. Entro 15 anni, si stima che l’area possa essere percorsa da circa 500 navi ogni anno, tra turismo crocieristico e commercio transartico.

Per questo la penisola scandinava, a fronte delle incertezze che riguardano gli effetti del cambiamento climatico, lo sviluppo del traffico navale e i progetti energetici, ha deciso di porre subito rimedio a quello che, in termini di ambiente ed ecologia, potrebbe rivelarsi un disastro di proporzioni epiche.

Innanzitutto, l’Organizzazione Marittima Internazionale (IMO) ha realizzato e posto immediatamente in vigore il Codice di Navigazione Polare, che detta nuove norme per le imbarcazioni che solcano le acque polari, con l’obiettivo di limitare e regolarizzare le rotte commerciali.

Ma soprattutto, durante il convegno, Norvegia, Svezia e Finlandia hanno optato per la linea della cooperazione ed hanno presentato un rapporto elaborato con lo scopo di garantire uno sviluppo sostenibile. I tre Paesi scandinavi, pur continuando a curare i propri interessi, hanno proposto la creazione di un unico quadro normativo, un piano a lungo termine per l’ambiente, le infrastrutture e i trasporti coordinato da un team congiunto di esperti che avrà il compito di:

• improntare ai dettami della green economy i regolamenti inerenti i traffici navali, l’emissione nell’aria di sostanze inquinanti e polveri sottili, la produzione di energia;
• potenziare il settore della ricerca di energie green (gas naturale liquefatto e rinnovabili);
• favorire processi estrattivi più rispettosi del ricchissimo e delicato ecosistema artico;
• concentrarsi sullo studio di nuove fonti da cui ricavare energia sostenibile;
• dare vita ad un sistema green di scambi commerciali e turistici con altre aree del mondo.

L’obiettivo principale della politica artica - ha dichiarato il ministro norvegese degli Affari Esteri Børge Brende, presente al convegno - è quello di assicurare che l’Artico rimanga un’area di pace, stabilità e cooperazione internazionale”.

Un equilibrio può e deve esserci: chi governa deve avere la volontà di trovarlo e di fermarsi di fronte agli avvertimenti, rispettando il pianeta e i diritti delle popolazioni Inuit, la cui voce spesso non viene ascoltata - ha concluso il climatologo Vitale - La questione è se si riuscirà a imporre delle soglie o se ogni Stato vorrà svilupparsi, anche nell’Artico, senza limiti. Mi auguro che gli ottimi risultati raggiunti al convegno aprano la via per una nuova e corretta metodologia di investimenti e sviluppo per l’Artico”.

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