Dal 2010 il Consorzio sostiene la biodiversità e la salvaguardia del territorio marchigiano

bio marche

Secondo i dati riportati da una ricerca elaborata dall'AIAB (Associazione italiana per l'agricoltura biologica), in Italia il mercato dei prodotti alimentari convenzionali ha subito una perdita del 3,7%, ma esiste una nicchia che al contrario cresce costantemente da oltre un decennio: il biologico.

Grazie a consumatori consapevoli e imprenditori agricoli coraggiosi, il bio è sempre più presente nelle nostre tavole e molte aziende si riuniscono in strutture organizzate per fare rete e concentrare in unica filiera tutta l’energia dei coltivatori biologici.
È il caso del Consorzio Marche Biologiche che dal 2010 progetta nuove strategie comuni per rafforzare il biologico marchigiano e migliorare la presenza delle specialità regionali sui mercati.
Per conoscere meglio questa realtà abbiamo intervistato il Presidente del Consorzio, Francesco Torriani.

Presidente, qual è la situazione dell'agricoltura biologica nelle Marche?

Nelle Marche l'agricoltura biologica rappresenta un comparto importante e in continua crescita che coinvolge 2000 aziende e gestisce oltre 50.000 ettari si superficie agricola utilizzabile, ossia l'11% di quella regionale. Negli ultimi anni si è specializzata nella filiera dei cereali ed è in grado di organizzare la coltivazione, la trasformazione e la commercializzazione del prodotto biologico, in particolare dei cereali e della pasta come prodotto di punta.
Tra i cereali sono diffusi il frumento duro e soprattutto i grani antichi che sono l'eccellenza della nostra regione grazie alla loro alta digeribilità. Oltre ai cereali, per rotazione, anche le leguminose rappresentano una parte importante della produzione, soprattutto ceci, lenticchie e fagioli.

Quanto pesa nella produzione biologica la vicinanza di aziende che invece producono con metodi convenzionali?
È possibile produrre biologico in qualunque contesto, ma al consumatore non interessa solo la tecnica colturale ma soprattutto la qualità del prodotto finito, pertanto operare in un contesto più naturale ci permette di prevenire tutti i fenomeni di contaminazione indiretta. Se si opera in un contesto più convenzionale, si devono inserire delle fasce di rispetto, ossia zone di terreno lasciate a prato, oppure fare delle campionature dei prodotti per assicurarsi che non ci siano contaminazioni.

L'attenzione dei consumatori per il biologico è aumentata nel tempo. Nelle Marche si può parlare di auto-sufficienza della produzione oppure è necessario ricorrere anche a prodotti importati da altre regioni?
Sicuramente si può teorizzare un incremento della produzione biologica nelle Marche, ma c'è ancora molta strada da percorrere soprattutto per accontentare una richiesta di prodotti variegati.
Da qualche anno il numero di aziende bio si è stabilizzato a 2000 aziende; la Regione Marche è sempre stata sensibile a questo argomento ma bisogna mettere in atto strategie nuove per incentivare la conversione al metodo biologico.
Tra le varie criticità l'aspetto burocratico è quello che spaventa maggiormente l'azienda agricola che vorrebbe convertirsi, sebbene la certificazione sia fondamentale per garantire al consumatore un prodotto di qualità. È necessaria una semplificazione e sperimentare, ad esempio, delle forme di certificazione collettiva per snellire le procedure e al contempo assicurare la qualità bio del prodotto.
I contributi previsti dal Piano Regionale di Sviluppo Rurale possono avere un ruolo incentivante nel favorire la conversione al metodo biologico; la Regione ha fatto molto ma si potrebbe prevedere nel nuovo Piano un pacchetto specifico per la coltivazione biologica dove si somma al contributo per la conversione e il mantenimento del metodo biologico anche il contributo per la compensazione per i costi della certificazione.
Infine, a livello regionale, è necessario che il sistema cooperativo si organizzi sul territorio in modo più capillare per favorire la conversione al metodo biologico e aumentare, quindi, la produzione.

In un mondo sempre più globale, anche nel food si assiste a fenomeni di contraffazione e sofisticazione. Quali sono le vostre attività di contrasto per promuovere invece i produttori onesti?
La nostra mission è utilizzare la produzione biologica marchigiana, quindi svolgiamo anche un ruolo culturale. La domanda di prodotti bio sta crescendo ma paradossalmente a livello regionale non riusciamo a soddisfarla, con conseguente ingresso sul mercato di prodotti provenienti da altre regioni o nazioni. Chiediamo, quindi, che i controlli sulle importazioni siano più rigorosi affinché non si verifichino frodi alimentari; poiché le vittime sono i consumatori e soprattutto i produttori locali che devono fare i conti con la concorrenza sleale che, oltre a creare un ingente danno economico, insinua il dubbio in un settore che si basa sulla fiducia del consumatore.
Va sottolineato che il 90% delle frodi riguardava prodotti destinati alla zoo-tecnia, e non al consumo alimentare umano, tuttavia la frode è gravissima e come produttori biologici dobbiamo tutelarci.
A nostro avviso, sarebbero da introdurre dei nuovi modelli di certificazione basate sul rischio: quando arrivano dei prodotti da zone dove i controlli non sono rigorosi, occorre intervenire in modo precauzionale e prevedere una serie di norme più restrittive affinché queste verifiche siano fatte prima che il prodotto entri in Italia.
Infine, non capiamo perché, nonostante una richiesta di mercato in forte crescita, l'agricoltura continui ad essere convenzionale, lasciandosi sfuggire un'opportunità economica.

Per quanto riguarda la cultura e l'educazione alimentare, è auspicabile che il mercato dei prodotti bio si allarghi anche nelle mense scolastiche e nella ristorazione?
È sicuramente un obiettivo che dobbiamo porci. Sono necessari un'attività continua di educazione alimentare per fare apprezzare al consumatore le caratteristiche dei prodotti bio e saper utilizzare al meglio la filiera per poter essere competitivi in certi mercati.

Le aziende bio sono interessate a sviluppare connubi con turismo, integrazione e sviluppo del territorio?
Chi fa bio sviluppa strategie nell'ottica della filiera, soprattutto nella parte finale del contatto con il consumatore, dove avviene la vera valorizzazione del prodotto. Inoltre, l'azienda bio è multi-funzionale, in quanto realizza, non solo prodotti, ma anche servizi, come agriturismi, fattorie didattiche, agri-asili. In questo senso, ben vengano le sinergie con la cultura, il turismo e lo sviluppo rurale del territorio. Cultura e coltura rappresentano sicuramente un connubio turistico vincente.

Le aziende bio possono essere considerati dei veri e propri presidi del territorio?
Indubbiamente. Molti giovani scommettono nell'agricoltura con un approccio di filiera e multi-funzionale adottando il metodo biologico. È un esperienza positiva che va stimolata soprattutto in questo periodo di grave crisi economica.

Un messaggio per i nostri lettori.
Coltivare e mangiare bio fa bene alla salute, all'ambiente e all'economia marchigiana, quindi mangiate bio!