Diffuso il testo “snellito” per l’Accordo sul Clima in vista della COP21 di Parigi che sarà oggetto di ulteriori negoziazioni tra le Parti nel corso dei prossimi ed ultimi colloqui a Bonn (19-23 ottobre 2015), stante le numerose parentesi ed opzioni ancora presenti.

cop21 paris 2015

Riferendo dell’ultima sessione del Gruppo di Lavoro sulla Piattaforma di Durban per un'Azione rinforzata svoltasi a Bonn in settembre, che non era stata in grado di “snellire” il testo dell'Accordo da sottoporre all'approvazione a Parigi, durante la COP21 di fine anno, avevamo dato notizia che i due co-Presidenti avrebbero consegnato alle Parti della Convenzione UNFCCC un testo più sintetico, tenendo conto delle posizioni emerse duranti i Colloqui.

La promessa è stata mantenuta: il 5 ottobre 2015 è stato consegnato e, quindi, diffuso un “Draft Agreement”.

Il testo-base è stato ridotto, passando dalle iniziali 89 pagine, diventate poi 76, alle attuali 20, in modo che possa essere valutato con un certo anticipo prima dell’ultima riunione che avrà luogo a Bonn dal 19 al 23 ottobre 2015, accompagnato da un Documento supplementare di 3 pagine con le indicazioni sui percorsi da intraprendere per gli obiettivi nazionali di riduzione delle emissioni prima del 2020, stante che il nuovo Accordo entrerà in vigore in tale data.

Seppur più sintetico, dopo 3 mesi di lavori dei negoziatori il nuovo testo contiene molte “parentesi quadre” che, come abbiamo già osservato, indicano i punti su cui ancora si tratta. In particolare, il documento prevede un obiettivo a lungo termine per la riduzione delle emissioni globali di gas a effetto serra, ma mancano quantificazione e scadenza, le cui definizioni non sono di certo ininfluenti (art. 3).

Il testo sintetizzato prevede, inoltre, un continuo processo di revisione degli obiettivi climatici fissati a livello nazionale negli anni successivi all’Accordo Parigi - considerato come fondamentale per il suo successo - con i Paesi tenuti a comunicare ogni 5 anni i loro obiettivi di emissione (art.3, comma. 6), mentre era stato richiesto da alcuni Paesi un periodo di 10 anni o di limitarlo ai soli Paesi ricchi.

Gli obiettivi di emissione saranno soggetti alle capacità di ogni Paese di conseguirli, con "responsabilità comuni ma differenziate" (art. 2, comma 1), senza un’esplicita indicazione del loro peso tra Paesi ricchi e quelli poveri.

Al momento sono 146 i Paesi che hanno presentato i piani d'azione nazionali (INDCs), oltre i 3/4 delle Parti, includendo tutti i maggiori produttori di gas climalteranti, anche se mancano quelli di Paesi le cui emissioni non sono marginali (Iran, Arabia Saudita, Malaysia, Pakistan, Venezuela, Egitto e Nigeria).

C’è da tener presente, inoltre, che secondo Climate Action Tracker gli impegni di riduzione di gas serra fin qui sottoscritti condurrebbero al 2100 ad un riscaldamento medio globale compreso tra +2,9 °C e i +3,1 °C, ben superiore all'obiettivo di +2 °C, limite da non superare, secondo gli scienziati, se si vogliono evitare conseguenze catastrofiche.

All’art. 4 viene chiesto alle Parti di fare piani per l'adattamento ai cambiamenti climatici, prevedendo che “i Paesi in via di sviluppo per l’attuazione di tale articolo sono ammissibili a sostegno” (comma 9), senza alcuna precisazione ad un determinato livello di sostegno finanziario e se debba essere corrisposto dai Paesi ricchi, mentre i finanziamenti per far fronte agli effetti dei cambiamenti climatici e per consentire al contempo la riduzione delle loro emissioni è una richiesta esplicita dei Paesi in via di sviluppo alle nazioni ricche, per poter dare il loro consenso all’Accordo. Peraltro, anche l’art. 6 relativo ai finanziamenti è tuttora ricco di parentesi.

Al riguardo, è destinata a suscitare polemiche la dichiarazione di Rachel Kyte, inviato speciale della Banca Mondiale per i cambiamenti climatici, secondo la quale l’Accordo non dovrebbe contenere l’impegno dei 100 miliardi di dollari all’anno entro il 2020, come stabilito alla Conferenza UNFCCC di Copenaghen (2009), che è stato assunto astrattamente all’ultimo momento per salvare il risultato di una Conferenza fallimentare.

La questione delle perdite e dei danni (loss and damage) correlati ai cambiamenti climatici, che i Paesi in via di sviluppo avevano chiesto che venisse inserita nel testo dell'Accordo, considerandola risarcimento per le catastrofi del global warming, già subite e fronteggiare in futuro, mentre le nazioni ricche la intendono come un supporto in caso di eventuali disastri attribuibili ai cambiamenti climatici, è inserita nel testo in un apposito articolo, ma estremamente generico e riduttivo, con opzioni ancora da verificare (Art. 5).
Ci pare di poter dire che c’è ancora molto da dirimere, anche se il lavoro sulle opzioni ancora aperte è facilitato.

Non casualmente il Draft Agreement in epigrafe è definito “no-paper” ovvero importante documento di lavoro, ma ancora base di discussione su cui è possibile intervenire prima che sia “documento ufficiale” che, ci auguriamo, diventi tale a Bonn nelle prossime settimane, perché le mediazioni dell’ultimo momento sono sempre le più pasticciate.