Nei media ha fatto più rumore il Rapporto del Climate Accountability Institute che ha indicato per nome le 90 imprese e società responsabili del 63% delle emissioni storiche prodotte dall’uomo, che non gli scarsi risultati finali raggiunti in extremis dalla COP 19. Speriamo che sia l’inizio di un’inversione di tendenza da parte della stampa a dare le corrette informazioni all’opinione pubblica.

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La Conferenza ONU sui Cambiamenti Climatici si è conclusa ieri, 23 novembre 2013, un giorno dopo il calendario previsto, al fine di poter raggiungere una accordo in extremis che permettesse “di mantenere i Governi su un itinerario che conduca ad un accordo universale sul clima nel 2015”, come recita il comunicato stampa finale.
Al di là delle dichiarazioni ufficiali, ancora una volta si è concluso un rituale che cerca di spostare sempre più avanti il momento delle decisioni “sofferte”, ma inevitabili.
La COP 19 dell’UNFCCC si era aperta con la clamorosa protesta del delegato filippino che ha iniziato lo sciopero della fame per richiamare l’attenzione sulla necessità di intraprendere quanto prima le azioni per limitare le conseguenze del global warming, come dimostravano gli effetti catastrofici dell’inusuale violenza e dell’insolito momento stagionale del tifone Haiyan, e terminava, di fatto, con l’abbandono dei lavori da parte delle ONG e Associazioni ambientaliste, dopo aver alfine constatato che “Questa conferenza di Varsavia, che avrebbe dovuto segnare una tappa importante nella transizione verso un futuro sostenibile, non sta portando a nulla”.
La questione dirimente è sempre la stessa: USA e UE chiedono che tutti i Paesi concorrano a ridurre le emissioni climalteranti, Cina, India e altri Paesi in via di sviluppo chiedono che i Paesi industrializzati che sono stati i responsabili storici del riscaldamento globale paghino un conto più salato.

In questo clima, è sopraggiunta a lavori quasi chiusi, forse volutamente per non gettare benzina sul fuoco, la pubblicazione sul numero di novembre della Rivista “Climatic Change” di un Rapporto il cui assunto è: “Novanta imprese sono responsabili del 63% delle emissioni prodotte dall’uomo”.
La notizia è rimbalzata su tutti i media, ricevendo in un giorno più risonanza mediatica di quella avuta dalla stessa COP 19 che si è trascinata per 2 settimane, anche per la correlazione con quanto vi si stava discutendo, dal momento che lo Studio “Tracing anthropogenic carbon dioxide and methane emissions to fossil fuel and cement producers, 1854-2010” individua i responsabili storici del global warming.
Le 914 Gigatonnellate di CO2, registrate tra il 1751 e il 2010, sono state prodotte da 90 grandi compagnie minerarie private, pubbliche e statali, del petrolio, carbone e gas, elencato, eccetto 7 che realizzano cemento. Non solo, il Rapporto sottolinea come la metà delle emissioni stimate siano state generate solamente negli ultimi 25 anni.
Ci sono migliaia di produttori di petrolio, gas e carbone in tutto il mondo - ha osservato l’autore dello Studio Richard Heede, climatologo e Direttore di Climate Mitigation Services, con sede in Colorado (USA) - Ma i decisori politici, gli amministratori delegati, o i ministri dell’energia, se si restringesse la scelta ad un solo individuo, potrebbero stare tutti su uno o due Greyhound [ndr: gli autobus di linea che collegano gli USA da una costa all’altra e derivano il nome dal levriero che hanno disegnato sulla fiancata]”.

Dalla “black list”, emergono nomi conosciuti come gli statunitensi Chevron Texaco Corporation ed Exxon Mobil, l’inglese British Petroleum, la Royal Dutch Shell e produttori di carbone quali la British Coal Corp., la statunitense Peabody Energy e l’anglo-australiana BHP Billiton. Vi figurano anche due italiane: Eni (33° posto) e Italcementi (87°). Ma nelle 90 società iscritte, vi sono anche numerose le aziende statali come la Saudi Aramco (Arabia Saudita), Gazprom (Russia) e Statoil (Norvegia), Coal India, Petro China.

cumulative co2 ch4 emissions

Sottese al Rapporto ci sono anche altre questione che meritano di essere illustrate: il rapporto tra ricerca scientifica e politica e il ruolo giocato dai media nel minimizzare la connessione tra gli eventi climatici estremi e il global warming.

L’autore del Rapporto è anche il Direttore del Climate Accountability Institute, un Istituto di ricerca no profit che ha come Vision, la protezione del pianeta dai danni sociali, economici e ambientali dei cambiamenti climatici, come Mission l’utilizzo della rendicontazione climatica e come Strategy far leva sull’assunzione di responsabilità dei produttori di combustibili fossili per utilizzare le loro competenze, capitali e risorse per aiutare, piuttosto che opporsi alla transizione verso un futuro a basse emissioni di carbonio o di energia a zero emissioni.
Non è senza significato che sulla home page dell’Istituto sia posta in epigrafe la frase di Stephen Henry Schneider (1945-2010), all’insegna della quale si è celebrato nel 2011 a Boulder (Colorado) il Forum in memoria del grande climatologo e fondatore della Rivista che ha ospitato, coraggiosamente, il Rapporto di Heede: “A mio avviso, stare fuori dalla mischia non è un modo eticamente corretto, bensì è solo un modo per passare la patata bollente”.

Schneider non è stato solo uno dei maggiori esperti dei Cambiamenti Climatici, tanto da diventare un consulente della Casa Bianca per i Presidenti statunitensi degli ultimi quarant’anni, da Nixon a Obama, e il coordinatore del II Working Group (Impacts Adaptation and Vulnerability) dell’IPCC per la redazione del IV Rapporto di Valutazione (AR4) del 2007; ma anche, e soprattutto, uno di quegli scienziati più consapevoli della necessità di socializzare i risultati delle proprie ricerche, nella convinzione che solo un maggior grado di consapevolezza dell’opinione pubblica circa i rischi del global warming per l’ecosistema Terra, porebbe indurre i decisori politici ad assumere le adeguate azioni di contrasto.
Non disdegnò, quindi, di partecipare ampiamente a trasmissioni radio-televisive e di scrivere su riviste di divulgazione scientifica. Su una di queste, l’American Scientific, appunto, si trova quel passo citato: “Responsabilità e divulgazione non sono, a mio parere, un ossimoro, anche se occorre correttezza nel minimizzare i problemi. Gli scienziati non riusciranno mai a compiacere tutti, soprattutto perché molti continuano a pensare che gli scienziati dovrebbero rimanere fuori dalla scena pubblica. Ma se evitiamo totalmente la scena pubblica, sostanzialmente abdichiamo a favore di qualcun altro che, probabilmente è meno esperto o responsabile. A mio avviso, stare fuori dalla mischia non è un modo eticamente corretto, bensì è solo un modo per passare la patata bollente” (Global warming: neglecting the complexities, Jan 2002, Vol. 286, Issue 1 (a “Misleading math about the Earth”).
In suo onore è stato creato il Premio Stephen Schneider Science Communication che l’anno scorso è andato a James Hansen per il libro “Storms of My Grandchildren”, tradotto in Italia con il titolo: “Tempeste. Il clima che lasciamo in eredità ai nostri nipoti, l’urgenza di agire” (cfr: "Comunicare il global warming tra “tempeste” e “web” in Regioni&Ambiente, n. 12, dicembre 2010, pag. 16), e che quest’anno verrà consegnato l’11 dicembre 2013 a Sir Nicolas Stern, autore del famoso Rapporto che ha preso il suo nome, “per la sua capacità di raccogliere informazioni cruciali da scienziati della terra, biologi, tecnologi e scienziati sociali, combinandole in modo da offrire importanti conclusioni sulla politica climatica e di comunicare questi risultati al pubblico in maniera ampia ed efficace”, ha dichiarato uno dei tre giurati, Larry Goulder, Professore di Economia all’Università di Stanford.

Riguardo, poi, al ruolo che hanno i media nel distorcere la comprensione da parte dell’opinione pubblica di alcune questioni più pressanti della nostra epoca, dando magari lo stesso peso a consolidate conoscenze scientifiche e a chi si oppone a tali conclusioni, seppure siano in piccola minoranza, si segnala che co-fondatrice del Climate Accountability Institute è Naomi Oreskes, Docente di Storia della Scienza a San Diego (California), molto conosciuta quale co-autrice del best seller “The Merchants of Doubt” (2010) dove si svela la trama tessuta dal lato oscuro e molto politico della comunità scientifica americana (ma anche italiana), che aiutata da media troppo accondiscendenti, abbia sottaciuto per decenni o minimizzato i rischi connessi al Ddt, al fumo del tabacco, alle piogge acide, al buco dell’ozono, e ora al riscaldamento globale, nonostante le massicce prove scientifiche che ne segnalavano la loro pericolosità.
Così, dopo la pubblicazione del Rapporto, la Oreskes ha dichiarato: “Forse [questo Rapporto] potrebbe superare l’impasse. Ci sono tutti i Paesi che hanno prodotto una quantità enorme di emissioni storiche di cui solitamente non si parla, come Messico, Polonia, Venezuela. Quindi non è solo il ricco contro il povero, ma anche produttori contro consumatori e ricchi di risorse contro chi non ne ha”.
Aggiungendo, poi, quasi a togliersi qualche sassolino dalla scarpa, per le campagne ostili nei suoi confronti della stampa americana: “Per me una delle cose più interessanti da sottolineare è stata la constatazione della corrispondenza di produttori su larga scala delle emissioni e finanziatori di campagne di disinformazione, e come questo abbia ritardato ogni azione”.