Con i cambiamenti climatici aumenterà il rischio Ciguatera nel Mediterraneo?

Con i cambiamenti climatici aumenterà il rischio Ciguatera nel Mediterraneo?

Se finora tra le popolazioni del Mediterraneo i casi Ciguatera, un tipo di avvelenamento determinato dal consumo di pesci contaminati da tossine, sono stati piuttosto rari, in futuro per effetto dei cambiamenti climatici potrebbero risultare più frequenti, creandosi le condizioni più favorevoli per il proliferare dei microrganismi che le contengono e che prediligono acque calde, come accaduto con l’intrusione dell’Ostreopsis ovata.

ciguatera fish poisoning

È stato pubblicato, online il 26 novembre 2014 dalla Rivista Oceanus, un articolo di Katie Pitz, della Woods Hole Oceanographic Institution, il più grande Istituto di ricerca oceanografica privato, ONG leader a livello mondiale nello studio e nelle indagini del mare, in cui si danno i risultati preliminari di uno Studio finanziato dall’Agenzia federale statunitense Food and Drug (USFDA) di Protezione della Salute e Sicurezza Alimentare Salute e dalla National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA), che la ricercatrice sta conducendo a Saint Thomas (Isole Vergini Statunitensi).

Le autorità statunitensi sostengono tali studi dal momento che negli ultimi anni, soprattutto negli stati del Texas e della Florida, sono aumentati i casi di avvelenamento, denominato Ciguatera Fish Poisoning (CFP).
Si tratta di una intossicazione alimentare causata dall'ingestione di alimenti di origine marina contaminati da una tossina, di origine non batterica, nota come ciguatossina, presente in microrganismi marini, in particolare nel Gambierdiscus, un tipo di fitoplancton bentonico ovvero che si attacca ad alghe, coralli morti e sabbia dei fondali, dove i pesci “pascolano”.

La sindrome è associata al consumo di pesci provenienti da mari tropicali o subtropicali, nella maggioranza dei casi di predatori all'apice della catena trofica, di elevato valore commerciale (barracuda, ricciole, seriole, cernie e lutianidi), dove la tossina si può concentrare per un fenomeno di biomagnificazione, o di specie ittiche che hanno il loro habitat presso le barriere coralline.
Curiosamente le varie specie ittiche possono essere tossiche in una zona e totalmente innocue in aree vicinissime dove la ciguatera è causata da altri pesci del tutto commestibili altrove.

Sono molteplici i sintomi riscontrati dagli individui colpiti, fra cui si evidenziano parestesie (alterazioni della sensibilità, spesso descritte come un "formicolio"), prurito, disfagia (difficoltà a deglutire), astenia, piccole contrazioni muscolari involontarie dette fascicolazioni, perdita della coordinazione muscolare o atassia, visione offuscata, fino ad arrivare anche a convulsioni e in seguito, dopo alcuni giorni, la persona intossicata può riscontrare una percezione alterata e opposta di caldo e freddo, sintomo che può perdurare anche per mesi.
Non esiste alcun antidoto né particolare trattamento per la cura della ciguatera. La somministrazione di farmaci è principalmente rivolta a curare i sintomi e a supportare il recupero dell'organismo.

Questo tipo di avvelenamento ha un impatto notevole sull’economia e sulla salute nella popolazione dei Caraibi e degli Stati insulari del Sud Pacifico, che nella loro dieta alimentare fa largo consumo di pesce. Anche quando non si siano mai manifestati nelle persone sintomi acuti di intossicazione, non può escludersi che queste, a lungo andare, manifestino effetti cronici per accumulo.

Studiare, quindi, l’ecologia e i modelli di sviluppo delle varie specie di Gambierdiscus può aiutare a comprendere il potenziale rischio di una regione alla CFP: con l’aumento della temperatura globale, potrebbe allargarsi il loro areale di diffusione, come potrebbe ridursi altrove dove viene superata la temperatura che costruisce una soglia alla sua proliferazione. C’è da aggiungere che se continua il decadimento delle barriere coralline per effetto dell’aumento dell’acidificazione delle acque degli oceani, provocata dal global warming, c’è da attendersi che il loro ecosistema sarà occupato dalle alghe, fornendo così un’habitat ottimale per i Gambierdiscus e cambiando, al contempo, la mappa del rischio da CFP.

Ci sono più di 10 specie diverse del genere Gambierdiscus - sottolinea la Pitz - la maggior parte delle quali impossibile a riconoscere con un microscopio ottico, ognuna con una specifica quantità di produzione di tossine e con un suo tipico ambiente di crescita ottimale. Distinguere le varie specie può servire a determinare anche il grado di tossicità presente in determinate aree. Inoltre, con l’individuazione delle specie, si può verificare come rispondano diversamente ai cambiamenti del loro ambiente. Poiché le temperature sono in aumento dappertutto e stanno cambiando le condizioni ambientali, una specie potrebbe risultare più avvantaggiata rispetto ad un’altra, aumentando la quantità di tossina disponibile sulla scogliera”.

Par di capire che, se la disavventura di essere intossicati è toccata a qualche turista durante una vacanza trascorsa nei paradisi tropicali, in futuro gli abitanti del Mediterraneo potrebbero subire gli inconvenienti di quest’altro dinoflagellato, dopo quelli provocati, sempre a seguito del riscaldamento delle acque marine, dall’invasione aliena dell’Ostreopsis ovata.

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