Presentato l'ultimo Rapporto di Germanwatch e CAN Europe che conferma come la transizione energetica globale sia iniziata, ma la sua velocità non è adeguata ad attuare gli obiettivi dell'Accordo di Parigi, tant'è che i primi 3 posti della classifica sulle prestazioni climatiche dei Paesi sono rimasti ancora vuoti.

Come da tradizione consolidata, anche quest'anno in occasione della Conferenza sui Cambiamenti Climatici delle Nazioni Unite in corso di svolgimento a Marrakech (7-18 novembre 2016), è stata presentata il 16 novembre la nuova edizione del Climate Change Performance Index (CCPI), il Rapporto sulle prestazioni climatiche di 58 Paesi, sia industrializzati che in via di sviluppo, che sono responsabili di più del 90% della produzione globale di emissioni correlate alla produzione e consumo di energia, dal momento che, a causa della mancanza di dati affidabili su temi quali la deforestazione e l'uso dei suoli, l'Indice si concentra sulle emissioni del settore energetico.

Redatto da Germanwatch (Organizzazione non governativa con sede a Bonn che si prefigge di promuovere l'equità globale e la salvaguardia dei mezzi di sussistenza) e Climate Action Network Europe (Rete che riunisce 140 organizzazioni di 25 Paesi, con l'obiettivo di arrestare gli effetti più pericolosi dei cambiamenti climatici), il CCPI viene calcolato attraverso un indice complessivo a cui concorrono 3 diversi parametri:
- i livelli di emissione, sulla base dei dati forniti dall'International Energy Agency, concorrono al 60% del peso complessivo (30% per il livello di emissione dell'anno preso in considerazione e 30% per il trend nel corso degli anni);
- il 20% per lo sviluppo delle rinnovabili (10%) e dell'efficienza energetica (10%);
- il 20% dalla valutazione delle politiche climatiche (10% per quelle nazionali e 10% per quelle internazionali), basate su un sondaggio tra oltre 200 esperti climatici dei Paesi interessati.
Pertanto, la struttura dell'Indice è tale che la graduatoria che ne deriva premia soprattutto i Paesi che dimostrano l'effettiva volontà di cambiamento.

L'edizione 2017 conferma una spinta per l'energia rinnovabile e sviluppi positivi in termini di efficienza energetica, ma a queste tendenze incoraggianti su scala globale non fa seguito la velocità con cui si dovrebbe imporre una rivoluzione energetica.
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Non ci sono mai state condizioni più favorevoli per una rivoluzione energetica quali quelle attuali - ha dichiarato Jan Burck, principale autore del CCPI - Per effetto della caduta dei costi per le tecnologie delle rinnovabili e dell'efficienza energetica, i Governi nazionali non hanno più alibi per inserire gli obiettivi dell'Accordo di Parigi nelle politiche e normative nazionali. Oltre all'ampio sviluppo delle energie rinnovabili, constatiamo che le fonti fossili sono sempre di più sulla difensiva. Neppure la discesa del prezzo del petrolio ha determinato un aumento della domanda, mentre un numero crescente di Paesi sta accantonando l'utilizzo del carbone".

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Tuttavia, anche quest'anno, come negli anni precedenti, i primi 3 posti non sono stati assegnati ad alcun Paese, perché nessuno è riuscito a mettere in campo le politiche in grado di contribuire seriamente a vincere la sfida climatica per mantenere il riscaldamento globale entro i +2 °C, figuriamoci per limitarlo a +1,5 °C, come prevede l'Accordo di Parigi.

La Francia, l'anno scorso ottava, ha conquistato la posizione di prima "virtuale" della classifica, grazie alla spinta propulsiva del ruolo svolto durante la Conferenza sul Clima di Parigi, migliorando le sue prestazioni in ogni parametro.
Segue la Svezia e la Gran Bretagna, che godono tuttora degli effetti di trascinamento delle politiche climatiche messe in campo dai precedenti Governi.
"L'indice di quest'anno conferma che molti paesi dell'Unione europea, come Regno Unito, la Svezia, Danimarca e Germania potrebbero perdere il loro ruolo di primo piano nello sviluppo delle energie rinnovabili - ha sottolineato Wendel Trio, Direttore di Climate Action Network (CAN) Europe - A diversi Stati membri dell'UE che hanno tagliato gli investimenti nelle energie rinnovabili e nell'efficienza energetica bisognerebbe chiedere se vogliono acquisire gli obiettivi di mitigazione a lungo termine obiettivi o limitarsi ad un quadro normativo per conseguire quelli a più breve termine. Sarà solo una questione di tempo la perdita della loro leadership nella graduatoria del CCPI. La Danimarca, Paese leader dell'indice degli ultimi 4 anni, sta già sperimentando le conseguenze della sua virata nelle politiche climatiche con un drammatico calo nella classifica di quest'anno dove si colloca al 13° posto. Le economie emergenti stanno recuperando terreno nel progresso verso la transizione dei loro sistemi energetici e Paesi dell'UE devono aumentare la loro ambizione, se vogliono mantenere le posizioni di primo piano. Gli Stati membri dell'UE hanno l'opportunità di cambiare marcia, introducendo nuove politiche in materia di energia rinnovabile e efficienza energetica ben oltre le deboli proposte che la Commissione europea sta attualmente sviluppando. Questo costituirà la cartina di tornasole per la transizione energetica europea".

Tutti i primi 10 Paesi in classifica sono europei, ad eccezione del Marocco (8), Paese ospitante quest'anno la COP22, che continua il suo trend positivo, consolidando la sua leadership in Africa grazie ai considerevoli investimenti nelle rinnovabili e agli ambiziosi impegni assunti (riduzione del 32% del trend attuale delle sue emissioni entro il 2030) nell'ambito dell'Accordo di Parigi.
Anche l'Italia fa un passo in avanti, rispetto allo scorso anno, passando dal 20° al 16° posto grazie alla considerevole riduzione delle sue emissioni (-19.8% nel 2014 rispetto al 1990 con una riduzione del 4.6% rispetto all'anno precedente), dovuta all'onda lunga degli investimenti degli anni precedenti nelle rinnovabili (22ma posizione della classifica specifica), purtroppo arrestatasi nel 2014 e dal contributo dell'efficienza energetica (21° posto) combinato con la perdurante stagnazione economica. Questi andamenti hanno fatto recuperare posizioni al nostro Paese, nonostante l'assenza di una politica climatica nazionale a livello degli altri partner europei, che relega il nostro paese in fondo alla classifica (44° posto) per quanto riguarda le politiche nazionali.

Se alcuni Paesi europei hanno fatto progressi, molti altri hanno segnato il passo a causa della loro indisponibilità a politiche più ambiziose.
Tra questi, si distingue la Germania che, dopo molti anni di leadership, prosegue nel suo trend negativo, retrocedendo al 29°posto, a seguito della quota ancora considerevole del carbone nel mix energetico nazionale, che non consente la necessaria riduzione delle emissioni, indispensabile al raggiungimento dell'ambizioso obiettivo del taglio del 40% delle emissioni entro il 2020 rispetto al 1990.

I due più grandi inquinatori del Pianeta (38% delle emissioni globali), Stati Uniti e Cina si piazzano rispettivamente al 43° e al 48°, una classifica giudicata dal CCPI "debole".
Gli Stati Uniti hanno perso terreno in ogni categoria e di conseguenza hanno peggiorato la propria classifica. I risultati delle elezioni, inoltre, potrebbero comportare ulteriori rischi per la velocità della transizione energetica in corso, anche se l'elezione di Donald Trump come Presidente ha avuto alcuna influenza sulla valutazione politica presentata nel CCPI 2017.
Nonostante la Cina mantenga inalterata la sua posizione, nel Rapporto si sottolinea il suo importante ruolo nella riduzione del consumo globale di carbone grazie alla chiusura lo scorso anno di 30 centrali a carbone.
Gli altri grandi Paesi industrializzati sono tutti inseriti nel gruppo di quelli con politiche "assai deboli": la Russia al 53° posto, il Canada è al 55° posto, l'Australia al 57° e il Giappone al 60°, penultimo posto, sceso di due posti per le politiche climatiche poco ambiziose del Governo. nazionale.
L'ultimo posto è dell'Arabia Saudita.

"La transizione globale verso un'economia a basse emissioni di carbonio è in atto e sta accelerando - ha concluso Burck - Tuttavia alcuni Paesi non stanno mettendo in atto le politiche adeguate e, addirittura, fanno passi indietro. Ora che si sta passando alla fase di attuazione dell'Accordo di Parigi, tutti i Paesi devono tradurre gli obiettivi in ambiziosi piani e politiche di decarbonizzazione a lungo termine".