Clima: insufficienti gli impegni presi

Clima: insufficienti gli impegni presi

Un nuovo Studio indica che la sfida dei cambiamenti climatici è sempre più difficile, ma non impossibile se la governance globale aumenta le ambizioni di riduzione dei gas ad effetto serra.

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Il numero di maggio 2013 di “Energy Policy”, autorevole Rivista internazionale che si occupa degli aspetti politici, economici, pianificatori, ambientali e sociali connessi all’approvvigionamento, alla domanda e all’utilizzo dell’energia, ospiterà uno Studio, anticipato on-line, condotto da scienziati del clima dell’Agenzia per la Valutazione Ambientale dei Paesi Bassi (Michel G. J. Den Elzen, Andries F. Hof, Mark Roelfsema- “Analysing the greenhouse gas emission reductions of the mitigation action plans non-Annex I countries by 2020”).

Nel quadro degli Accordi di Cancún, sottoscritti nel corso della COP 16 del 2010, 45 Paesi non compresi nell’Allegato I del Protocollo di Kyoto (i Paesi non industrializzati) si sono impegnati per piani di azione di mitigazione dei cambiamenti climatici. Di questi, 16, tra cui 7 dei Paesi più grandi emettitori di gas ad effetto serra, hanno presentato i dati numerici delle loro azioni, come hanno fatto gli altri Paesi che hanno reso pubblici i quantitativi di emissioni previsti, secondo uno scenario BAU (business as usual), in base ai Cancún Acuerdos.

Lo Studio, svolto da scienziati guidati da Den Elzen che è stato uno dei coautori dell’ultimo (il prossimo sarà diffuso nel 2014) Rapporto di Valutazione del Comitato Intergovernativo per i Cambiamenti Climatici (AR4-IPCC), analizza e quantifica i livelli di emissioni connessi con gli impegni e se siano coerenti con l’obiettivo di limitare il riscaldamento globale a + 2 °C entro la fine del secolo, limite che la comunità scientifica ha indicato per non subire impatti catastrofici.

Tra le principali conclusioni che si evidenziano nello Studio per effetto delle nuove proiezioni BAU, si indica in 2,5 Gton di CO2 le emissioni in più rispetto a quanto sarebbero state attese per effetto degli impegni presi dai Paesi in via di sviluppo, situazione questa che presupporrebbe un controbilanciamento di una riduzione da parte dei Paesi industrializzati del 50% al 2020 rispetto alle emissioni del 1990.

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Viceversa, stante le proiezioni delle riduzioni dei Paesi sviluppati sulla base degli impegni prese che si attestano tra il 13 e il 18 % rispetto al 1990, i Paesi in via di sviluppo dovrebbero aumentare i tagli rispetto agli scenari BAU di un ulteriore target compreso tra il 22 e il 34%.

Da questi risultati emergerebbe che gli sforzi necessari per centrare l’obiettivo debbono essere superiori a quanto gli scienziati avevano finora pensato, non soltanto rispetto alla A4R (2007), ma anche al ben più recente “Emission Gap Report 2012” che aveva individuato un divario, tra gli impegni attuali e quelli che sarebbero necessari per far rimanere il riscaldamento globale entro i + 2 °C (cfr: “Aumenta il divario tra emissioni e azioni per ridurlo”, in Regioni&Ambiente, n. 11-12, novembre-dicembre 2012, pag.8).

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Lo Studio, quindi, dà un’altra drammatica prova che la sfida è ancora più difficile di quanto si pensasse, ma al contempo sollecita ad intraprendere più velocemente quelle necessarie azioni perché l’obiettivo è ancora raggiungibile.

I cambiamenti climatici sono ormai sotto i nostri occhi, come gli effetti devastanti che producono. Non c’è più il tempo per tergiversare in discussioni inconcludenti. La governance globale deve mettere in atto politiche efficaci ed ambiziose, per costruire un’economia a basso tenore di carbonio. Ogni giorno che passa non fa che aumentare il livello di ambizione necessario, come altrettanto più urgente è la sfida al global warming.


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