Cina, il dragone ammalato

Cina, il dragone ammalato

Quando gli effetti del progresso lontano dalla vita pesano sulla vita stessa.

Cina il dragone ammalato

Il 19 novembre scorso, il vice Ministro dell’agricoltura cinese, Chen Xiaohua, durante la conferenza annuale sulla sicurezza alimentare in Cina, aveva dichiarato che il Paese avrebbe adottato per il futuro misure generali per risolvere i problemi della sicurezza e della qualità dei prodotti agricoli. Sempre in quell’occasione, lo stesso vice Ministro aveva affermato l’importanza di tali misure in un momento come quello attuale, in cui la Cina si trova nell’importante periodo di passaggio dall’agricoltura tradizionale a quella moderna. La linea strategica prevedeva, dunque, l’attuazione di norme legali per la supervisione e l’amministrazione della sicurezza e della qualità; severe punizioni per le iniziative illegali e standardizzazione della produzione agricola e la trasformazione del modello di sviluppo dell’agricoltura, in modo da prevenire i rischi per la sicurezza e la qualità dei prodotti.

Ebbene, sin dai primi mesi del 2013, proprio dalla Cina giungono notizie allarmanti proprio sotto il profilo della sicurezza alimentare o, per lo meno, della sicurezza/salute proprio a partire dalle filiere agro-zootecniche.

In primis, la ricerca riportata dalla prestigiosa Rivista scientifica multidisciplinare PNAS (Proceedings of the National Academy of Science of the Unitet States of America), che ha pubblicato i risultati di uno studio che mette in relazione la produzione e l’utilizzo massiccio di antibiotici nelle filiere dell’allevamento a scopo alimentare con la possibilità che, nel tempo, questi possano perdere la capacità di interferire positivamente con le patologie per le quali sono stati creati, pratica molto diffusa nel mondo industrializzato e tanto più in Cina dove, negli allevamenti commerciali dei maiali è stata rilevata la presenza di 149 geni unici resistenti agli antibiotici. Del resto è provato che la stessa Cina attualmente utilizza quattro volte gli antibiotici per scopi veterinari usati in Usa.

Appena intiepidito il clamore per questa notizia, già dai primi di marzo, nel fiume Huangpu, sono cominciate ad apparire migliaia di carcasse di maiali, una massa inquietante che è salita a 15.000 corpi, mentre altre 5.528 sono state scoperte a Jiaxing, nella vicina provincia di Zhejiang.
Al di là del comprensibile disgusto provocato dalle immagini dei corpi enfiati dalla decomposizione e dalla permanenza in acqua, il fatto ha certamente disturbato il sonno dei vari supermanager della città di Shanghai, attualmente uno dei centri finanziari e commerciali più in vista al mondo e ha altresì allertato l’opinione pubblica locale sulla malaugurata possibilità che la carne di animali morti in circostanze poco chiare possa finire (o essere già finita) sulle tavole dei consumatori.
Le autorità interpellate in merito si sono schermite da subito rassicurando la popolazione circa la qualità delle acque interessate dal fenomeno (nella norma stante gli standard governativi) e altrettanto dicasi per le indagini circa l’eventualità che carni infette siano state distribuite a livello commerciale.

Tuttavia, sempre nel mese di marzo, un nuovo caso inquietante si è verificato nella provincia del Sichuan, dove, dalla terra, sono emersi i resti occultati di un migliaio di anatre morte, impacchettate nella plastica…

Sulla questione dei maiali morti, immediatamente, si sono scatenate le inchieste della stampa locale, non sempre allineata con le istanze del governo centrale, infatti, dal portale del settimanale “Xinmin Zhoukan”, è arrivata la dichiarazione, piuttosto inquietante, di un funzionario locale che racconta come la misteriosa moria sia un fatto che si ripete da tempo e che “il numero delle carcasse cresce poco prima o dopo l’estate”, evocando, quindi lo spettro di un agente patogeno in atto.

Puntuale, il 18 marzo è stata riscontrata nel fiume la presenza di un circovirus suino, il PCV2 potenzialmente letale per gli animali, ma che non contagia gli esseri umani. È noto che l’infezione da circovirus è piuttosto diffusa nei Paesi dove l’allevamento dei suini è ampio e massiccio e che la positività sierologica, in presenza di fattori scatenanti quali condizioni ambientali sfavorevoli e stress tipico degli allevamenti intensivi, spesso sfocia nella malattia da PCV2; non a caso, proprio in Cina il consumo di carne di maiale è la fetta più consistente del consumo di carne nazionale con una percentuale che sfiora il 65%.

Adesso si torna anche a parlare di aviaria, con alcune vittime accertate e diversi contagiati dal ceppo H7N9 del virus influenzale e mentre l’Organizzazione Mondiale della Sanità - OMS, preme per capire come il virus riesca a contagiare gli esseri umani, il Governo di Pechino ha messo in atto un piano di emergenza per evitare in tutti i modi il diffondersi del contagio e l'individuazione di qualsiasi altro caso sospetto.

Rassicurazioni che non sembrano avere effetti sull’opinione pubblica che comincia a fare inquietanti paralleli fra le morie di animali vicino ai corsi d’acqua e il diffondersi del virus. Tra l’altro, dalla stessa OMS arrivano dichiarazioni prudenti circa l’impossibilità di escludere un collegamento tra i maiali del Huangpu e la diffusione del virus, sebbene i test diano risultati negativi.

In conclusione: ci sembra che il temuto gigante produttivo asiatico, sia un gigante dai piedi d’argilla e che il supposto e sbandierato successo economico del Dragone riveli più zone oscure di quante ne illumini il progresso tecnologico e finanziario che ne caratterizza gli ultimi, vulcanici, decenni.

Infatti, più Studi evidenziano come, in Cina, inquinamento atmosferico, dall’aria e dei terreni, accanto ai rischi alimentari siano responsabili della morte prematura di oltre 1,2 milioni di persone e gli stessi costi per la sanità aumentano ogni anno dal 2006 con punte di oltre 150 miliardi di yuan!

Se la Cina incarna nell’immaginario comune il prototipo del modello di sviluppo occidentale portato all’estremo delle sue conseguenze (nel bene e tanto più nel male), forse, il mondo dovrebbe considerare quel Paese come un monito o una sorta di “osservatorio permanente” per le politiche integrate di sviluppo sostenibile. Un luogo di straordinario dinamismo industriale caratterizzato da possibilità economiche e finanziarie altrove piuttosto deficitarie e, proprio per questo, un protagonista di primo piano nel gioco mondiale alla sopravvivenza della specie.

Forse, Governi e imprese dell’Occidente dovrebbero accantonare le prospettive di guadagno facile ed immediato per contribuire, proprio a partire dal Paese che più ha sofferto e sta soffrendo i miraggi di una globalizzazione antietica e antibiologica, alla formulazione di un nuovo paradigma di sviluppo che metta in primo piano la vita prima del benessere economico.


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