L’eliminazione del vincolo di rispettare la “sagoma” negli interventi di demolizione e ricostruzione del patrimonio edilizio esistente previsto dal “Decreto del Fare” sta suscitando polemiche e divide, paradossalmente nel giudizio sulla norma introdotta, urbanisti (INU) da architetti (CNAPPC).sagoma

L’articolo 30 (“Semplificazioni in materia urbanistica”) del Decreto Legge n. 69/2013 (G.U. 21 giugno 2013 n. 144) prevede di modificare il Testo Unico delle disposizioni legislative e regolamentari in materia edilizia, di cui al Decreto del Presidente della Repubblica 6 giugno 2001, n. 380,  che considera interventi di ristrutturazione edilizia le opere rivolte a trasformare gli organismi edilizi “mediante un insieme sistematico di opere che possono portare ad un edificio in tutto o in parte diverso dal precedente”, comprensivi del ripristino o della sostituzione di alcuni elementi costitutivi dell'edificio, di eliminazione, modifica e inserimento di nuovi elementi ed impianti.

In pratica, un edificio demolito deve essere ricostruito così com’è, secondo la “sagoma” originaria, sulla cui nozione  si è espressa la Corte Costituzionale che ha bocciato di incostituzionalità la Legge Urbanistica del 2005 della Regione Lombardia che apriva alla possibilità di superare tale vincolo (Sentenza n. 309 del 22.11.2011): “In base alla normativa statale di principio, quindi, un intervento di demolizione e ricostruzione che non rispetti la sagoma dell'edificio preesistente - intesa quest'ultima come la conformazione planivolumetrica della costruzione e il suo perimetro considerato in senso verticale e orizzontale - configura un intervento di nuova costruzione e non di ristrutturazione edilizia”.

Proprio sulla base di questa Sentenza, il Governo il 24 maggio aveva impugnato la Legge n. 3/2013 della Regione Piemonte “Modifiche alla legge regionale 5 dicembre 1977, n. 56 (Tutela ed uso del suolo) ed altre disposizioni regionali in materia di urbanistica ed edilizia”, salvo poi proporre un mese dopo modifiche che superino i paletti della Corte.

La nuova norma oggetto di polemica, infatti, al  1° comma, lettera a) del “Decreto del Fare” prevede che: “all’articolo 3, comma 1, lettera d), ultimo periodo, le parole:«e sagoma» sono soppresse e dopo la parola “antisismica” sono aggiunte le seguenti: «nonché quelli volti al ripristino di edifici, o parti di essi, eventualmente crollati o demoliti, attraverso la loro ricostruzione, purché sia possibile accertarne la preesistente consistenza. Rimane fermo che, con riferimento agli immobili sottoposti a vincoli ai sensi del decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42 e successive modificazioni, gli interventi di demolizione e ricostruzione e gli interventi di ripristino di edifici crollati o demoliti costituiscono interventi di ristrutturazione edilizia soltanto ove sia rispettata la medesima sagoma dell’edificio preesistente”.

Bisogna precisare che la possibilità di modificare la “sagoma” è prevista nel Testo unico, purché le opere non comportino la demolizione integrale. Con il nuovo intervento legislativo, invece, si consentirebbe di superare gli indici di edificabilità assegnati dai piani regolatori, alla condizione di non aumentare la volumetria preesistente. 

Secondo l’Istituto Nazionale di Urbanistica (INU),  “Eliminando la parola “sagoma” dal significato originario di Ristrutturazione Edilizia questa finirà per inglobare anche la demolizione e la ricostruzione di un edificio del tutto nuovo e paradossalmente anche a portare fuori terra i volumi che attualmente sono sotto terra. Qualora questo avvenisse potrebbe essere un attentato alla storia edilizia dell’Italia, alle forme delle sue città e dei suoi paesi, alla sua cultura materiale e immateriale che tanto contraddistinguono il paesaggio urbano italiano ed in fin dei conti anche allo stesso paesaggio territoriale. Inoltre si metterebbe immediatamente in crisi la pianificazione urbanistica vigente con incalcolabili ricadute a catena nella gestione degli insediamenti”. 

Viceversa, il Consiglio Nazionale degli Architetti, Pianificatori Paesaggisti e Conservatori (CNAPPC) in una nota plaudono all’iniziativa, considerando “positivamente la formulazione dell’articolo 30 del Decreto Legge Fare  che, consentendo la modifica della “sagoma” degli edifici nella ristrutturazione edilizia, rende possibile la rigenerazione urbana sostenibile, consentendo di riqualificare il patrimonio edilizio italiano che versa in pessime condizioni dal punto di vista delle condizioni dell’habitat, della sicurezza e dell’efficienza energetica”.  

È evidente che in gioco c’è, da un lato la preoccupazione che l’abolizione di vincoli edificatori comporti la trasformazione dell’aspetto di città e paesi, dando luogo ad un dissolvimento del loro tessuto storico-urbanistico ; dall’altro, è sotteso il rilancio di un settore in profonda crisi che aspetta dalle semplificazioni normative un’opportunità di ripresa. 

Né può essere sottaciuto che la questione è motivo di contrasto politico, più di quanto non appaia a livello istituzionale, che dovrà essere risolto entro il 21 agosto, termine previsto per la conversione in legge del “Decreto del Fare”.