Anche quest’anno, nonostante i progressi compiuti dalle prime classificate, le performance dei 61 Paesi presi in considerazione non sono risultati tali da contrastare efficacemente i mutamenti climatici in corso e contribuire a mantenere le emissioni globali al di sotto dei +2 °C.
L’Italia guadagna una posizione (17° posto) per la riduzione delle emissioni, dovuta alla recessione economica, ma scivola alle ultime (58° posto) per l’assenza di efficaci politiche nazionali.

ccpi 2015 world map

Come da tradizione consolidata, anche quest’anno in occasione della COP20, la Conferenza sui Cambiamenti Climatici delle Nazioni Unite in corso di svolgimento a Lima (1-12 dicembre 2014), è stata presentata la nuova edizione del Climate Change Performance Index (CCPI), il Rapporto sulle prestazioni climatiche dei 61 Paesi, sia industrializzati che in via di sviluppo, che sono responsabili di più del 90% della produzione globale di emissioni correlate alla produzione e consumo di energia, dal momento che, a causa della mancanza di dati affidabili su temi quali la deforestazione e l’uso dei suoli, l’Indice si concentra sulle emissioni del settore energetico.
Redatto da Germanwatch (Organizzazione non governativa con sede a Bonn che si prefigge di promuovere l’equità globale e la salvaguardia dei mezzi di sussistenza) e Climate Action Network Europe (Rete che riunisce 140 organizzazioni di 25 Paesi, con l’obiettivo di arrestare gli effetti più pericolosi dei cambiamenti climatici), il CCPI viene calcolato attraverso un indice complessivo a cui concorrono 3 diversi parametri:
- i livelli di emissione, sulla base dei dati forniti dall’International Energy Agency, concorrono al 60% del peso complessivo (30% per il livello di emissione dell’anno preso in considerazione e 30% per il trend nel corso degli anni);
- il 20% per lo sviluppo delle rinnovabili (10%) e dell’efficienza energetica (10%);
- la valutazione delle politiche climatiche, basate su un sondaggio tra oltre 200 esperti climatici dei Paesi interessati, incide per il 20% (10% per quelle nazionali e 10% per quelle internazionali).
Pertanto, la struttura dell’Indice è tale che la graduatoria che ne deriva premia soprattutto i Paesi che dimostrano l’effettiva volontà di cambiamento.
Osserviamo che le tendenze globali stanno indicando cambiamenti promettenti in alcuni dei settori più rilevanti per la protezione del clima - ha dichiarato Jan Burck, principale autore del CCPI 2014 - L'aumento delle emissioni ha subito un rallentamento e le fonti rinnovabili sono in rapida crescita grazie alla riduzione dei costi e a massicci investimenti”.

Tuttavia, anche quest’anno, come negli anni precedenti, i primi 3 posti non sono stati assegnati ad alcun Paese, perché nessuno è riuscito a mettere in campo le politiche in grado di contribuire seriamente a vincere la sfida climatica per mantenere il riscaldamento globale entro i +2 °C.
La Danimarca ha confermato la sua posizione di prima “virtuale” della classifica, ma rispetto all’anno scorso ha migliorato le sue prestazioni in ogni parametro, così che il prossimo anno, mantenendo tali trend, potrà conquistare il podio effettivo.
Segue la Svezia che ha soffiato il 5° posto alla Gran Bretagna (6° posto). Tutti i primi 10 Paesi in classifica sono europei, ad eccezione del Marocco che si è inserito al 9° posto grazie al poderoso sviluppo delle energie rinnovabili.
Alcuni Paesi europei hanno fatto progressi nella classifica, ma altri, tra cui Polonia (40° posto) e Bulgaria (41°) hanno segnato il passo a causa della loro indisponibilità a politiche più ambiziose sia a livello nazionale che nell’ambito dell’Unione europea - ha sottolineato Wendel Trio, Direttore di CAN Europe - Né gli obiettivi del pacchetto clima al 2020 né quelli del nuovo al 2030 dell’UE sono nella giusta traiettoria per evitare i catastrofici cambiamenti climatici e il raggiungimento del 100% al 2050 della produzione energetica da rinnovabili. Per poter conseguire tali traguardi l'Europa dovrebbe ridurre del 20% i suoi consumi energetici al 2020 raggiungere il suo obiettivo di ridurre il consumo energetico del 20% entro il 2020 contro le attuali proiezioni, eliminare tutte le sovvenzioni ai combustibili fossili immediatamente e concordare una riforma fondamentale dell’ETS prima del vertice sul clima di Parigi”.
Continua a rimanere nelle retrovie, dopo anni di leadership, la Germania che conferma la posizione dello scorso anno (22° posto), a causa del rilancio del carbone, che ha fatto aumentare le emissioni e compromettere il raggiungimento dell’ambizioso obiettivo di riduzione entro il 2020 del 40% delle emissioni rispetto al 1990, anche se a Lima ha annunciato nell’ambito del Intended Nationally Determined Contribution (gli impegni nazionali da assumere formalmente entro marzo 2015), misure aggiuntive al proprio Piano per il Clima, tese in particolare alla riduzione delle emissioni nel settore elettrico, al fine di centrare l’obiettivo.

ccpi 2015 italy

L’Italia guadagna una posizione rispetto all’anno scorso (17° posto) in virtù della riduzione delle emissioni, su cui ha pesato positivamente, purtroppo, la recessione economica. Se si analizza il ranking dei singoli parametri, colpisce la posizione bassissima del nostro Paese per la sua politica climatica nazionale (58°).

Tra i grandi emettitori globali, si segnala il piccolo passo in avanti della Cina che guadagna una posizione (45°), grazie a significativi investimenti nel settore delle rinnovabili e dell’efficienza energetica, sviluppi attuati anche dagli Stati Uniti, che non sono bastati a fargli fare progressi nella classifica (44° posto), per la mancanza di politiche adeguate per la riduzione delle emissioni nel settore. Passi in avanti significativi per i due Paesi potranno derivare dall’attuazione dell’Accordo firmato il mese scorso dai Presidenti dei due Paesi, anche se vengono avanzate perplessità circa la possibilità di Obama di attuarlo, avendo un Congresso ostile.
Un balzo in avanti, invece, ha compiuto l’India (dal 36° al 31° posto) che ha effettuato massicci investimenti nelle rinnovabili, mentre un grave passo indietro è stato fatto dal Brasile (dal 35° al 49° posto) per il considerevole aumento delle emissioni, anche se gli autori dell’Indice ritengono che il prossimo rapporto vedrà risalire la sua posizione per effetto dell’annunciata riduzione della deforestazione.
Non è cambiata la classifica per alcuni altri grandi emettitori (Corea del Sud, 55° posto; Russia, 56°; Canada, 58°), mentre è peggiorata per il Giappone (dal 52° al 53°) e, soprattutto, dall’Australia (dal 57° al 60° posto), dopo le decisioni del suo nuovo Governo di invertire gli indirizzi di politica climatica del precedente. L’ultimo posto è per l’Arabia Saudita.