Carbon farming per invertire i cambiamenti climatici

Carbon farming per invertire i cambiamenti climatici

Dopo anni di studi sul terreno l’Università di Berkely (California) ha dimostrato che i terreni trattati con uno strato di compost sono in grado di assorbire più anidride carbonica, permettendo agli agricoltori di usufruire degli incentivi negoziabili, come avviene in California.
Nel “2015 Anno Internazionale dei Suoli”, l’UE finanzia progetti di geoingegneria (CCS), costosi e dagli incerti risultati.

greenhouse gas mitigation opportunities

Si sa che i suoli assorbono e sequestrano il carbonio, ma se si aggiunge il compost è notevole la differenza in termini di capacità di stoccaggio di CO2.
Lo hanno dimostrato ricercatori dell’Università di Berkeley (California) che hanno condotto per anni uno Studio in collaborazione con alcuni allevatori, promotori del “Carbon Marin Project” volto a verificare l’ipotesi che i loro terreni fertilizzati con compost potessero stimolare la cattura del carbonio dall’atmosfera e incorporarlo nel terreno.

In particolare, uno di loro, John Wick si era dimostrato il più entusiasta, tanto da aver convinto la scettica Whendee Silver, Professoressa di Ecologia degli Ecosistemi presso il Department of Environmental Science, Policy and Management, ad intraprendere lo studio.
Wick aveva acquistato un ranch nel 1998, senza alcuna intenzione di utilizzarlo a pascolo. Appassionato di fauna, in particolare di uccelli, Wick voleva lasciare il terreno libero da colture e allevamenti, per permettere la reintroduzione graduale degli animali selvatici. Un ecologista (Jeff Creque), da lui assunto per consulenze, gli suggerì che il terreno a pascolo controllato, avrebbe reso più sani i terreni, favorendo una maggior presenza di fauna. In effetti, dopo un paio d’anni dall’introduzione di tale pratica, il numero di allodole occidentali (Sturnella neglecta) da poche unità passò ad un centinaio e cominciarono a fare la comparsa i rapaci, tra cui anche l’aquila reale (Aquila chrysaetos).
Creque invitò Wichk a fare di più per aumentare la crescita dell’erba, utilizzando il compost. Ma era la prospettiva di trattenere l’anidride carbonica nel terreno che entusiasmava il neo-allevatore, sequestrando più gas di quanti ne venivano immessi dal bestiame.
Abbiamo 3,5 miliardi di ettari di praterie nel mondo - avrebbe affermato Wick, secondo quanto riportato dal Grist Magazine  - La stima più conservativa dimostra che se operassimo in questo modo con 2,7 miliardi di ettari, ci sarebbe l’opportunità di ridurre la CO2 fino a 350 ppm [ndr: il livello di concentrazione di carbonio in atmosfera che sarebbe necessario, secondo gli scienziati, per evitare un riscaldamento globale catastrofico, mentre attualmente si aggira sui 400 ppm]. Ci sarebbe quindi l’opportunità di mantenere invariata la produzione agricola per cibo, carburante e fibre, aiutando al contempo la fauna selvatica che ci offre diletto”.

Vick ha messo così a disposizione dell’Università i suoi terreni, sui quali è stato cosparso uno strato di 1 cm di compost, e dopo 3 anni è stato dimostrato che quei suoli avevano immagazzinato carbonio in quantità superiore a quelli condotti a pascolo controllato, trattenuto in parte dal compost e soprattutto dalle erbe che sono cresciute più rigogliose, stimolate dal compost.
I fertilizzanti a lento rilascio, come il compost, facilitano l’assorbimento di carbonio per decenni, senza applicazione o manutenzione aggiuntiva - si legge nello Studio - Se il compost venisse applicato al 5% dei pascoli della California, si potrebbero sequestrare tra 0,7-4,7 milioni di tonn. di CO2 eq”.

carbon farm plan

fonte: IPCC

Tutte le produzioni agricole derivano dal processo di fotosintesi della pianta che, utilizzando la luce del sole, combina la CO2 dell’atmosfera con l’acqua e i minerali del suolo per produrre materia vegetale, sia sopra che sotto il terreno.

Le attività agricole comuni, tra cui l’uso del trattore, l’aratura, il pascolo e le altre attività, producono le emissioni di anidride carbonica in atmosfera, tanto che un terzo del surplus di gas presenti in atmosfera, che determina oggi i cambiamenti climatici, deriva dalle pratiche di gestione del territorio, che causano il rilascio del carbonio tramite i lavori agricoli.
Peraltro, il carbonio può essere immagazzinato per lungo tempo (da decenni a secoli o più) sui suoli con un processo che viene chiamato “soil carbon sequestration”. Il “Carbon farming” implica l’implementazione di quelle pratiche conosciute per essere in grado di prelevare velocemente il carbonio dall’atmosfera e di convertirlo in massa vegetale o in materia organica al suolo. Tale pratica diviene di successo quando le quantità di carbonio derivanti dalle attività di gestione del terreno e/o quelle di immagazzinamento superano la CO2 rilasciata.

Il “Carbon farming”, inoltre, sono ricompensate dallo Stato della California attraverso il meccanismo del cap and trade, ricevendo crediti negoziabili per la riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra, che gli agricoltori-allevatori possono rivendere, una volta che il carbonio stoccato al suolo viene conteggiato e formalmente registrato.

Nell’Anno Internazionale dei Suoli, dobbiamo riconoscere che una gestione efficiente e pratiche sostenibili nell’utilizzo di questa essenziale risorsa, possono dare risposte efficaci alle grandi sfide del XXI secolo.
Mentre si finanziano progetti geoingegneristici di Cattura e Stoccaggio del Carbonio (CCS), i risultati dei quali sono ancora controversi, piace constatare come siano alla nostra portata soluzioni meno costose e più “naturali”, in grado anche di offrire molti più posti di lavoro.

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