Cambiamenti climatici: non aspettare che la gente fugga!

Cambiamenti climatici: non aspettare che la gente fugga!

Una relazione presentata nel corso della Conferenza sui Cambiamenti Climatici di Bonn in cui, sottolineando che saranno sempre più numerosi gli individui che saranno costretti ad abbandonare le proprie dimore, indica la necessità di includere anche la mobilità umana nei Piani di adattamento al global warming. 

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Durante lo svolgimento dei Climate Change Conference di Bonn (4-15 giugno 2014), evento preparatorio della Conferenza UNFCCC di Lima di fine anno, passato sotto il più assordante silenzio dei massi media, testimoniando l’attuale livello di attenzione e consapevolezza sui rischi legati ai cambiamenti climatici, salvo poi dare ampio spazio ogni qualvolta barconi di profughi scaricano sulle nostre coste centinaia di profughi, l’Università delle Nazioni Unite (UNU) e l’Iniziativa Nansen (lanciata da Norvegia e Svizzera per colmare le lacune giuridiche di protezione dei “rifugiati climatici”), hanno presentato il 5 giugno 2014 la relazione “Integrating Human Mobility Issues Within National Adaptation Plans” (Integrare le problematiche di mobilità umana all'interno dei piani nazionali di adattamento)

L’ultimo Rapporto dell'IPCC indica che nessun continente è immune dagli effetti dei cambiamenti climatici: global warming, innalzamento del livello dei mari, uragani, eventi climatici estremi, alluvioni e siccità, determineranno lo sradicamento di un numero sempre crescente di individui.

Il Rapporto giunge in un momento topico in quanto alcuni Paesi stanno iniziando a presentare i loro piani di adattamento nazionale, anche in previsione  di accordo internazionale sul clima alla Conferenza UNFCCC di Parigi 2015. 

L’assunto è che i meccanismi di pianificazione in corso sui cambiamenti climatici, sia nazionali che internazionali, sono insufficienti e che c’è la necessità di una più efficace allerta precoce degli eventi climatici estremi, di una migliore gestione delle risorse idriche e di sforzi più sostenuti per ridurre la pressione sugli ambienti fragili, ma, soprattutto, di una adeguata protezione delle popolazioni colpite.

In poche parole, bisogna inserire le problematiche di mobilità umana nell’ambito dei piani di adattamento, senza aspettare che la gente cominci a fuggire.

Queste le priorità indicate:
- inserire la mobilità umana all’interno delle politiche regionali di adattamento ai cambiamenti climatici e di gestione del rischio da catastrofi;
- individuare la connessione tra mobilità e cambiamenti climatici nei singoli Paesi;
- sostenere le politiche di pianificazione dei Paesi in materia di migrazione, coinvolgendo le comunità locali in qualsiasi previsione del loro trasferimento e reinsediamento che migliori e non peggiori il loro tenore di vita.

Pertanto, i Programmi di adattamento nazionale (PAN) sono indicati come meccanismi-chiave, sia per prevenire inutili esodi che come vera e propria strategia di adattamento.

Gli autori della relazione avvertono che mancano azioni concrete per aiutare i Paesi ad elaborare decisioni politiche efficaci. C'è bisogno di capire meglio i fattori che sono in grado di cambiare così drasticamente gli ambienti e le circostanze che possono rendere le famiglie da “resilienti” a “vulnerabili”. I Paesi necessitano, inoltre, di elaborare una roadmap a cui far affidamento qualora le comunità avessero bisogno di trasferirsi: “Una volta che i decisori politici hanno una migliore comprensione di quali popolazioni potrebbero essere costrette a trasferirsi in futuro, si possono considerare gli elementi adeguati da includere nella pianificazione nazionale di adattamento" .

Allo stato attuale, l’Iniziativa Nansen ha in corso 5 consultazioni a livello sub-regionale nelle aree che sono maggiormente esposte ai rischi di catastrofi naturali e agli effetti dei cambiamenti climatici, i cui risultati saranno utilizzati per una riunione di consultazione globale prevista per il 2015, nel corso della quale rappresentanti governativi ed esperti discuteranno l'agenda di protezione per gli spostamenti transfrontalieri. 
In merito, la relazione ricorda che l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) ha già sviluppato le linee guida per l'integrazione delle politiche migratorie nei Piani nazionali di adattamento, che prevede la compilazione di un apposito modulo che verrà testato in 6 Paesi nel corso del 2015.

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Alcuni Paesi sviluppati, come gli Stati Uniti, forniscono lo Status di Protezione Temporanea (TPS) ai cittadini di alcuni Paesi nei quali sussista la prova che si stanno verificando situazioni straordinarie, quali conflitti armati permanenti, guerre civili, crisi ambientali, terremoti, uragani, epidemie, insomma quelle condizioni che possano impedire ai rifugiati negli Stati Uniti di rientare nei loro Paesi.

I TPS sono modi che alcuni Paesi industrializzati hanno scelto per gestire le sfide incombenti per affrontare la mobilità umana (migrazioni, spostamenti), in un contesto in cui i “normali” quadri politici  per la gestione del lavoro correlato alle immigrazioni e le persecuzioni collegate alla fuga (rifugiati) non si possono applicare - ha affermato Koko Warner, a Capo della Sezione Migrazione Ambientale, Vulnerabilità Sociale e Adattamento dell’UNU - Una delle sfide dei TPS oggi è che questi tipi di politiche sono progettati per situazioni temporanee, dando per scontato che le persone siano in grado di tornare al loro luogo di origine”. 

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