Proposta analogia tra “abolizione della schiavitù” e “riduzione delle emissioni”
 

sondaggio pew

Sull’ultimo numero del 2010 avevamo evidenziato come il mondo scientifico sia alla ricerca di un nuovo approccio comunicativo dei cambiamenti climatici per informare attivamente ed efficacemente pubblico e decisori politici circa i rischi che essi comportano e le soluzioni che possono essere messe in campo per contrastarli (cfr: “Comunicare il global warming tra Tempeste e WEB”, in Regioni&Ambiente, n. 12 dicembre 2010, pp. 16-17).

 

Ora, in un recente interessante studio Andrew J. Hoffman, Professore di Imprenditoria Sostenibile presso la Ross School of Business dell’Università del Michigan, sostiene che i cambiamenti climatici non costituiscono solo una questione di comunicazione, ma presuppongono un livello di consapevolezza sociale e atteggiamenti culturali, senza i quali non è possibile alcuna azione (“Climate change as a cultural and behavioral issue: adressing barriers and implementing solutions”, Organization Dynamics, Vol. 39, issue 4, October - December 2010, pp. 295-305, numero monografico dedicato a “Organizzarsi per la sostenibilità”).


Hoffman fa un parallelismo tra l’atteggiamento che l’opinione pubblica ha nei confronti dei cambiamenti climatici con quello che la stessa ha assunto nel secolo scorso nei confronti del fumo: nonostante vi fossero stati vari studi scientifici che mettevano in evidenza lo stretto rapporto tra l’abitudine al fumo e l’esposizione a quello passivo e il cancro ai polmoni, passarono decenni prima che venissero introdotte norme per vietare di fumare in pubblico e si vedesse regredire il numero di morti per tale patologia.
“Il problema non era solo se le sigarette causassero il cancro - afferma Hoffman - Il problema era se la gente ne fosse consapevole. Il secondo processo è del tutto diverso dal primo”.

Qualcosa di simile, secondo il ricercatore sta accadendo per i cambiamenti climatici: a fronte di una stragrande maggioranza di scienziati (97%) che affermano che le attività umane sono la causa principale del riscaldamento globale e dei cambiamenti climatici, l’accettazione di tale rapporto non ha ancora raggiunto un livello sociale.
Ma Hoffman fa un’analogia ancora più provocatoria, quando afferma che il dibattito in corso sui cambiamenti climatici ha molti tratti in comune con quello che nel secolo XVIII si sviluppò sulla questione della schiavitù.
Come allora gli abolizionisti venivano tacciati di voler provocare un collasso economico ed un sovvertimento del modello di vita che le classi abbienti avevano costruito, così oggi chi sostiene la necessità di tagliare drasticamente le emissioni di carbonio viene accusato di voler compromettere ogni ulteriore sviluppo: “Proprio come poche persone nel XVIII secolo intravidero nella schiavitù un problema morale, altrettante poche persone nel XXI secolo individuano una questione etica nell’ulteriore utilizzo dei combustibili fossili”.
“La gente ci guarderà tra 100 anni con la stessa incomprensione con cui noi giudichiamo i difensori della schiavitù? - si è chiesto Hoffman - Se vogliamo affrontare il problema in maniera adeguata la risposta a tale questione deve essere affermativa. La nostra comune atmosfera non dovrà più essere vista come una discarica dove relegare i gas ad effetto serra e gli altri inquinanti”. Hoffman sostiene che è necessario un radicale cambiamento di valori. Riconoscendo che le attività umane sia in termini numerici che di impatto ambientale sono tali che potrebbero alterare ogni giorno gli ecosistemi della Terra, e che noi tutti condividiamo una responsabilità collettiva su tale problema, c’è la necessità di una cooperazione globale per risolverlo.

In verità, a proporre per prima la connessione tra l’abolizione della schiavitù e l’uscita dall’uso dei combustibili fossili è stata Polly Higgins che da anni sta conducendo una campagna affinché il reato di “ecocidio” sia riconosciuto dalle Nazioni Unite come crimine internazionale contro la pace.
Nel suo ultimo libro “Sradicare l’ecocidio” (“Eradicating Ecocide: Law and Governance to Prevent the Destruction of our Planet”, Shepheard-Walwyn, London, September 2010), l’Avv. Higgins, Premio Performance 2010 come “L’Avvocato del Pianeta Terra” e inserita dalla Rivista “The Ecologist” tra “I 10 maggiori pensatori visionari del mondo”, propone il significato del termine ecocidio come “diffusa distruzione, danneggiamento o perdita degli ecosistemi di un determinato territorio, sia a seguito delle attività umane o di altre cause ad esse correlate, in maniera tale che il loro pacifico godimento da parte degli abitanti di quel territorio ne è stato gravemente compromesso”.
Secondo la Higgins, l’umanità si trova ad un bivio: continuare come prima a trattare il nostro Pianeta come si fa con qualcosa che deve essere comprato o ceduto quale proprietà privata al miglior offerente oppure riconoscere che le nostre vite dipendono da un delicato ecosistema e che tutti abbiamo la responsabilità del nostro habitat e delle future generazioni.

L’“Avvocato della Terra” spiega che prima che fosse dichiarata fuorilegge, la schiavitù era commercializzata in Inghilterra da circa 300 compagnie che “lottarono contro l’abolizione, sostenendo che avrebbe comportato la perdita di posti di lavoro, che sarebbe stata antieconomica, che la schiavitù era voluta dalla gente e che era una necessità. Ciò che offrivano era un programma volontario di riduzione del numero di schiavi catturati. da vendere all’asta e che era meglio lasciare la questione al libero mercato. Fu riconosciuto da pochi che le condizioni dovessero migliorare, ma un’imposizione tramite delle leggi sarebbe stata troppo onerosa per le imprese. Come ultima concessione venne proposta l’applicazione di multe se si fossero fatte catture [di schiavi] oltre i limiti prefissati”.
Come sappiamo, vinsero le argomenta15 zioni degli abolizionisti; le imprese che si dedicavano al commercio degli schiavi si diedero a trattare tè ed altre materie prime, e l’economia britannica non crollò.

Di certo non si può mettere sullo stesso piano le sofferenze dirette indotte dalla schiavitù e quelle indirette provocate dalla combustione dei combustibili fossili, ma l’analogia proposta dai due autori sopra richiamati ci sembra, sul piano dei cambiamenti culturali, pertinente.
Se provassimo a sostituire, come “oggetto” delle motivazioni addotte per mantenere la situazione inalterata, le “emissioni climalteranti” all’“abolizione della schiavitù” ci accorgeremmo, sorprendentemente, che sono pressoché le stesse.
Bisogna convenire, quindi, che solo un cambiamento culturale potrà imprimere un’accelerazione al dibattito sui cambiamenti climatici che rischia di diventare sciatto, inconcludente e prolungato.
Tuttavia, “il cambiamento non avverrà nel volgere di una notte - ha sentenziato Hoffman - ma solo quando la soluzione sarà in grado di contrapporsi alle Isola di Semirara (Filippine). Questa fotografia, scattata con un obiettivo da 800 mm il 31 marzo 2010 da un astronauta della Spedizione 23 a bordo della stazione spaziale internazionale, costituisce un esempio di quello che si intende per “ecocidio”. L’immagine ritrae, in condizioni rare di cielo sgombro da nubi, la miniera di carbone a cielo aperto di Panian, la più grande delle tre che vengono coltivate sull’isola, distante 280 km a Sud di Manila e che forniscono il 92% di tutto il carbone estratto nelle Filippine: in parte esportato in Cina e India; il resto alimenta le centrali termoelettriche del Paese. Gli strati superficiali “sterili”, costituiti da suolo e calcare sotto i quali si trova il carbone, vengono accumulati ai bordi della cava, a forma di anelli, che per la pressione esercitata dal materiale, a poco apoco si inabissano lungo i tratti costieri circostanti il Mar di Sulu. (fonte NASA) fondamenta stesse della nostra società basata sui combustibili fossili”.

Queste considerazioni sono in linea con i risultati di un sondaggio condotto durante la Conferenza di Cancun dal Pew Center on Global Climate Change, Organizzazione statunitense che riunisce leader, politici, scienziati ed esperti in varie discipline per fornire un nuovo approccio alle problematiche più complesse che sono, spesso, anche le più controverse.
Patrocinata dal Governo messicano, l’inchiesta che ha coinvolto oltre 500 delegati accreditati presso la COP16, in numero paritetico tra Paesi sviluppati e in via di sviluppo, ha evidenziato che il 94% dei partecipanti alla Conferenza “concorda sul fatto che iniziative sui cambiamenti climatici saranno efficaci solo con un forte sostegno da parte dei governi, imprese, ong, scienziati ed opinione pubblica”.
Ma, secondo il 58% degli intervistati, il pubblico non conosce bene o alcunché dei “cambiamenti climatici”.
“Questi risultati sottolineano l’enorme divario tra l’impellente necessità di agire e la limitata conoscenza dell’opinione pubblica in merito alle questioni sul tappeto - ha osservato il Presidente del Pew Center, Eileen Claussen - Tutti noi (governi, esperti, patrocinatori ed amministratori di imprese) dobbiamo fare un lavoro migliore nello spiegare al pubblico sia i rischi che le opportunità che derivano dai cambiamenti climatici”.
Tra gli altri risultati del sondaggio:
- l’87% degli intervistati accusa i mezzi di informazione e gli opinionisti della scarsa comprensione che l’opinione pubblica ha dei cambiamenti climatici;
- la maggior parte (66%) considera gli scienziati la “voce più veritiera”;
- il 56% ritiene che i danni degli impatto umano sul clima siano irreversibili;
- la stragrande maggioranza (90%) concorda sul fatto che la recessione economica ha reso i Paesi meno disponibili ad investire sui cambiamenti climatici.