I modelli di proiezione climatica applicati all’olivo e al suo parassita indicano che nel bacino del Mediterraneo le rese dovrebbero aumentare del 4%, pur con differenze notevoli tra le varie aree. In Italia, accanto a un aumento dei profitti per le zone a coltivazione intensiva, si registrerebbe una diminuzione negli oliveti tradizionali delle aree interne, gestite da piccoli coltivatori che svolgono un ruolo fondamentale per la conservazione del suolo e della biodiversità.

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Sulla prestigiosa rivista PNAS (Proceedings of the National Academy of Sciences) è stato pubblicato online, prima dell’edizione cartacea, lo studio “Fine-scale ecological and economic assessment of climate change on olive in the Mediterranean Basin reveals winners and losers”, condotto dall’ENEA (Agenzia Nazionale per le Nuove tecnologie, l'Energia e lo Sviluppo economico sostenibile), in collaborazione con l’Università di Berkeley (California) e “Casas Global”, il Consorzio scientifico statunitense no profit per l’analisi dei sistemi agricoli sostenibili.

Analogamente da quanto pubblicato sulla stessa Rivista l’anno scorso in merito a quel che potrebbe accadere al 2050 per effetto dei cambiamenti climatici alla produzione del vino, altri ricercatori hanno rivolto l’attenzione agli impatti del global warming su una delle più antiche coltivazioni mediterranee: l’ulivo e la produzione dell’olio d’oliva (97% di tutta la produzione mondiale).
Applicando il modello di proiezioni climatiche che al 2050 danno un aumento medio della temperatura nel bacino del Mediterraneo di 1,8 °C, i ricercatori hanno evidenziato che gli effetti sulla resa olivicola e sulle infestazioni della mosca dell’olivo saranno diversi a seconda delle aree geografiche.

Come noto, l’olivo (Olea europeae) è una coltura arido-resistente, che mal sopporta il gelo, ma anche temperature troppo elevate, e che ha sviluppato stretti legami co-evolutivi con il suo litofago chiave (Bactrocera oleae), la mosca delle olive. La loro distribuzione geografica li rende un modello idoneo per studi sui cambiamenti climatici, perché hanno differente tolleranza all’aumento delle temperature.

Sulla base del modello demografico progettato e basato sulla fisiologia PBDM (Physiologically Based Demographic Model), è stato possibile valutare il modo con cui il clima condiziona l’interazione tra le specie ovvero tra la formazione dell’oliva e la mosca che vi deposita le uova, danneggiando la quantità e la qualità dell’olio. La diffusione di tale dittero, infatti, dipende da fattori quali i tempi di fruttificazione, la quantità di drupe e la temperatura.

Il team di ricercatori ha trovato che con l’aumento atteso di 1,8 °C si determinerà una fioritura precoce delle piante  fino a 18 giorni, al contempo si avrà un incremento del numero di mosche dell’olivo nell'entroterra e ad altitudini più elevate, mentre oggi tende ad essere più comune nelle zone costiere, in quanto non affronta bene inverni freddi e nemmeno temperature elevate. 

La ricerca ha, quindi, indicato che nell’intero bacino del Mediterraneo ci sarà un aumento dei rendimenti del 4,1%, l’impatto dei parassiti diminuirà dell’8% e i guadagni netti dovrebbero crescere del 9,6%.

A livello regionale, tuttavia, ci saranno differenze consistenti, perché le condizioni climatiche future agiranno in maniera diversa su alberi e mosche.
Così, se in Nord Africa le rese diminuiranno di poco (circa il 2%), nel Medio Oriente ed Egitto i cali di potrebbero giungere al 9,5%.

L’aumento di rendimento per l’effetto combinato di fruttificazione maggiore e minore infestazione si verificherebbe soprattutto in Grecia, seguita dalla Turchia e dai Paesi balcanici, mentre lievi incrementi si determinerebbero nella Penisola iberica, in Francia e Italia. Nel nostro Paese, in particolare, si assisterà a un aumento dei profitti nelle zone a coltivazione intensiva e nelle regioni del Nord, mentre una riduzione si verificherà in circa il 21% del territorio “vocato”, concentrandosi soprattutto in Toscana e in alcune aree del Centro-Sud, dove la produzione è gestita da piccoli produttori.

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Le regioni in cui sono previsti incrementi di reddito per la produzione di olio d’oliva (valori in euro per ettaro) sono in colore dal giallo al rosso; quelli in cui ci saranno diminuzioni in tinta azzurro-blu (fonte: Luigi Ponti)

Il riscaldamento climatico a medio termine influenzerà la redditività dell’olivicoltura in modo differente in tutto il bacino, creando vincitori e vinti - ha affermato Luigi Ponti dell’ENEA e ricercatore in Entomologia agraria presso l’Università di Berkeley - Nelle zone marginali, dove storicamente l’olivicoltura ha svolto un ruolo importante nello sviluppo rurale e di riduzione della povertà, i cambiamenti climatici potrebbero far aumentare il rischio di abbandono da parte delle piccole aziende agricole che svolgono un ruolo fondamentale nella conservazione del suolo, specie di terreni in pendenza, nella lotta contro la desertificazione, nel mantenimento della biodiversità e nella difesa dagli incendi”.

I ricercatori ritengono, inoltre, che il loro approccio bio-economico fornisca un prototipo realistico per valutare gli impatti dei cambiamenti climatici anche su altre colture mediterranee e sui loro parassiti.

"Gli effetti biologici ed economici del riscaldamento climatico dovrebbero essere di gran lunga maggiori su altre colture più intolleranti alle alte temperature e alla siccità, come la vite e il grano - ha sottolineato Ponti - soprattutto in quelle aree che sperimenteranno una maggiore aridità".

Sapere, tuttavia, che specie di olivo tipiche delle nostre aree interne, come il Piantone di Mogliano che adorna le colline dell’entroterra maceratese fino ad altitudini anche superiori ai 600 m s.l.m., in futuro potrebbero subire attacchi parassitari più virulenti per effetto dei cambiamenti climatici in atto, non ci può lasciare indifferenti.

Certissima cosa è che in pochi paesi l’Oglio si fa così buono come a Mogliano, e chi di noi va fuori, ne riconosce subito la differenza, conforme ancora è stato riconosciuto da signora di ranco e di buon palato. Dio faccia che qui mai si deteriori o si perda sì buona manifattura” (Trattato della coltivazione degli Ulivi, manoscritto del 1789 dello storico Giuseppe Carnili, conservato nella biblioteca "Ferretti-Brocco" di Mogliano).